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ANNIVERSARIO
2 Agosto Ago 2016 0800 02 agosto 2016

Strage di Bologna, l'autista Melloni e la storia del suo 37

L'orrore. Una città compatta che seppe reagire. E un bus diventato carro funebre. Agide Melloni, autista, racconta a L43 quel 2 agosto 1980: «Lotto per la memoria».

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Le parole escono a fatica. Ancora. Difficile raccontare quelle immagini, quegli odori, le sensazioni. Eppure «il ricordo di quel giorno resta indelebile. Quasi come una fotocamera che mi impone di non cancellare nulla». Nonostante «non sia facile portarsi dentro tutto». La mattina del 2 agosto 1980 Agide Melloni, autista di autobus a Bologna, stava arrivando al lavoro con un collega. «Dovevo prendere servizio su una linea che aveva una fermata in centrale», ricorda a Lettera43.it. «Ero a Ponte Galliera quando un autobus si fermò davanti a noi aprendo le porte. Il collega era agitato e ci disse solo: ''È saltata in aria la stazione''». All'inizio Melloni pensò si trattasse di una battuta. Cinquanta metri dopo capì che non era così e che la stazione era saltata in aria per davvero, portandosi con sé 85 vite. Essendo donatore di sangue, la prima cosa che fece fu di correre alla sede Avis, vicino al piazzale. «Visto che mi dissero che al momento non avevano bisogno e che comunque il mio contatto ce l'avevano, feci l'unica cosa che potevo fare: guidare un autobus».

«O TI TIRI INDIETRO O FAI QUELLO CHE PUOI»

Al momento dell'esplosione erano tre i mezzi nelle vicinanze della stazione, tra cui il 37. Subito partirono verso il Maggiore per portare i feriti all'ospedale. Al loro ritorno, Melloni, un vigile del fuoco e un tecnico dell'azienda di trasporti Atc pensarono di utilizzare il 37 per trasportare i morti. «Non ci fu una programmazione, agimmo e basta», continua Melloni. «Davanti a una tragedia del genere hai due possibilità: o ti tiri indietro o fai quello che puoi. E io ho fatto il mio mestiere». Vedendo che i feriti erano molti, sul momento si decise che fosse «obbligatorio destinare a loro le ambulanze», a chi era ancora vivo. «Era impossibile caricare le barelle», ricorda l'autista all'epoca 31enne, «non passavano a causa del mancorrenti, le sbarre a cui ci si aggrappa per salire, così li tagliammo a mano, con la sega».

Da mattina alle 3 di notte Melloni continuò, sempre accompagnato da un poliziotto e da un infermiere e scortato, a trasportare i corpi verso gli obitori della città a bordo di quel 37, a cui dopo pochi viaggi vennero messi lenzuoli bianchi ai finestrini. Un'ultima forma di rispetto per quei morti. Un rispetto che oggi, nel bombardamento dai video e dalle foto di ben altre stragi, manca. «Occorre mettere un freno», mette in chiaro Melloni. «Non dovrebbe nemmeno essere imposto. Chiunque, soprattutto in Rete, dovrebbe sapere che c'è un limite da non oltrepassare». Ogni volta per Melloni è come tornare indietro a quel 2 agosto. «Preferisco non parlarne, ma ogni immagine di morte, terrore e distruzione mi riporta lì. Un flash che collega la storia all'oggi. Rivivo la stessa rabbia, impotenza, la sensazione di subire una ingiustizia». Anche le domande si ripetono, sempre uguali. «Perché è accaduto, chi è il colpevole, chi il mandante».

BOLOGNA SI SCOPRÌ UNITA

Ma in quella tragedia che Sandro Pertini in lacrime arrivò a definire «l'impresa più criminale che sia avvenuta in Italia», Melloni toccò con mano «la compattezza della città». Perché «per ore e ore», tiene a sottolineare, «Bologna mise da parte tutte le differenze, si strinse intorno alla necessità di dare una risposta a ciò che era accaduto. Spontaneamente. Fa sempre bene parlare di questo...». E ancora: «Io era solo uno in mezzo ai tanti che reagirono in mille modi. In quelle ore diventammo amici tra sconosciuti. È stato un onore collaborare con persone distanti da me, anche per modo di pensare, ma in completa sintonia col mio stato d'animo. Era lo stato d'animo di tutti».

L'autobus 37, il 2 agosto 1980.

Per anni Agide Melloni di quel giorno che aveva portato l'inferno nell'agosto di Bologna non parlò con nessuno. «Nemmeno con la mia fidanzata...», dice. Poi, aggiunge, «mi resi conto che il tempo passa, le persone passano, molte muoiono. Ma i ragazzi no, loro continuano a nascere e a crescere». Per non correre il rischio che il 2 agosto «si trasformasse in un buco nella memoria», ha cominciato a raccontare. «A provare a fare quello che si può». Così ha deciso di andare nelle scuole, «per cercare un contatto con i più giovani che non hanno memoria visiva della strage». Gli studenti, dopo aver visto i filmati, gli chiedono spesso: «E io cosa posso farci?». E lui, ogni volta, risponde che la prima cosa è «combattere l'indifferenza». «Li invito a parlare, a spiegare cosa li ha colpiti, amareggiati», spiega. «Solo così è possibile assestare un colpo all'indifferenza». L'unico modo per «vincere chi ha causato tutto questo».

QUEL FILO TRA PASSATO E PRESENTE

Questi ragazzi, sottolinea Melloni, «devono capire che c'è un filo che collega ciò che è accaduto e ciò che accade, tra il passato e il presente».
Per questo «devono studiare, utilizzando le potenzialità enormi di cui oggi sono in possesso, dal computer a internet». Per illuminare quei «buchi neri» di cui la storia recente è zeppa. «La strage non deve essere dimenticata», aggiunge scandendo bene le sillabe. «Chi ha avuto il destino di esserci deve raccontare, al di là delle strumentalizzazioni e delle manipolazioni affinché non siano cancellati i drammi, i gesti, i volti, le immagini, le grida. Per creare come un suono nella testa di chi non era ancora nato». A distanza di tanti anni, però, ci sono ancora cose che fanno arrabbiare Agide Melloni. Per esempio le «notizie fatte uscire ad hoc e che tendono a deviare le responsabilità accertate dai processi». Ventate di novità che lui vive come «una ulteriore ingiustizia per chi ha avuto la vita spezzata quel 2 agosto». Così come i tentativi di mitigare la portata della strage. «Tempo fa si discusse molto dell'opportunità di avere monumenti in stazione, del senso di tenere l'orologio fermo sulle 10 e 25... non fa piacere».

UNA TESTIMONIANZA DI VITA E DI MORTE

Per lo stesso motivo quando venne avanzata la proposta di togliere dal servizio il 37, perché «dopo aver trasportato le vittime non poteva trasportare i vivi», Melloni si schierò contro. «Credevo fosse profondamente ingiusto», spiega. «Attraverso il trasporto urbano la città vive, si muove. Quell'autobus era la testimonianza di vita e di morte. Toglierlo dal servizio avrebbe significato dare ragione a chi aveva voluto colpire Bologna». Alla fine quel 37 giallo e rosso restò attivo fino a quando l'azienda cambiò i modelli per poi essere esposto in un museo. «Lo guidai molte volte ancora», dice Melloni. «E mi creava sempre una certa emozione». Ma le sensazioni, quello che uno si porta dentro, sono difficili da trasformare in parole.

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