Macerata Nigeriano
BLUES
11 Maggio Mag 2018 1433 11 maggio 2018

Il romanzo criminale delle Marche

Dagli omici di Emmanuel Chidi Namni e Palema Mastropietro, fino al caso Traini. L'escalation di fatti di cronaca nera in una regione considerata da molti un'isola felice.

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Ci son di quelle regioni, piccole, defilate anche se ci passano a milioni di vacanzieri, di lavoranti da Nord a Sud, che vivono per anni, per decenni in fama di isole felici, piccoli paradisi idilliaci dove non succede quasi niente e quel poco ancora legato a dinamiche quasi mistiche, quella ingenuità affatata che avrebbe rimpianto un Pasolini. Tra queste le Marche: ambigua, sfuggente regione, stretta ma lunga, un ponte che collega l'Adriatico agli Appennini, ai monti Azzurri come li vedeva Leopardi dall'ingrata Recanati, e la Romagna da cui Pesaro si lascia tentare fino all'Abruzzo, dove quasi già frana San Benedetto del Tronto. Poca densità, un milione e mezzo di persone spalmate lungo 160 chilometri, regione misconosciuta, equivocata ancora oggi ma capace di alcuni exploit clamorosi, il più grande poeta della modernità, Leopardi, il tenore Gigli, il compositore Rossini.

UN TERRITORIO FRANTUMATO IN DEFINIZIONI. Non c'è una regione così piccola e così opinabile, frantumata in definizioni, in sentimenti, in declinazioni latitudinali e storiche, linguistiche: tra Marche galliche, fino al limite dorico, gallo picene che a spanne coprono l'Anconetano, centrali che sarebbero Macerata e dintorni, fino alle inflessioni umbre, tosco-umbre, e poi meridionali o piceno-aprutine, cioè l'Ascolano che già respira venti d'Abruzzo e perfino echi ciociari, sabini, appena evirato del Fermano; tra rosse, che risentono delle escandescenze politiche romagnole, e nere, reazionarie, ultima enclave ottocentesca dello Stato Pontificio; tra il dinamismo della parte Nord, il pesarese mobiliero, l'anconetano della raffineria e della politica locale, il fermano-maceratese “scarparo” fino all'assistenzialismo della Cassa del Mezzogiorno sempre rimproverato alla frazione bassa, anche dopo che la Cassa del Mezzogiorno spirò alla fine del 1992, come a dire «è qui che comincia il Sud».

Grande è il trauma, il 6 luglio del 2016, quando un ultrà in odor di neofascismo, Amedeo Mancini, ammazza con un pugno proibito un migrante nigeriano, Emmanuel Chidi Namni

Ma San Bendetto è centro turistico di prim'ordine, Ascoli scrigno torpido dove si sa vivere, si vive benissimo. Tutte separazioni virtuali che, ecco il paradosso, si concentrano nella divisione più marcata e meno certa, più discutibile, quella tra Marche pulite e sporche, la cui linea di confine ciascuno aggiusta a suo gusto. Bene, queste Marche sacre e blasfeme, incastonate in diademi di borghi e di villaggi implosi in loro stessi, queste «Marche-Marche», secondo una definizione di Luca Goldoni, per dire le più veraci, fondenti, che non le incontri discendendo in senso autostradale ma ti ci devi incistare, devi andare scovandole per direttrici aleatorie, quest'isola sedicente felice, è andata in crisi. È andata in pezzi. Specie la parte “sporca”, se la vogliamo così inchiodare sulla cartina, quella che contempla il Maceratese e il Fermano a cavallo del Chienti, si ritrova da due anni teatro di fatti atroci, sui quali perfino le neghittose cronache nazionali sono costrette a soffermarsi.

L'ARRIVO DEI BOSS MESSI A CONFINO. Chi ci vive, chi vi registra gli accadimenti, lo sa: non esiste un'isola felice e anche qui il sangue scorre a fiumi fin dagli ultimi anni Ottanta, quando una applicazione sciagurata della legge Pica sul confino scaricava boss in soggiorno obbligato che piantavano radici avvelenate, di malaffare, in queste terre criminalmente vergini e impreparate. Solo a Fermo e dintorni, per buona parte degli Anni 90, una trafila di delitti trucidi, quasi tutti impuniti: prostitute ritrovate a frammenti nelle campagne o segate in due in un pozzo, femminielli decapitati o maciullati, storie di corna che finivano con la donna scaricata in un pozzo aziendale ancora viva e sulla quale il giovane amante, unico reo confesso, non mancava ogni mattina di versare un po' di acido. Poi i primi maxiprocessi per i traffici di droga in grande stile, sempre da boss in disarmo ma pur sempre attivi. Poi sarebbero subentrati i giri stranieri, nordafricani, balcanici. Ma è nell'ultimo biennio che i riflettori si sono davvero accesi su questo spicchio di terra ancora più contadina che industriale, almeno per retaggio, per mentalità. Senza potersi spegnere più.

