Rom Borgaretto 7
Cronaca
2 Maggio Mag 2018 1200 02 maggio 2018

Rom, la vita dopo lo sgombero

L'80% della popolazione vive ancora nelle baraccopoli. Che spesso sono smantellate, come nel caso di Beinasco, nel Torinese. Le alternative sono poche. E a pagare il prezzo più caro sono i bambini. 

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Alessio scende dal camper, tutto intorno capannoni industriali, poco lontano qualche prostituta in attesa, anche se è solo pomeriggio. «La notte qui è pericoloso, siamo isolati e non possiamo dormire tranquilli», dice. Temono di essere aggrediti da qualche razzista o dai “protettori” preoccupati che la presenza di quella famiglia rovini gli affari. Il piccolo Marco gioca sull'asfalto vicino alla strada dove auto e tir sfrecciano. «In un mese abbiamo dovuto spostarci cinque volte. Avevo parcheggiato vicino alla scuola per permettere a mio figlio di frequentare, non c'era nessun divieto per i camper, ma ci hanno mandato via anche da lì».

LO SGOMBERO SOTTO LA NEVE. Domenica 4 marzo, prima che si chiudessero le urne, lui e le sei famiglie rom che risiedevano dal 2010 nell'area di sosta autorizzata di Borgaretto, frazione del comune di Beinasco, a Sud di Torino, avevano già avuto il responso. La Giunta comunale aveva deciso che quel campo andava smantellato. Lo sgombero, su un terreno reso ancor più impraticabile dalla recente nevicata, ha costretto a spostarsi 11 adulti e 12 bambini, uno di appena un mese e mezzo.

«LA MANCATA INTEGRAZIONE». Maurizio Piazza, sindaco Pd di Beinasco, che il 7 marzo, giorno dell’abbattimento definitivo, aveva voluto essere presente, ha giustificato così la sua decisione: «Il motivo principale dello sgombero è la mancata integrazione delle famiglie su cui abbiamo investito per otto anni. Non hanno colto le opportunità offerte». Nel novembre 2015, ha continuato il primo cittadino, «abbiamo tenuto un’assemblea pubblica per spiegare il percorso che avevamo intrapreso, hanno partecipato 500 persone, molte delle quali hanno manifestato insofferenza. Alcune con affermazioni di stampo apertamente razzista. Per una casa popolare assegnata a una famiglia rom ho ricevuto una petizione sottoscritta da 300 persone contrarie. Alcune famiglie italiane si rifiutavano di mandare i figli a scuola coi rom e negli ultimi anni, insieme alle forze dell'ordine, abbiamo dovuto monitorare il rischio di atti di violenza verso il campo».

Nonostante dal 2012 l’Italia abbia recepito la Strategia europea per l’integrazione di rom, sinti e camminanti, le istituzioni continuano con l’applicazione di misure esclusivamente emergenziali, come gli sgomberi. L’Associazione 21 Luglio ne ha registrati 230 solo nel 2017. L’Unhcr stigmatizza queste azioni, spesso effettuate senza il dovuto rispetto dei diritti umani, che accrescono il disagio socio-economico delle famiglie invece di ridurlo, in aperto contrasto con gli intenti della Strategia.

IL TRAUMA DEI PIÙ PICCOLI. L’80% dei rom vive ancora nei campi, il 36% dei quali illegali. Le privazioni per chi ci passa l’intera esistenza sono tali che l’aspettativa di vita è di 10 anni inferiore a quella degli italiani. A subire il trauma maggiore per i continui spostamenti forzati sono i bambini che, oltre all’aspetto psicologico derivante dalla perdita della casa, si trovano a vivere lontano dagli istituti scolastici a cui sono iscritti, con ripercussioni negative sulla frequenza. Non stupiscono quindi i dati dell’Anci secondo i quali dal 2007 al 2014 la diminuzione dei bambini rom a scuola è stata del 5,6%, con una percentuale maggiore per gli asili nido e le elementari. Senza la volontà politica di superare la segregazione razziale e realizzare interventi di lungo respiro, gli invisibili sono finiti per diventare inesistenti. Secondo la Commissione straordinaria del Senato 15 mila bambini rom nati in Italia, per la legge, non esistono.

L'80% dei rom vive in campi.

Quello che più ha colpito le famiglie di Borgaretto è stata la pressione esercitata dalle istituzioni. «Dicevano che dovevamo andarcene altrimenti ci avrebbero portato via i bambini. Anche ora che è stato distrutto il campo stanno facendo di tutto per mandarci via da Beinasco», racconta Naida, moglie di Alessio, al terzo mese di gravidanza. Molti altri rom hanno raccontato di minacce ricevute negli ultimi mesi di residenza al campo, sia da parte delle forze dell’ordine sia dai membri dell’amministrazione comunale, cosa che il sindaco Piazza smentisce categoricamente.

