Magistratura 140917120351
1 Marzo Mar 2018 1641 01 marzo 2018

Patente sospesa perché gay, due ministeri condannati

I dicasteri della Difesa e dei Trasporti dovranno versare 100 mila euro come risarcimento danni a Danilo Giuffrida, nei cui confronti fu avviato l'iter della sospensione del documento dopo che alla visita di leva aveva rivelato di essere omosessuale.

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I ministeri della Difesa e dei Trasporti dovranno versare 100 mila euro come risarcimento danni a Danilo Giuffrida, 35 anni, originario di Catania, nei cui confronti fu avviato l'iter burocratico della sospensione della patente di guida dopo che alla visita di leva aveva rivelato di essere omosessuale. La sentenza è della Corte d'appello civile di Palermo, che ha riformato la decisione dei giudici di secondo grado di Catania, i quali avevano ridotto l'importo a 20 mila euro.

IL RINVIO DELLA CASSAZIONE. La Cassazione, tuttavia, aveva annullato con rinvio quella sentenza, sottolineando «la gravità del comportamento» dei due ministeri, dal momento che «l'identità sessuale è da ascrivere» al «diritto costituzionale inviolabile della persona», quale «essenziale forma di realizzazione della propria personalità». La motivazione addotta per la sospensione della patente? Essendo gay non avrebbe avuto «i requisiti psicofisici» necessari.

IMPORTO EQUO RISPETTO AL DANNO SUBITO. La Corte d'appello di Palermo, nel suo verdetto, ha ribadito il diritto di Giuffrida al risarcimento del danno subito, essendo stato vittima di un «vero e proprio (oltre che intollerabilmente reiterato) comportamento di omofobia». E l'importo di 100 mila euro, stabilito dal giudice di primo grado, è stato ritenuto equo.

A CARICO DEI MINISTERI ANCHE LE SPESE PROCESSUALI. I due ministeri, inoltre, sono stati condannati a pagare le spese processuali di tutti i giudizi sostenuti da Giuffrida. «È una vittoria non personale del singolo», ha detto l'interessato, assistito dall'avvocato Giuseppe Lipera, «ma di tutti coloro che ogni giorno sono costretti a sopportare condotte intollerabili che offendono la dignità della persona e dell'individuo, specie se tali comportamenti provengono dalle istituzioni pubbliche nell'esercizio delle loro funzioni amministrative».

ORA SI ATTENDE L'ULTIMO GRADO DI GIUDIZIO. La speranza è che «questa sentenza, ma soprattutto quella della Corte di Cassazione» che adesso dovrà nuovamente pronunciarsi «sia un monito non soltanto per le amministrazioni pubbliche, ma per qualsiasi rappresentazione della società, in maniera da rendere eguali i diritti della persona e del cittadino, senza discriminazioni di nessun tipo».

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