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ABILE A CHI?
10 Marzo Mar 2018 1400 10 marzo 2018

Adottare un bimbo disabile può fare paura, ma non è per forza un limite

All'incognita di diventare genitori si somma quella di gestire un handicap. In realtà gli operatori dovrebbero far riflettere aspiranti mamme e papà sul fatto che si tratta di un elemento neutro: siamo noi a decidere il modo in cui guardarlo.

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Questione di libere associazioni: l’articolo sui 4 mila bambini con disabilità abbandonati in Italia e il progetto ‘Piccole case’, gestito dalla cooperativa sociale L’accoglienza onlus, che ne ospita una ventina in tre case famiglia mi hanno richiamato alla mente Chiara, Matteo e il loro figlio adottivo Luca, un bambino con sindrome di Down. Vivono con altre famiglie in una struttura che ospita anche diverse realtà sociali. Potremmo definirla un’esperienza di co-housing solidale. I nomi sono inventati ma loro sono reali eccome, soprattutto Luca che, durante le mie visite, sorprendo spesso intento a correre e giocare con i figli degli altri membri del gruppo.

I BAMBINI DIMENTICATI. Come i minori ospitati nelle strutture di L’accoglienza onlus, anche lui non vive più con i genitori naturali ma, a differenza dei bambini che vivono nelle ‘Piccole case’, Luca ha una mamma e un papà che non l’hanno visto nascere ma che l’hanno scelto consapevolmente come figlio. Non vivendo nella stessa città, non riusciamo a frequentarci spesso ma quando li incontro, vedo due genitori felici e un bambino sereno. Prendo spunto dalla loro storia per iniziare una riflessione sugli altri 4 mila minori disabili che attualmente non hanno la possibilità di vivere in una famiglia e nemmeno di sperimentare un contesto di convivenza allargata come quello in cui si trovano i miei amici .

L’assistente sociale che ha seguito il percorso di adozione di Luca è una nostra comune amica (il caso alle volte è intelligente). È stata lei a raccontarmi della sorpresa provata quando, un giorno di diversi anni fa, s’è vista arrivare lungo i corridoi del servizio in cui lavora proprio Matteo e Chiara che avevano sentito parlare di quel bambino, non riconosciuto dai genitori naturali e con pochissime speranze di trovare una famiglia. Allora si sono chiesti: «Perché non noi?». La risposta a quella domanda è la storia della loro famiglia.

L'ALTERNATIVA DELLE CASE FAMIGLIA. Evidentemente questo interrogativo non se lo pongono in molti, considerando i numeri diffusi dal ministero del Welfare sui minori disabili in stato di abbandono citati sopra. Le case famiglia sono sicuramente una risposta più adeguata alle necessità di un piccolo (con disabilità o senza), rispetto a quelli che un tempo erano gli ospedali o gli istituti: il numero degli ospiti, decisamente più contenuto, consente infatti la possibilità di una presa in carico individualizzata e una maggior attenzione alle caratteristiche peculiari e alle esigenze del singolo bimbo.

DIMENSIONE PROFESSIONALE E AFFETTIVA. È altrettanto indiscutibile, però, che il ruolo di un educatore professionista, pur non mettendo in discussione la competenza e la passione per il suo lavoro, è differente da quello di un genitore. Michela, un’amica che ha lavorato per molti anni come educatrice in una casa famiglia per minori allontanati dai genitori naturali con sentenza del Tribunale, mi raccontava che, come professionista, doveva prestare molta attenzione alla gestione della dimensione affettiva per evitare il rischio che i bambini si affezionassero troppo a una figura, la sua, che non sarebbe stata presente nella loro vita, dopo un’eventuale adozione da parte di una coppia.

RICHIESTE DI ADOZIONI IN CALO. La mia amica assistente sociale mi ha raccontato che negli ultimi anni c’è stato un calo delle richieste di adozione di tutti i bambini, non soltanto di quelli con disabilità. La questione è ovviamente molto complessa da analizzare e le cause del fenomeno sono molteplici. Nel suo servizio, l’equipe adozioni lavora molto sulle coppie di aspiranti genitori, sulle loro aspettative, desideri, paure e risorse, per riuscire ad accompagnarli nella scelta, individuando un percorso che porti salute e benessere a loro e al bambino che adotteranno.

Penso che l’arrivo di un figlio desiderato porti con sé, oltre alla felicità, anche una buona dose di incertezza e di timore. Una volta un’amica, confidandomi l’intenzione sua e del compagno di adottare un bambino, ammise che avevano deciso di non prendere in considerazione l’ipotesi di accoglierne uno con disabilità perché non avrebbero avuto il coraggio di affrontare un’incognita in più, oltre a quella di imparare a diventare genitori di un figlio non loro.

LE INCOGNITE SI SOMMANO. Questa è una scelta legittima, frutto di un attento ascolto di se stessi e del partner. Una scelta che permette di fare delle valutazioni su quello che che si è in grado di offrire e desiderare in quel momento, sia come singoli sia a livello di coppia. Credo anche che, al di là dell’esempio specifico, la presenza di una disabilità possa spaventare perché è appunto spesso vissuta come un ulteriore elemento di incertezza che va a sommarsi a tutte le incognite portate in dono da un bambino che non si conosce ancora. Per questo gli operatori dell’equipe adozioni (solitamente assistenti sociali e psicologi) rivestono un ruolo cruciale nel processo di valutazione dell’idoneità di una coppia all’esercizio del ruolo genitoriale prima e nel percorso di accompagnamento all’adozione poi.

LA DISABILITÀ? UN ELEMENTO NEUTRO. Potrebbero essere proprio loro (magari lo fanno già) a offrire un possibile punto di vista diverso rispetto al comune sentire e cioè che la crescita e l’educazione di un figlio sono sempre e comunque processi che contemplano un buon margine di incertezza anche in assenza di disabilità. E magari potrebbero aiutare i futuri genitori a riflettere sul fatto che la disabilità è di per sé un elemento neutro: siamo noi a decidere il modo in cui guardarla, se come un limite o come una risorsa per la famiglia e la comunità.

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