ASILI NIDO RITARDO ITALIA
31 Luglio Lug 2018 0800 31 luglio 2018

Asili nido: il ritardo italiano rispetto all'Europa

L'Ue dal 2002 ci chiede più strutture per la prima infanzia. Eppure siamo riusciti a rispondere solo in parte, nonostante i finanziamenti a pioggia. A pesare il gap Nord-Sud.

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L'Unione europea ci chiede più nidi dal 2002, da quando, cioè, il Consiglio europeo di Barcellona pose a tutti gli Stati membri due obiettivi: «Fornire, entro il 2010, un’assistenza all’infanzia per almeno il 90% dei bambini di età compresa fra i 3 anni e l'età dell'obbligo scolastico» e «coprire con i propri servizi almeno il 33% dei bambini di età inferiore ai 3 anni». Il nostro Paese, però, non è riuscito a colmare il ritardo che lo separa dagli altri Stati membri. Questo nonostante negli ultimi 10 anni ogni governo abbia stanziato fondi a pioggia. Cos'è successo? Dove siano finiti tutti quei soldi e quale sia la situazione oggi è oggetto dell'ultimo report dell'Ufficio Valutazione Impatto del Senato (Uvi). Partiamo dunque da quello che si è riusciti a realizzare. Il primo obiettivo l'Italia lo ha raggiunto piuttosto in fretta e nel 2015 la percentuale di piccoli assistiti sfiorava il 96%, vale a dire 6 punti percentuali in più rispetto al parametro minimo richiesto da Bruxelles.

DIVARIO NORD-SUD: CAMPANIA GREMBIULINO NERO

Nello stesso anno sono stati censiti sul territorio nazionale 13.262 servizi per la prima infanzia, di cui il 36% pubblico e il 64% privato. I posti complessivi erano circa 360 mila, pari al 22,8% dei bambini italiani tra 0 e 2 anni. Spulciando i dati, emerge il solito divario settentrione-meridione. Più alta l’accoglienza in Valle d’Aosta (record nazionale: 39,9%), Umbria, Toscana, Emilia Romagna e Provincia autonoma di Trento, che hanno raggiunto e superato il target europeo del 33%, mentre, in tre regioni nel Sud - Calabria, Campania e Sicilia - meno del 10% dei bambini sotto i tre anni è stato accolto in un nido. Grembiulino nero alla Campania che si ferma appena al 6,4%.

Le risorse destinate al settore dei servizi educativi da zero a tre anni.

LE SPESE DELLO STATO PER I NIDI FANTASMA

Eppure, sottolinea il report dell'Uvi, gli stanziamenti negli anni non sono mancati. A partire dal piano straordinario avviato nel 2007, lo Stato ha destinato ai territori regionali circa 1.150 milioni di euro, in media circa 100 milioni l’anno, per sviluppare i servizi destinati alla prima infanzia. Globalmente, tra il piano straordinario e le risorse del Pac (piano azione coesione) del 2011, i finanziamenti ammontano a oltre 950 milioni di euro. Calabria, Campania, Sicilia e Puglia hanno assorbito da sole il 60% dei fondi. Ma non è finita, perché, a questi fondi si aggiungono le risorse comunali: dal 2008 al 2014 i sindaci hanno speso per i servizi zero/tre quasi 8,4 miliardi di euro. Le famiglie hanno contribuito in misura crescente ai costi del servizio: la loro quota è passata dal 17,4 al 20,4% della spesa.

LE DOTAZIONI DELLA BUONA SCUOLA

Otto anni dopo il piano straordinario per colmare il gap che riguarda il settore dell'assistenza dei bambini di età compresa tra 0 e 3 anni è arrivata la riforma della Buona scuola promossa dal governo Renzi. La norma prevede l'erogazione di altri fondi. Per la precisione, una dotazione di 209 milioni di euro nel 2017, 224 milioni nel 2018 e 239 milioni l’anno a decorrere dal 2019. L’obiettivo prioritario del Piano 2017 era quello di aumentare l’offerta dei servizi, raggiungendo il 75% dei comuni italiani e offrendo il 100% di copertura nella fascia tre/sei e il 33% nella fascia zero/tre. I bambini accolti dovrebbero salire a 343.583, ben 162.421 in più. Oltre a fotografare la situazione pregressa, il rapporto dell'Uvi ha effettuato alcuni studi sulle coperture finanziarie. Per la realizzazione dei 162 mila nuovi posti, stimando il costo medio dell’accoglienza per ogni bambino a circa 8 mila euro annui, le spese di gestione ammonteranno annualmente, a regime, a 2.736 milioni di euro. Ben più di quelli previsti dal passato esecutivo.

La spesa corrente dei Comuni per i servizi da zero a 3 anni.

I COSTI CONTINUANO A GRAVARE SULLE FAMIGLIE

Quanto alle criticità del sistema, i tecnici dell'Ufficio Valutazione Impatto del Senato non hanno dubbi e rispondono così alla nostra domanda iniziale su che fine abbia fatto tutto quel fiume di denaro: «La limitata offerta del settore zero/tre: ancora lontana dagli obiettivi europei stabiliti nel 2002, è fortemente frenata dai finanziamenti disponibili - discontinui, frammentati e insufficienti - così che i costi continuano a gravare principalmente sui bilanci dei comuni e delle famiglie». Non solo, a gravare un altro fattore: la diseguaglianza territoriale. Infatti, nel report si legge: «Il tasso di povertà materiale ed educativa dei bambini è in aumento, e ai primi posti dell’Indice di povertà educativa (IPE) 2018, calcolato da Save the children (Leggi anche: Fallimento scolastico e povertà, il rapporto di Save The Children) troviamo Campania, Sicilia, Calabria, Puglia e Molise».

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