Shōkō Asahara Giappone
Cronaca
7 Luglio Lug 2018 0900 07 luglio 2018

Shoko Asahara, la setta e l'attentato al sarin di Tokyo

Leader della Aum Shinrikyo, pianificò la strage alla metropolitana che nel 1995 causò 13 morti. Chi era il santone la cui esecuzione chiude una pagina nera del Giappone.

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Il 20 marzo 1995 per il Giappone è stato uno dei giorni più drammatici dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Un attentato terroristico nella metropolitana di Tokyo provocò 13 morti e intossica almeno 6.200 persone. Ventitre anni dopo, il Paese del Sol Levante ha saldato il proprio debito con i responsabili di quell'azione giustiziandone sette, tra cui il leader carismatico Shōkō Asahara, l'uomo che pianificò la strage che, se fosse stata portata a termine alla perfezione, sarebbe costata la vita a migliaia di persone.

L'attentato a opera della setta Aum Shinrikyō

Il 20 marzo era un giorno come tanti altri, piuttosto freddo, riportano le cronache dell'epoca, dalle temperature ancora rigide, legate all'inverno. Come al solito, milioni di persone (Tokyo già nel 1995 era una delle capitali più popolose del Pianeta) si riversarono nella metropolitana. Quei corridoi costantemente tirati a lucido dagli inservienti diventarono in pochi minuti gallerie brulicanti. Nessuno poteva immaginare che nei cestini dei rifiuti la setta religiosa Aum Shinrikyō (Suprema Verità) avesse piazzato diversi sacchi di sarin liquido, un veleno mortale che evapora immediatamente al contatto con l'aria.

Ombrelli dalla punta affilata per bucare i sacchi del veleno

Il piano era stato preparato con una cura meticolosa: all'ora convenuta, le otto del mattino, quando nella metropolitana si trovava il maggior numero di utenti, i membri dell'organizzazione si confusero tra la folla bucando i sacchi e avvelenando con i miasmi i passeggeri. Questo anche grazie al sistema di aerazione che espanse in fretta la nube tossica, moltiplicandone gli effetti. Per evitare di essere fermati ai tornelli dagli uomini della sicurezza, gli adepti della Aum Shinrikyō non portarono con sé né punteruoli né coltelli: ciascuno aveva solo un ombrello cui era stata affilata la punta per forare i sacchi. Solo il caso impedì ai militanti di bucare tutti i contenitori, salvando così involontariamente la vita a migliaia di persone, anche se il bilancio dell'attentato fu comunque drammatico: 13 morti e 6.200 intossicati. Un anno prima, la setta aveva già colpito a Matsumoto ed era riuscita a uccidere 7 persone e a intossicarne 600.

Le conseguenze dell'attentato

L'evento segnò a tal punto il Giappone che, per diversi anni, dalla metropolitana di Tokyo vennero eliminati i cestini dei rifiuti in quanto possibili nascondigli in cui riporre ordigni o sacchi di sarin. E ancora oggi, sempre nei corridoi sotterranei della metro, sono affisse le foto segnaletiche, ingiallite, degli altri appartenenti alla setta sfuggiti alla cattura della polizia. Il leader Shōkō Asahara, invece, venne catturato due mesi dopo l'attentato e subito riconosciuto dagli inquirenti quale ideatore e mandante del piano terroristico.

Chi era il santone con oltre 40 mila proseliti

Giustiziato dopo oltre due decadi da quei fatti, all'età di 63 anni, ormai quasi completamente cieco e, secondo alcune perizie, incapace di intendere e volere, Shōkō Asahara è stato descritto da chi lo ha conosciuto come una mente brillante e una personalità affabile e affascinante. Negli Anni 80, Asahara creò la setta Aum Shinrikyō fondendo insieme misticismo, disciplina tantrica, sciamanesimo e anche un pizzico di religione cattolica. Un miscuglio improbabile di regole morali e superstizioni (Asahara aveva convinto i suoi seguaci che il mondo sarebbe finito nel 1997) che riuscì a irretire migliaia di persone, ben 10 mila solo in Giappone, di cui almeno 1000 erano monaci, altri 30 mila in Russia. E tutto partì da una scuola di yoga.

L'ascesa e il declino della setta: oggi è sommersa dai debiti

Predicando, Asahara riuscì a raccogliere, nel 1995, circa 400 miliardi di lire che investì nella gestione di scuole, ospedali privati e sedi di rappresentanza a Boston, Bonn e a New York. Il santone all'inizio degli Anni 90 tentò anche la carriera politica e sembra che l'idea degli attentati venne maturata proprio in seguito alla sua mancata elezione, come forma di vendetta nei confronti del sistema. La setta, grande e potente, non solo agiva alla luce del sole ma aveva anche ricevuto l'imprimatur ufficiale del governo nipponico per ottenere l'esenzione fiscale. Oggi, il gruppo parareligioso è sopravvissuto alla vicenda giudiziaria che ne ha decapitato i vertici e decimato gli iscritti, anche se ha preferito cambiare nome in Aleph (la prima lettera dell'alfabeto ebraico), conta solo un migliaio di proseliti e, soprattutto, versa in situazioni economiche drammatiche, essendo stata condannata al risarcimento dei parenti delle vittime dei due attentati.

Gli attentati falliti: nel mirino anche il Palazzo imperiale

Nel 1998 il New York Times riportò che il vero piano della setta andasse ben oltre gli attentati di Tokyo e di Matsumoto e fosse quello di fare scoppiare una terza guerra mondiale attraverso la quale purificare il mondo. I deliranti piani di Asahara e dei suoi prevedevano di colpire il parlamento, il Palazzo dell'imperatore e la base statunitense di Yokosuka. Secondo il quotidiano, il gruppo per almeno nove volte tentò di diffondere nell'aria germi e batteri lanciati da camion in corsa o dai tetti più alti di Tokyo. Gli attentati sarebbero falliti solo perché la setta non era ancora riuscita a mettere le mani su virus sufficientemente potenti, capaci di sopravvivere a lungo all'aria aperta. Il rischio non sfuggì all'Intelligence statunitense, tanto che il presidente Bill Clinton nel 1995 a potenziare le difese in caso di attacco batteriologico.

L'atto eroico del capostazione e la rabbia della vedova

La pena capitale inflitta il 6 luglio 2018 ai sei militanti della setta non ha riportato a galla soltanto un dramma che il Giappone non è mai riuscito a superare, ma anche la figura emblematica di Kazumasa Takahashi, il capostazione della fermata di Kasumigaseki che, senza comprendere il rischio mortale cui andava incontro ma avendo intuito di trovarsi di fronte a un attentato, corse ad asciugare il contenuto tossico fuoriuscito dal sacco, impedendo al liquido di diventare volatile e salvando la vita ai passeggeri. Takahashi fu una delle 13 vittime e sua moglie, la signora Shizue, in questi anni ha combattuto a lungo, nei tribunali e nelle piazze, per ottenere giustizia e fare in modo che i riflettori dei media non si spegnessero prima della condanna di Shōkō Asahara, istituendo anche un gruppo a sostegno di tutti i famigliari delle vittime. E a chi oggi le chiede se non è un controsenso che uno Stato moderno ed evoluto come il Giappone si affidi ancora la pena capitale, lei risponde: «Il problema semmai è che nel frattempo i parenti di mio marito e i miei sono scomparsi, non riuscendo a ottenere la giustizia dovuta».

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