Pamela Mastropiero.
ANSA

Grande è il trauma, il 6 luglio del 2016, quando un ultrà in odor di neofascismo, Amedeo Mancini, ammazza con un pugno proibito un migrante nigeriano, Emmanuel Chidi Namni al culmine di una lite di strada. Emmanuel sta camminando con la moglie, Chinyery, in una strada che porta alla centrale piazza del Popolo quando Mancini insieme a un amico li nota, li apostrofa pesantemente: «Negri, scimmie di merda». «Lui si diverte a tirare le noccioline ai neri», spiegherà poi il fratello. Sono neri, hanno già sperimentato le violenze di Boko Haram e poi quelle dei carcerieri libici in un centro di smistamento, lei per le botte ha perso il bambino. Emmanuel non ci sta, reagisce, vola un palo stradale in circostanze mai del tutto chiarite. A quel punto Mancini scatta, il suo pugno di picchiatore da stadio, di pugile dilettante si abbatte sulla mascella di Emmanuel, devastandola. Il nigeriano nel cadere picchia anche la testa sul marciapiede, mentre Mancini gli balla sopra: come l'ho preso bene, come l'ho allungato.

FERMO IN DIFESA DI MANCINI. La città prende subito le parti del suo “figlio”, agevolata da versioni di comodo, quando non menzognere, fatte opportunamente circolare, su tutte quella della responsabilità in capo al nigeriano che avrebbe fomentato la rissa: è africano, ospite, non doveva reagire. Detto da gente pronta a sprangarti per uno sguardo, un sorpasso, un gol allo stadio. Mancini verrà processato in tempi brevissimi, uscendone con un patteggiamento a quattro anni per omicidio preterintenzionale e scontando di fatto solo un paio di mesi di carcere preventivo, fra le proteste furibonde di una città che nel frattempo lo ha adottato a eroe-martire cittadino e che in questa vicenda rivela davvero la parte più miserabile, o sincera, di sé. Nello stesso periodo, Fermo è interessata da almeno altri due fatti allarmanti: una serie di bombe fatte brillare davanti ad alcune chiese, per le quali infine vengono arrestati altri due ultras della Fermana (si pentono immediatamente), e alcuni colpi di arma da fuoco sparati in due occasioni nottetempo all'indirizzo dei vigili urbani, da soggetti che le indagini non riusciranno a individuare.

All'incirca 18 mesi dopo, alla fine del gennaio 2018, varcato il Chienti, a Macerata, il dramma si recita a ruoli invertiti: questa volta il nigeriano, o i nigeriani, figurano dalla parte degli aguzzini e la vittima è la giovanissima Pamela Mastropiero

All'incirca 18 mesi dopo, alla fine del gennaio 2018, varcato il Chienti, a Macerata, il dramma si recita a ruoli invertiti: questa volta il nigeriano, o i nigeriani, figurano dalla parte degli aguzzini e la vittima è la giovanissima Pamela Mastropiero, 18 anni e tanti problemi di droga, evasa da una comunità nelle campagne di Corridonia, ritrovata a pezzi in un trolley abbandonato nelle campagne di Pollenza a fianco ad un secondo bagaglio. Le indagini portano dritte a un nucleo di migranti attivi nello spaccio: la giovane, dopo una serie di incontri casuali, si imbatte in tale Innocent Oseghale, che vende droga ai giardini Diaz, vanno insieme in farmacia, a prendere le siringhe, poi salgono in casa di lui in via Spalato. Da qui Pamela non esce viva, ma l'overdose non c'entra, le perizie chiariscono: l'assunzione di eroina, passata dal nigeriano alla giovane, non ha influito, è stato lui ad accoltellarla al fegato ripetutamente per poi sezionarla.

