BUFALA
9 Marzo Mar 2018 1441 09 marzo 2018

Fake news, reddito di cittadinanza e analfabetismo funzionale

Promesse, condizionamenti ideologici, pregiudizi. Gli italiani sempre più spesso credono acriticamente a quello che viene loro detto in campagna elettorale da partiti e politici di riferimento. L'analisi della sociologa Laura Sartori.

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Nessuna coda, nessun assalto. La notizia delle file ai Caf di Giovinazzo e al centro per l'impiego di Bari Porta Futura è stata, se non altro, gonfiata. Certo, qualche cittadino - dal capoluogo pugliese confermano una cinquantina di persone - ha chiesto informazioni sul reddito di cittadinanza promesso dal M5s in campagna elettorale, nonostante il parlamento non si sia ancora insediato e la formazione di un governo appaia sempre più un risiko.

TRA PROPAGANDA E FAKE NEWS. Resta il fatto che, sempre più spesso, le persone sono disposte a credere acriticamente a ogni tipo di promessa elettorale, dalla flat tax all'eliminazione della legge Fornero fino, appunto, al "reddito di cittadinanza". Che, tra l'altro, reddito di cittadinanza non è visto che si tratta di un sussidio alla disoccupazione. Un circolo vizioso tra propaganda e fake news che, oltre a coinvolgere tutti gli attori, dai politici alla stampa fino agli stessi cittadini, lettori o elettori che siano, pare essere entrato in una spirale in cui è sempre più difficile distinguere il vero dal falso.

L'OMBRA DELL'ANALFABETISMO FUNZIONALE. In altre parole l'Italia rischia di essere una Repubblica fondata sull'analfabetismo funzionale, per usare un termine caro al linguista Tullio De Mauro. Per questo purtroppo non stupisce che si "acquisti" una campagna elettorale a scatola chiusa, come si fa con un materasso o una pentola, senza metterne in discussione la veridicità né tantomeno la fattibilità.

L'Italia è al 28esimo posto su 33 nella classifica Ocse riguardante le competenze della popolazione adulta.

Laura Sartori, docente di Sociologia all'università di Bologna, spiega a Lettera43.it: «Se non sono in grado di elaborare, sviluppare e verificare le informazioni che mi sono date, di capire se sono vere o false, allora posso benissimo considerare una semplice promessa fattibile passando subito all'incasso». E questo vale per tutti i partiti.

VIVERE IN BOLLE E RETI OMOFILE. Ciò avviene senza che si raccolgano e consultino informazioni complementari, provenienti da fonti diverse. «E in assenza di una verifica all'interno delle reti sociali», continua Sartori, né in famiglia né tra amici, colleghi o conoscenti. «Sembra proprio che si sia persa l'abitudine a parlare di politica negli ambienti che frequentiamo quotidianamente». E anche se ci si confronta, si prediligono reti «omofile», omogenee. In altre parole si discute con chi la pensa esattamente allo stesso modo. Un po' come accade in Rete sui social network dove le interazioni avvengono sempre più tra simili che hanno opinioni simili. Si tende a condividere e cercare ciò che ci somiglia. Finendo fagocitati in una bolla rassicurante.

L'informazione si consuma sempre più spesso senza filtri e senza l'ausilio di corpi intermedi, siano essi partiti, sindacati o giornali

Ciò accade perché «l'informazione», continua Sartori, «si consuma sempre più spesso senza filtri e l'ausilio di corpi intermedi». Siano essi partiti, sindacati o giornali. E in questo gioca un ruolo importante la disintermediazione che in questi anni è diventata un po' la cifra di partiti come il Movimento 5 stelle o la Lega.

TUTTO SI RISPECCHIA NEL LEADER. Si è così diffusa la convinzione che «per fare politica non sia più necessario un partito e che per informarsi non siano necessari i media», almeno quelli istituzionali. Un fai-da-te complicato anche dalla «personalizzazione della politica», fa notare la docente, «per cui tutto si riassume e rispecchia nel leader».

Il 28% dei cittadini italiani hanno low skills (basse competenze).

