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30 Luglio Lug 2018 0919 30 luglio 2018

L'eredità di Rocco Chinnici: da Caponnetto al pool antimafia

Il 29 luglio 1983 Cosa nostra fece saltare in aria il giudice di Palermo. Al suo posto arrivò il giudice di Firenze che, insieme a Falcone e Borsellino, proseguì la lotta alle cosche.

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Trentacinque anni fa, settantacinque chili del solito tritolo favevano saltare in aria Rocco Chinnici, il giudice, il primo ad avere l'idea del pool antimafia. «Così rovini l'economia siciliana», gli dicevano, e lui sapeva di dover morire. Lo “scoppiano” davanti casa, la classica 126 imbottita di esplosivo: un marchio di fabbrica, a premere il telecomando è il sicario Antonio Madonia, ma dietro ci stanno i soliti Riina, Provenzano, e non mancano, come mandati diretti, i cugini Salvo, Nino e Ignazio. È una strage: insieme a Chinnici – soccorso, agonizzante, dai figli scesi in strada, anche questo un topos dei massacri di mafia - cadono il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l'appuntato Salvatore Bartolotta, che gli fanno da scorta, e il portiere dello stabile in via Pipitone Federico, Stefano Li Sacchi. Il giudice che commina 12 ergastoli più un'altra ventina di pene accessorie, Antonino Saitta, verrà punito allo stesso modo, cinque anni più tardi, insieme al figlio Stefano.

Rocco Chinnici.

CAPONNETTO SOSTITUISCE CHINNICI E RINFORZA IL POOL

Ogni anno, il 29 luglio è giorno di fanfare, di inni, di fasce tricolori, insomma di commemorazioni. Ma nessuno ricorda cosa accadde dopo: e invece il dopo è storia. A Firenze c'è un maturo, tranquillo giudice che si avvia alla pensione, siciliano d'origine, si chiama Antonino Caponnetto: guarda il telegiornale, guarda le scene della strage, si sente male. Rabbia e disperazione lo bruciano. Prende seduta stante una decisione. Si siede a tavolino, stende una lettera. Pochissime sere dopo, il telegiornale annuncia che il magistrato Caponnetto ha fatto domanda per sostituire a Palermo l'assassinato Chinnici, in modo da continuarne l'opera in embrione. «Ma Nino, cosa fai? E non mi dici niente? E lo debbo venire a sapere dal telegiornale?», gli chiede la moglie, Betta. «Dovresti esserne fiera», la fulmina lui. Un'altra donna farebbe le valigie per andarsene, ma Betta non è una donna comune, sa di avere vicino un uomo non comune e le valigie le fa, ma per seguirlo.

Caponnetto a Palermo trova subito un biglietto, sulla scrivania del suo ufficio dentro una caserma della Guardia di finanza: «Benvenuto a morire qui»

Caponnetto a Palermo trova subito un biglietto, sulla scrivania del suo ufficio dentro una caserma della Guardia di finanza, che in teoria è superprotetto, controllato, sorvegliato: «Benvenuto a morire qui». Non si agita, se l'aspettava, sorride: è come un rito di passaggio: adesso può mettersi al lavoro sul serio, può mettere insieme l'eredità di Chinnici, quei giudici giovani, duri e sensibili, determinati, che pensano siciliano, che sono in grado di capire, di anticipare le mosse dei mafiosi, ma che insieme pensano da giudici e anche da sbirri: follow the money, segui i soldi, non l'aria che cammina, non lo sparliu che nell'isola avvolge tutti, le fake news come le avrebbero definite 35 anni dopo, non i picciotti che vanno in giro a dire: «Ho visto lo su Totò, è magro come un'acciuga», e non è vero e significa tutt'altro. Loro seguono i soldi, i movimenti bancari, e arrivano ai grandi traffici, ai nascondigli, alle raffinerie della droga, ai progetti di espansione. Sono Falcone, Borsellino, Di Lello, Guarnotta, sono il pool che finalmente vive, esiste. E agisce, e come agisce.

Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Antonino Caponnetto.

Caponnetto ha una forma mentis, se l'è fatta sulla base dell'azione di Giancarlo Caselli contro il terrorismo: agire in falange, compatti, interconnessi, un giudice solo lo spaventi, lo neutralizzi, un gruppo coordinato è più difficile da comprare, da controllare, da intralciare. Tre anni di fatica disumana e geniale, tre anni di intuizioni, riscontri, sigarette bruciate in una tirata, attentati mancati, e sempre più densa la sensazione che un giorno toccherà a loro, a ciascuno di loro. «Prima tu o prima io?», scherzano sempre nel pool. Forse Falcone e Borsellino si stavano dicendo la stessa cosa in quella foto immortale, andata oltre la simbologia.

IL MAXIPROCESSO A COSA NOSTRA E IL PERIODO DELLE STRAGI

Il maxiprocesso a Cosa Nostra si apre a Palermo il 10 febbraio 1986, gli imputati sono 474, c'è l'organigramma mafioso e c'è la politica locale dei Salvo, dei Ciancimino, quello del “sacco di Palermo”, della colossale speculazione edilizia. E ci sono tanti giornali che, non solo nell'isola, remano contro, che disinformano, insinuano. Ma il 16 dicembre 1987 arrivano 19 ergastoli e 2.665 anni di carcere, ridimensionati in Appello, poi confermati in Cassazione. Nel mezzo, cade un altro giudice, un altro Antonino, Scopelliti. La mafia reagirà da bestia ferita, con Capaci, con via d'Amelio, con l'attacco totale, insensato di Riina a tutti, magistrati, polizia, politici, militanti di altre cosche e persino della propria fazione, semplici cittadini; ma il pool di Caponnetto, ereditato da Chinnici, ha fatto qualcosa di più importante che giudicarla: l'ha stanata, ha dimostrato che non è invincibile, che anche le sue teste di ponte possono pentirsi, avere paura, possono scegliere di venire a patti con lo Stato, uno per tutti don Masino Buscetta, boss dei due mondi.

Chinnici e altri sono stati spazzati via, ma hanno vinto la loro partita. Anche Caponnetto, «testa pulita» come lo chiamavano i suoi giudici, capo del pool, padre putativo di tutti, ha vinto, anche se veder cadere i suoi figliocci lo segnerà per sempre. Avevano messo in conto, tutti insieme, di dare una bastonata epocale all'Onorata società: ci sono riusciti, anche se il prezzo da pagare è stato infinito. Proprio lui, il più anziano, “il nonno”, è sopravvissuto e, quasi per espiare, tornato a Firenze si dedica ad una pensione massacrante, cento, 150 visite all'anno nelle scuole, per raccontare, per spiegare quello che forse spiegare non si può. Fare il giudice a Palermo! Oltre ogni fiction, tutto quello che puoi pensare è vero. Cinque anni blindato, sepolto vivo con la moglie. Una volta gli chiesero che città fosse Palermo: «Non lo so, non l'ho mai vista», rispose. E non c'era affettazione, lo diceva come la cosa più naturale, più scontata del mondo, come faceva quel giornalista a non capirlo?

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