SPAVENTATI DAI SERVIZI SOCIALI. Anche l’avvocato Gianluca Vitale, che ha scelto di difendere i diritti delle famiglie sgomberate, era presente il giorno dell'abbattimento: «Si è contestato un abuso che esisteva da 10 anni, le costruzioni erano le stesse e il Comune ne era consapevole. Avrebbero potuto abbattere le casette e lasciarli vivere nelle roulotte o nei camper, ma hanno aggiunto l'allontanamento dal campo per violazione del regolamento. La motivazione dei provvedimenti era assolutamente erronea, priva di presupposti, non corrispondente ai singoli casi dei nuclei familiari. Si è trattato di provvedimenti collettivi e discriminatori». Nessuna famiglia ha voluto fare ricorso contro lo sgombero, anche se avrebbero avuto buone possibilità di vincere. «Sono molto spaventati, la minaccia di dare i bambini in affidamento attraverso i Servizi sociali ha avuto un peso notevole», conclude Vitale.

CONDIZIONI AL LIMITE. Le contestazioni alle singole persone si sono di fatto estese a tutti i residenti, e lo sgombero, uno dei tanti subiti, viene vissuto dalle famiglie come una punizione di massa. Le condizioni nel campo non erano certo ideali né favorevoli alla proclamata “integrazione”. In otto anni non sono mai stati realizzati punti luce per ogni famiglia, bisognava allacciarsi a un quadro elettrico messo dal Comune. L'acqua c'era, ma i rubinetti erano fuori dalle case e spesso col freddo si rompevano. L’acqua calda veniva ottenuta riscaldandola nelle pentole, cosa che permetteva di alzare la temperatura nelle casette, gelide d’inverno. Per più di un anno le famiglie hanno dovuto arrangiarsi con un unico bagno sistemato in mezzo al cortile. Poi è stato costruito un monoblocco con sei water alla turca e uno per le docce. «Nonostante fosse dura viverci era una casa per 40 persone», allarga le braccia Alessio sollevando suo figlio e issandolo sul camper.

Uno sgombero.

Rosi Mangiacavallo che monitora la situazione dei rom in Italia per l’Errc (European Roma Right Centre) è convinta che ci sia stata una aperta violazione dei diritti delle famiglie sanciti dalla Corte europea dei Diritti dell'Uomo e dalla Carta sociale europea. «La perdita della casa è la forma più estrema di interferenza nella vita privata e familiare. La legge prescrive che gli sgomberi debbano essere effettuati solo nei casi di forza maggiore o in circostanze eccezionali e sempre garantendo una alternativa abitativa». L'alternativa proposta dal Comune era una residenza per sole madri con figli, i padri dovevano trovarsi una sistemazione altrove. Nessuna famiglia ha accettato e i Servizi sociali non hanno preso alcuna iniziativa per alleggerire la condizione delle persone.

«ALMENO SIAMO VICINO A UNA FONTANA». Davanti alla chiesa evangelica del quartiere Mirafiori di Torino, in un camper malandato e sotto sequestro, vivono altri ex abitanti del campo, Halid, Maria e i loro tre bambini, occhi azzurri e sorriso sbarazzino. Insieme a loro Mirko, Irma e il piccolo Antoine, che al momento dello sgombero aveva poco più di un mese. Quattro adulti e quattro bambini in uno spazio angusto e senza riscaldamento. «Per lo meno qui vicino ci sono un bagno pubblico e una fontana. Purtroppo la gente non ci vuole, ma come facciamo ad andare via e poi dove?». Vivono in un quartiere difficile e il rischio di atti di violenza non può essere escluso. Maria è stanca, lontano da quel campo in cui si era sposata e dove erano nati i suoi figli non trova un motivo per sorridere. «Andavano all'asilo a Borgaretto, ora dovrei prendere tre autobus, non ce la faccio tutti i giorni». Irma ha poca voglia di parlare, la convivenza è dura e il bambino dorme poco la notte.

LA SCUOLA NONOSTANTE TUTTO. Silvia è cresciuta nel campo di Borgaretto, ora vive in un camper insieme alla madre Fatima, malata di diabete. Lei è una delle poche che ha potuto continuare gli studi. Quest'anno sosterrà gli esami di terza media: «Ho fatto la preiscrizione a un liceo e a un professionale, deciderò dopo l'estate». La famiglia di Silvia si era spostata a Borgaretto dopo un precedente sgombero dovuto all'esproprio del terreno di loro proprietà su cui doveva passare la nuova strada statale. Il padre di Valentina aveva acquistato quel terreno per 15 mila euro. «Quando ci hanno mandato via non abbiamo ricevuto nessun indennizzo», aggiunge Fatima. Le famiglie si stanno allontanando in ordine sparso da Beinasco, pochi trovano solidarietà in quel territorio in cui hanno vissuto per anni. Il loro modo di vivere, biasimato dai civili italiani, è una scelta imposta dalla marginalità in cui crescono da generazioni e il nomadismo una tradizione che affonda le radici nella paura.

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