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8 Agosto Ago 2018 1453 08 agosto 2018

L'incidente di Bologna e i feticisti del disastro

I poliziotti intervenuti dopo l'espolsione a Borgo Panigale da una parte. La stupida morbosità di quelli che si sono accalcati per filmare la tragedia dall'altra. Rischiando di complicare il salvataggio.

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Beato il Paese che non ha bisogno di eroi. Ma questo è un Paese – un mondo – difficile, maledetto, che di eroi per consolarsi ha bisogno ogni giorno e quindi ben vengano gli esempi delle divise, carabinieri, poliziotti, insieme alle tute dei vigili del fuoco, che una potenziale catastrofe sono riusciti ad arginarla a un morto e 145 feriti, alcuni gravi, nessuno in pericolo di vita. Nell'Italia dell'approssimazione, dei ritardi nei soccorsi, del tutto-che-non-va-e-niente-che-funziona, se non è l'uomo che morde il cane, poco ci manca e comunque rallegriamoci e tiriamo un sospirone di sollievo; anche di ammirazione per questi servitori dello Stato che, e forse questo è il loro migliore eroismo, bombardati come sono dalle telecamere si schermiscono, dicono che è stato dovere, solo dovere, che non vogliono essere chiamati eroi ma col loro nome e, in questo caso, sembrano davvero sinceri.

C'è però un aspetto sul quale le cronache non si sono granché soffermate, e sta nel rovescio della medaglia: perché dove ci sono eroi, di solito ci sono anche criminali o almeno imbecilli; a volte imbecilli che non si rendono conto di risolversi in criminali. Difatti, non mancano neanche questa volta. Gli sciagurati, nella fattispecie, sono quelli che, a decine, a legione, nell'imminenza del disastro si sono accalcati complicando l'azione dei soccorritori: «Ho sentito l'odore del gas, era inconfondibile. Allora ho messo la volante di traverso e ho bloccato il traffico. Poi sono andato a piedi verso il ponte, sotto c' erano persone che scattavano foto e facevano video. Ho urlato di allontanarsi». È con questi pezzi di idioti che i salvatori di Borgo Panigale hanno dovuto anzitutto avere a che fare, rischiando non solo di fallire nel loro coraggio senza confini, ma persino di dover contare il doppio delle vittime potenziali.

TUTTI COME PICCOLI ALLIEVI DI MONDO CANE E JACOPETT

La morbosità del disastro, il feticismo pavloviano del «qualcosa che succede» e quindi va filmato, qualunque cosa sia, la sensibilità della mandria che fila allegramente verso il baratro. Dal di dentro non se ne accorge nessuno, ma qualcuno ogni tanto dovrebbe filmare coloro che filmano, così si potrebbe assistere a una scena sconvolgente, aberrante più che allucinante: centinaia di esseri umani che vanno arrosto e altre centinaia che li inquadrano coi loro apparecchietti senza fare una piega; manco i film dell'orrore morboso di Gualtiero Jacopetti, Mondo Cane, Porco Mondo Porno, che, riconsiderati col senno di poi, appaiono sinistramente profetici. E nemmeno lontanamente l'odissea nello spazio di kubrikiana enfasi, coi trogloditi che pestano ossessivamente le loro ossa preistoriche. Siamo oltre, siamo al solfeggio compulsivo, inconsapevole su quelle carcasse del futuro che sono gli smartphone.

Il momento dell'esposione di Bologna.

D'accordo, vecchia storia, la tecnologia tascabile a (relativo) buon mercato ci ha cambiato, o forse ha semplicemente sguinzagliato il mostro ch'era in noi: che l'uomo sia fondamentalmente buono lo dicono, senza crederci, gli uomini di chiesa e lo sosteneva, purtroppo credendoci, Rousseau, che era arguto ma pazzo. Il punto, comunque, è che a munire di gingilli gli uomini carogne, li rendi ancora più carogne: e stupidi, e autolesionisti. E avevamo già avuto casi di morenti sul marciapiede, non più scavalcati ma immortalati da passanti, e abbiamo di continuo casi di intimità privatissime che poi vengono sbandierate urbi et orbi, a scopo punitivo, di rappresaglia o di ricatto, con conseguente suicidio o comunque distruzione della malcapitata, regolarmente donna perché qui il pregiudizio sessista, uomo cacciatore, donna zoccola, esiste e resiste e niente può scalfirlo.

LA MISERIA MORALE E MENTALE DI CHI FILMA I DISATRI

Nel caso dell'apocalisse sventata dell'A14, tuttavia, sembra affiorare qualcosa che va oltre: una conferma della miseria morale e mentale collettiva, un senso di irrimediabile e irreversibile, di sconfortante che, visto in controluce, tra le lingue di fuoco e le spire di fumo, rotola oltre il miserabile. C'era un inferno in corso, e invece di lasciar campo ai soccorritori, di mettersi in salvo, le auto si fermavano, la gente (gente?) scendeva, faceva partire la telecamerina, senza pietà, robot umani senza empatia e, in fondo, senza curiosità: era solo che qualcosa stava accadendo, dunque imponeva di essere ripresa. Che poi sia un concerto (che nessuno più guarda), una finale mondiale (idem), una copula (idem), l'inferno di cristallo o un barcone che affonda, cambia poco, cambia niente. Più niente.

A questo punto, forse è meglio non chiedersi cosa ci riserverà il futuro con le sue realtà aumentate e i suoi giocattolini sempre più micidiali. Certo, certo, la tecnologia è neutra, dipende da chi la usa, «non sono io ad ammazzare, siete voi che comprate la mia merce» come diceva quel massimo trafficante d'armi, Samuel Cummings, dal quale Rodolfo Sonego trasse per Alberto Sordi il personaggio di Pietro Chiocca in Finché c'è guerra c'è speranza. Un cellulare non è uno Sten, ma può fare ugualmente danni devastanti se lasciato nelle mani di una umanità infantile, regredita. Sì, è vero, una mattina ci siamo svegliati nella confortante sensazione di ritrovarci pieni di piccoli eroi, eroi di ogni giorno che non conoscevamo e questo ci spinge a sperare, forse ad illuderci, di essere meglio di quelli che siamo. Ma l'altra parte di noi è quella che filma l'agonia della propria madre, del proprio figlio, di un estraneo che ci sta bruciando vicino invece di inorridire o, forse, di pregare.

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