Secondo una ricerca 2014 del Piaac (Programme for International Assessment of Adult Competencies), un programma dell'Ocse che valuta le competenze della popoloazione, il 28% dei cittadini italiani hanno low skills (basse competenze). Detto altrimenti, riescono a comprendere solo brevi testi su argomenti familiari. Bene, «sui 33 Paesi Ocse», ribadisce la docente, «l'Italia si piazza al 29esimo posto alla pari con la Spagna e prima di Turchia e Cile».

NON SOLTANTO DISOCCUPATI. Ciò che deve fare riflettere, spiega ancora Sartori, è che questo 28% non è composto solo da anziani, cittadini senza lavoro o titoli di studio. Solo il 10% di questa fetta è disoccupato, il restante è rappresentato da persone che o sono uscite dal mercato del lavoro o lavorano in nero. Sempre considerando la fetta di popolazione con low skills, il 68% della fascia di età 24-35 anni con titoli di studio sotto il diploma è costituita da giovani lavoratori, mentre il 26% è Neet (not engaged in education, employment or training), cioè non lavora e non studia.

APPRENDIMENTO IN LETARGO. «Chi entra nel mondo del lavoro da giovanissimo», è il ragionamento di Sartori, «e quindi senza particolari competenze e con mansioni di base, corre il rischio di interrompere il processo di conoscenza». Una occupazione che non richiede formazione continua - i lavori poco qualificati e il lavoro nero rientrano in questa casistica - innesca un circolo vizioso. La competenza, infatti, veicola l'apprendimento. Nel momento in cui la competenza non viene messa in pratica, è come se l'apprendimento andasse in letargo.

Nel 2016 solo il 40,5% degli italiani ha letto almeno un libro. La percentuale di lettori tra i 15 e i 17 anni è diminuita dal 53,9% del 2015 al 47,1% del 2016

Oltre al tipo di occupazione e alle competenze acquisite, gioca un ruolo fondamentale anche il contesto in cui si cresce. Chi ha low skills, continua la docente, «proviene soprattutto da famiglie svantaggiate dal punto di vista culturale». Non a caso, una delle domande del questionario Piaac verte proprio su quanti libri si avevano in casa quando si era adolescenti.

DISAFFEZIONE ALLA CULTURA. A questo proposito i dati Istat sulla Produzione e lettura di libri in Italia non sono certo rassicuranti e confermano la nostra disaffezione alla cultura: nel 2016 solo il 40,5% degli italiani ha letto almeno un libro. Non solo: la percentuale di lettori tra i 15 e i 17 anni è diminuita dal 53,9% del 2015 al 47,1% del 2016. Stessa tendenza nella fascia d'età che va dai 20 ai 24 anni dove si passa dal 48,9% di lettori al 44,7%.

IL GAP DEL LONG LIFE LEARNING. Competenze non sfruttate, apprendimento bloccato, mancanza di aggiornamento. Il rischio, come aveva già messo in guardia De Mauro, è l'incremento dell'analfabetismo di ritorno anche tra diplomati e laureati. E il fattore tempo non è secondario: a parità di titoli di studio, i più anziani evidenziano più frequentemente basse competenze. Non a caso l'Italia è tra i fanalini di coda dell'Ocse anche per quanto riguarda il long life learning, manca cioè la spinta a proseguire nello studio e nell'aggiornamento lungo tutto l'arco di una vita.

A scendere in piazza per manifestare sono i cittadini già attivi e informati perché anche la partecipazione costa, richiede un impegno cognitivo e un investimento di tempo e denaro

«Se si hanno competenze elementari, sotto la media, e non si sfruttano, non si hanno incentivi a continuare nell'apprendimento», riassume la sociologa. E questo incide enormemente sui nostri stili di vita e sulla capacità di gestire la vita delle complesse società contemporanee. Compresa la politica. Il che spiega la scarsa affezione e affluenza, non solo in occasione degli appuntamenti elettorali. «A scendere in piazza per manifestare, al di là della issue che può essere l'abbassamento delle tasse o il sostegno alle energie alternative, sono i cittadini già attivi e informati perché la partecipazione costa, richiede un impegno cognitivo e un investimento di tempo e denaro».

CONDANNATI ALLA REGRESSIONE. La realtà è che un'Italia che continua a non investire, o a non investire a sufficienza, in ricerca e istruzione e che non risolve i problemi decennali legati al mondo del lavoro sempre più precario, sommerso e asfittico è condannata a regredire e a perdere coscienza. Riducendosi a Repubblica degli analfabeti.

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