Cesare Previti
2 Marzo Mar 2018 1626 02 marzo 2018

Wikipedia vince la causa contro Cesare Previti

La Corte d'Appello ha respinto il ricorso presentato dall'ex ministro della Difesa per alcune affermazioni inesatte e ritenute diffamatorie contenute nella voce italiana a lui dedicata sull'enciclopedia online.

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La Corte d'Appello di Roma ha respinto il ricorso presentato da Cesare Previti contro Wikipedia, assistita in giudizio dallo studio Hogan Lovells con gli avvocati Marco Berliri e Massimiliano Masnada.

INFORMAZIONI RITENUTE DIFFAMATORIE. L'ex ministro della Difesa chiedeva di riformare la decisione di primo grado, arrivata nel 2013, considerando Wikipedia corresponsabile per alcune affermazioni inesatte e ritenute diffamatorie contenute nella voce italiana a lui dedicata sull'enciclopedia.

WIKIPEDIA NON RESPONSABILE PER CONTENUTI PRODOTTI DA TERZI. La Corte d'Appello, con sentenza depositata il 19 febbraio scorso, ha invece respinto il ricorso riaffermando l'irresponsabilità di Wikipedia per le voci pubblicate dagli utenti sull'enciclopedia. I giudici, in tema di normativa sul ruolo degli Internet service provider, hanno richiamato la «mancanza di responsabilità per i contenuti prodotti da terzi» e il «dovere di rimozione derivante esclusivamente da un ordine dell'autorità competente ovvero dalla certezza del contenuto illecito, che, nel caso di diffamazione online, la Corte individua nell'utilizzo di espressioni 'univocamente lesive'».

NESSUN OBBLIGO PREVENTIVO DI CONTROLLO. Per i magistrati, in particolare, «nessun obbligo preventivo di controllo poteva essere imputato a Wikipedia dal momento che l'illecito non risultava da nessun provvedimento della competente autorità e non essendo stata attivata la procedura di modifica prevista dal sito». La giurisprudenza in materia, inoltre, «è univoca nel riconoscere che mere comunicazioni di parte non siano sufficienti a ingenerare nel provider quella conoscenza effettiva da cui scaturisce un obbligo di intervento; tanto meno, per le ragioni dette, da tali mere comunicazioni di parte avrebbe potuto trarsi prova dell'elemento soggettivo illecito in capo al provider».

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