Treni Ritardi Cancellati
3 Marzo Mar 2018 1013 03 marzo 2018

Ferrovie, racconto di un'odissea per andare a votare

Da Milano a Roma tra ritardi omerici, vagoni strapieni e crostatine come "risarcimento". E quel rimborso che nemmeno basterà per pagare un taxi. Il "viaggio della speranza" verso le urne.

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Italo 9955 per Roma, doveva partire da Milano alle 19:55 del 2 marzo. Ma si sa, sono un paio di giorni che soffia il burian e l'inverno siberiano ha mandato in tilt le italiche ferrovie. Quando arrivo in stazione Centrale, il tabellone segna che deve partire ancora un treno delle 17:45. Tremo. E si trema veramente dal freddo, tutti insieme. I soffitti sono alti come quelli di una cattedrale e noi minuscoli, una folla in preghiera davanti al tabellone. Annunciano ritardi in continuazione. E noi siamo lì che speriamo che non tocchi al nostro treno, se siamo fortunati sarà in orario. Parecchie cancellazioni intanto, ma generalmente intercity e tratte locali.

90' DI RITARDO? BEH C'È CHI ASPETTA DA OLTRE 3 ORE. Fa freddo, Italo 9955 viene annunciato: 60 minuti di ritardo. Ma è evidente, 60 è una cifra tonda, generica. Come sintetizzo a un amico al telefono: dovrei partire tra un'oretta. Condizionale d'obbligo. E infatti. Alle 20:30 mi arriva una mail: «Il tuo Italo 9955 partirà con un ritardo che attualmente stimiamo in 60 minuti». Quasi contemporaneamente il tabellone si aggiorna: 90' di ritardo. Non è male, considerando che c'è anche chi sta aspettando da 190 minuti. Solo che alle 21:05 non è ancora comparso il binario.

TRA CANCELLAZIONI E VAGONI STRAPIENI. Il treno c'è, ci dicono le ragazze del punto informazioni, lo stanno pulendo. Appena sarà pronto comparirà sul tabellone, noi non possiamo dirvi dov'è. Nel frattempo il treno successivo, quello delle 20:35 (Italo 9959) con soli 60 minuti di ritardo arriva al binario 11. Ci conviene prenderlo? Non potremmo, in teoria. Comunque anche quello non parte immediatamente. Dopo una decina di minuti mi decido a tentare la sorte, ma quando arrivo al treno stanno chiudendo le porte. «Aspetti!», urlo al capotreno. «Stia tranquilla», mi dice concitato, «dobbiamo chiudere le porte per poi riaprirle tutte, intanto vada il più avanti possibile». Non capisco bene, ma dietro di me comincia ad arrivare altra gente, non sono più sola. Tutti gridano: «Hanno cancellato il 9955 dal tabellone!». E il personale di Italo, via via più numeroso: «State tranquilli, vi facciamo salire tutti su questo. Distribuitevi su diverse carrozze, e sedetevi dove trovate posto». Ovviamente il treno è già pieno, oltre ai soliti pendolari del venerdì sera, ci sono tutti quelli che come me tornano a casa a votare.

TALMENTE STANCHI CHE NON CI SI LAMENTA NEPPURE. Ci sistemiamo alla alla bell'e meglio, chi in piedi, chi per terra e chi sul suo borsone. Mi viene in mente che in India, dove i treni viaggiano sempre al limite delle loro capacità, i più giovani si arrampicano e si stendono placidamente nelle cappelliere. Guardo in alto, ma ovviamente anche quelle sono completamente occupate da zaini, giacconi e valigette. Trovo un angolo fortunato, comunque: un pezzo di moquette abbastanza ampio con tanto di possibilità di appoggiare la schiena alla parete. Fortuna che sono ancora una donna in forze. Siamo tutti talmente stanchi e infreddoliti che manca la voglia persino di lamentarsi.

PARADOSSI E TRENI CHE SI “INCROCIANO”. Ma la storia non è finita qui. Una ragazza dello staff, forse più sconvolta di noi, ci avvisa che siccome a causa del maltempo percorriamo la «linea storica» fino a Bologna (leggi: no alta velocità), «faremo una sosta straordinaria a Piacenza dove potremmo riprendere il 9955 e finalmente sederci ai nostri post». Eh?!? «Sì», ci spiega. «È successa una cosa inaudita, tanto che l'azienda si rivarrà su Ferrovie dello Stato. Si tratta di una grave negligenza: a Milano non hanno annunciato il binario e la partenza del 9955. Ma il capostazione non poteva saperlo: lui ha fischiato e il treno è partito. Vuoto». È per questo che ci hanno fatto salire in tutta fretta sul 9959. Comunque stanno cercando di riparare. I due treni viaggiano in parallelo e si incontreranno a Piacenza. Noi potremmo scendere e finalmente prendere possesso del posto a sedere che ci eravamo prenotati. Sull'altro treno. Italo Abbozza persino una comunicazione ufficiale dagli altoparlanti interni.

ALTRO CONVOGLIO, STESSO DISAGIO. Beh, un'ora in piedi o a gambe incrociate può bastare. Scendiamo tutti, scherzando come sa fare solo chi condivide un'avventura a lieto fine. Il nostro treno è proprio di fronte a noi, ognuno si dirige verso la carrozza che gli è stata assegnata. La mia è la 10, devo fare un po' di strada, ma... sorpresa! Il treno finisce alla carrozza 7. Saremo almeno una sessantina ad accalcarci in piedi negli ultimi vagoni disponibili mentre lo staff di Italo, da una parte e dall'altra della banchina, ci esorta a fare in fretta, ché il treno deve ripartire. Chiediamo spiegazioni ma ci ripetono, come un disco rotto, che possiamo sederci ovunque troviamo posto. Ovviamente anche qui il posto a sedere non c'è.

UNA CROSTATINA COME “RISARCIMENTO”. «Tanto valeva rimanere nell'altro treno», contestiamo sempre più arrabbiati. Niente da fare, lo staff del 9955 è un muro di gomma. E non ci spiega neanche come è possibile che manchino almeno tre vagoni. In compenso ci offrono un bicchiere d'acqua e una crostatina alle albicocche. Poi un altoparlante annuncia che se sporgiamo reclamo abbiamo diritto ad essere rimborsati del 50 per cento del biglietto.

FINALMENTE A ROMA, COM 224 MINUTI DI RITARDO. A mezzanotte e 25 arriviamo a Bologna. Abbiamo 195 minuti di ritardo. E finalmente possiamo riprendere i binari dell'alta velocità. Quando arriviamo a Termini sono le 03:08 del 3 marzo: 224 minuti di ritardo, di cui buona parte passati in piedi, al freddo. E i soldi che (forse) mi rimborserà Italo, non sono neanche sufficienti a pagare il taxi che mi porterà a casa. Ah no, dimenticavo che siamo a Roma. Due treni che arrivano nel cuore della notte e neanche un taxi ad aspettarli. Buon voto a tutti.

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