LA VENDETTA DI TRAIMI. Grande è il trauma, la piccola, studentesca, parrocchiale Macerata è sconvolta, ma non è ancora finita: pochi giorni dopo, il 5 di febbraio, un neofascista del luogo, Luca Traini, prende una rivoltella e, impancatosi a giustiziere, comincia un allucinante tiro al bersaglio su tutti quelli di colore che incontra. Ne ferisce sei, alcuni in modo grave, prima di venire neutralizzato. Il processo nei suoi confronti è appena cominciato e l'avvocato si gioca, naturalmente, la carta della seminfermità mentale. Che Traini avesse problemi psichici è noto in città, non al punto però da non capire cosa stava facendo e cioè tentare una strage. È un criminale, prima che un esaltato. Nel frattempo a Roma si tengono, dopo tre mesi per via dei tempi tecnici legati all'autopsia e alla indagini, i funerali di Pamela, gravati da ombre, sospetti e dalle conversazioni terribili dei nigeriani in carcere, Lucky Desmond e Awelima Lucky, che riferendosi a Oseghale dicono: «Ma che ha fatto quel coglione? Doveva mangiarla, così non la trovavano più. Altro che questo abbiamo fatto, queste sono bambinate». E si può rabbrividire fin che si vuole, ma non si può fingere che la città non patisse da anni un problema legato all'immigrazione criminale refrattaria ad integrarsi: il principale sospettato, Oseghale, risulta in carico ai servizi sociali, coi quali però rifiutava di collaborare, dedicandosi a plurime attività illecite.

Sempre nel Maceratese, a fine febbraio, in pieno choc per la vicenda di Pamela, una nuova tragedia: lungo la strada che porta a Trodica di Morrovalle viene rinvenuto il corpo di un'altra giovanissima: ha 19 anni, è pakistana, si chiamava Azka Riaz, non ha avuto misericordia: in fuga da un padre padrone violento, che non aveva remore nel picchiarla selvaggiamente, cade lunga distesa sull'asfalto, forse intontita dalle botte ricevute e qui viene travolta da un automobilista, un croato di 52 anni che, nell'oscurità della sera precoce, non riesce a distinguerne il corpo. Ancora pochi giorni e, questa volta in provincia di Fermo, a Montegiorgio, il 12 marzo una anziana di 79 anni, Maria Biancucci, viene trovata senza vita dal figlio, Marcello Balestrini, imprenditore 57enne rincasato tardi. È stata soffocata, ignoti rapinatori l'hanno legata mani e piedi con nastro da pacco e poi le hanno tappato la bocca per impedirle di urlare.

QUELLE OSSA UMANE RITROVATE DOPO ANNI. Neanche il tempo di archiviare quest'altra cronaca, che, alla fine di marzo, da un pozzo dietro il famigerato Hotel House di Recanati, doppio falansterio di immigrazione incontrollata e disperata, saltano fuori resti di ossa umane. Secondo le prime ipotesi, suffragate da brandelli di vestiti, sembrano appartenere a una quindicenne bengalese scomparsa otto anni fa, nel 2010, Cameyi Mosammet, allontanatasi da Ancora, dove viveva con la famiglia, e registrata per l'ultima volta dalle telecamere del termitaio umano con un ragazzo ventenne al quale era legata, a suo tempo era brevemente finito nel giro delle indagini per poi venire scagionato. Ma i frammenti ossei, che in larga parte coincidono, non sono solo suoi; ce ne sono altri, più piccoli, che riconducono ad almeno un altro cadavere ancora più giovane e lasciano sospettare una orribile discarica umana (le procedure per la comparazione del dna sono cominciate solo recentemente).

Sempre nel Maceratese, a fine febbraio, in pieno choc per la vicenda di Pamela, una nuova tragedia: lungo la strada che porta a Trodica di Morrovalle viene rinvenuto il corpo di un'altra giovanissima

Torniamo sul versante fermano, a Sant'Elpidio a Mare dove il 28 aprile si ha una replica della tragica rapina di Montegiorgio di poco più di un mese prima. Anche l'esito è lo stesso: questa volta a lasciarci la pelle, sempre per asfissia, è un 65enne, Stefano Marilungo, titolare (e aggredito) insieme al fratello di un'impresa di pompe funebri; sarà proprio il superstite, Sergio, a fornire indicazioni agli inquirenti: una banda di tre elementi dall'accento dell'Rst europeo, duri e cattivi. Probabilmente i due delitti sono collegati, la tecnica è la stessa, parte la caccia all'uomo, alcune piste sembrano attraversare il quartiere ghetto di Lido 3 Archi, lungo la fascia costiera fermanas, altro ricettacolo, come l'Hotel House recanatese, di una immigrazione abbandonata a se stessa, non integrata e frammista a fuggiaschi e pregiudicati di ogni genere, sia locali che dal sud Italia. Uno di quei luoghi dove brutalità, regolamenti di conti, faide, omicidi sono all'ordine del giorno, anzi della notte. Uno di quegli imbuti dove in una sola notte possono volare in due da due diversi balconi. Uno di quei posti dove, se ci passi, ti chiedi quale provvidenza possa mai decidere di far nascere dei bambini proprio qui, dove le pianticelle, il mare, il sole sono senza senso e l'unico colore è quello di un sangue buio, fondo, senza speranza. Isole d'inferno nell'isola felice.

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