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27 Febbraio Feb 2018 1633 27 febbraio 2018

Tacciano le polemiche: godiamoci il tepore di una nevicata

Rimborsopoli, promessopoli, la campagna elettorale delle facce e neppure di bronzo: tutto è dimenticato, almeno per una manciata di ore. Abbandoniamoci all'incanto, aggrappati a quei fiocchi inafferrabili.

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La vera onda di calore sta in una nevicata. Mai emergenza è parsa tanto attesa, come se ne avessimo avuto bisogno, come intuendo che era l'unica a lasciarci rifiatare. Difatti, tutti aggrappati a quei fiocchi inafferrabili dalle Alpi al Lilibeo. Rimborsopoli, candidati in bici (o attaccati al tram), promessopoli, la campagna elettorale delle facce e neppure di bronzo, le coalizioni di schiuma, i sondaggi da aruspice: tutto è perdonato, o meglio dimenticato, almeno per qualche ora. I notiziari indugiano con isteria quasi allegra sul prodigioso fenomeno climatico, i siti del meteo vengono presi d'assalto («Hai visto, stavolta ci ha preso in pieno») e sui social torna prepotente il fanciullino ch'è in noi: tutto un profluvio di selfie a volte da camicia di forza, di tetti imbiancati, davanzali congelati, paesaggi abbaglianti, gattini sconcertati alle prese con quell'invitante antimateria (non si salva, per amor di verità, neppure chi scrive).

Il Burian è siberiano, ma, scendendo la penisola, si volgarizza, assume inflessioni dialettali, si differenzia come un piatto tipico: al Nord, bene o male, più temprati, se la cavano, compatibilmente coi disservizi pubblici e con le strepitose performances di Trenitalia; già a Roma, dove hanno lo spirito greco, contemplativo, 10 centimetri bastano per inginocchiare una capitale spiaggiata di suo. La sindaca, famosa per il suo tempismo, nel frattempo è andata in Messico, come nella canzone di Vasco, per una conferenza sul clima, forse avrà dato la colpa di tutto alle scie chimiche. I suoi concittadini invece restano in allarme rosso, anzi bianco: traffico proverbialmente svalvolato, efficienza congelata, sono perfino saltati dal palinsesto diversi programmi Rai e non è detto che sia un danno collaterale.

Una donna si ferma a fotografare il turbinìo che ha ricominciato a danzare. Alza lo sguardo, sorride, gli occhi le brillano come la ragazzina che fu

La stazione Termini è un cimitero di convogli, ritardi fantozziani anche di 11 ore, viaggiatori ostaggi di una rassegnazione imbufalita, l'emergenza sui binari tricolori è sempre un po' più emergente, altrove i convogli filano a 600 all'ora in condizioni da Indiana Jones, attraversano baratri, tunnel sottomarini, tormente, deserti e non succede (quasi) niente, da noi un qualsiasi punto di partenza è salutato come un ambizioso traguardo, se un ferrovecchio riesce ad arrivare in un accettabile ritardo di 240 minuti si grida al miracolo. Sarà per questo che ci si ingegna secondo necessità: emergenza, ma gioiosa, hanno trasformato il Circo Massimo in una pista da slittino. So' ragazzi.

Treni alla stazione Termini.

Qualche criticità, per completezza della cronaca, non sfugge nella “capitale morale”. Una insegnante meneghina scrive, sconsolata, al cronista: «Qui ieri neanche un fiocco ma mezza scuola non si è fatta vedere, sono rimasti a casa 'perché fa freddo'. Sono in classe a parlare con la cartina geografica appesa al muro e penso che mi sono stufata di fare un mestiere che non ha senso, qui ci pigliano a schiaffi tutti, genitori, studenti e perfino il meteo, io questi mocciosi li manderei al confine tra Cina e Siberia, dove li mandano a scuola anche a -50° e non ne manca mai uno». Bisogna capire, sono risorse (le nostre), delicate come gerani, vanno maneggiate con cura. E poi oggi non è il giorno per le polemiche, ma per l'incanto: si ha un bel dire che siamo rotti a tutto, cinici, scafati, che pietà l'è morta e tenerezza pure: basta una precipitazione nevosa e tutto quel giardino di emozioni e rimozioni torna a fiorire, come in serra. Acerrimi vicini di casa che seppelliscono, anzi disseppelliscono, la vanga di guerra e, invece di darsela “a tracolla”, come Lino Banfi, se la prestano per sgombrare il marciapiede. Eroici negozianti che attaccano in vetrina un cartello pleonastico, «oggi siamo aperti» e ti spiegano che lo fanno «per la cittadinanza che se no rischia di restare senza generi di necessità» (e ci si sente l'eco di antiche reminiscenze belliche).

Qualcuno con le ruote incatenate si offre come autista collettivo, se potesse imbarcherebbe il doppio della capienza della sua macchina, curiosa però questa inversione di tendenza climatica, col caldo ci si manda sulla forca, ci si affronta al cacciavite o nella migliore delle ipotesi si fa finta di niente, che si arrangiasse quello lì, poi mi è sempre stato sulle balle; ma basta un manto candido per riscoprire solidarietà sepolte ed effimere, destinate a sciogliersi insieme al disgelo. Siamo fatti così, bestioni ma suggestionabili, inclini ai mutamenti termici anche se in modi irrazionali, sarà la nostra natura mediterranea, che cova memorie solidali dal gelo mentre chi nei rigori glaciali ci nasce, ci vive, non ci fa caso, una emergenza strutturale non è più una emergenza, è un modo di vivere.

Noi latini però siamo di altre latitudini e la neve, hai voglia a mentire, l'aspettiamo e, anche se quando c'è porta danni, non riusciamo a maledirla. Per la strada una brava donna si ferma a fotografare il turbinìo che ha ricominciato a danzare: non guarda la neve, guarda nel mirino del telefonino ma è contenta così, le basta quello. Ecco, lo ha già postato su Facebook: alza lo sguardo dallo schermo, mi sorride, gli occhi le brillano come la ragazzina che fu, che in un attimo è tornata ad essere. Sotto strati di cappucci e di cuffiette la riconosco, c'incrociamo da una vita. Mai prima d'ora ci eravamo degnati dell'ombra di un saluto.

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