spiagge italiane occupate stabilimenti privati
11 Agosto Ago 2018 1848 11 agosto 2018

Oltre il 60% delle spiagge italiane è occupato da stabilimenti privati

I dati dell'ultimo rapporto di Legambiente. Concessioni senza controlli e canoni bassissimi incassati dalle Regioni, a fronte di guadagni enormi.

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Oltre il 60% delle spiagge in Italia è occupato da stabilimenti balneari privati, con concessioni senza controlli e canoni bassissimi incassati dalle Regioni, a fronte di guadagni enormi per i gestori. Basti pensare che nel 2016 lo Stato ha incassato soltanto 103 milioni di euro, rispetto a un giro d'affari stimato in almeno 15 miliardi. In Italia le concessioni demaniali marittime sono in tutto 52.619 e continuano ad aumentare. Si tratta di 19,2 milioni di metri quadrati di costa sottratti alla fruizione gratuita, mentre le spiagge libere disponibili si trovano spesso in punti dove la balneazione è vietata o difficoltosa.

LE SPIAGGE SONO DI TUTTI

I dati sono contenuti nell'ultimo rapporto di Legambiente Le spiagge sono di tutti!, che denuncia il fenomeno della privatizzazione delle coste italiane. In Italia, nonostante gli 8 mila chilometri di coste, ogni estate trovare una spiaggia libera è davvero un'impresa. E quelle che ci sono sono spesso ubicate in porzioni di "serie B", vicino alle foci di fiumi, fossi o fognature. Se si considera un dato medio sottostimato di 100 metri lineari per ognuna delle concessioni esistenti, si può stimare che oltre il 60% delle coste sabbiose italiane sia occupato da stabilimenti balneari.

NON GARANTITO NEMMENO IL LIBERO ACCESSO AL MARE

In alcuni Comuni si arriva al 90% di spiagge occupate da concessioni balneari. Ad esempio in Emilia-Romagna solo il 23% della costa presenta spiagge libere, in Liguria il 14%, ma i dati sono molto differenti tra le Regioni e nessun ministero si occupa di monitorare quanto sta avvenendo. Tra i casi più incredibili quello di Mondello, a Palermo: poco più di un chilometro e mezzo di sabbia finissima al 90% in concessione e pochissimi lidi che consentono il passaggio alla battigia. A Santa Margherita Ligure gli spazi liberi sono solo l'11% del totale. E poi in Romagna, a Rimini, dove non si raggiunge nemmeno il 10% di spiagge libere. A Forte dei Marmi sono 100 gli stabilimenti su circa cinque chilometri di costa. A Bacoli, in Campania, il Comune ha previsto che il 20% della costa debba essere adibito a spiaggia pubblica, ma non siamo nemmeno al 2%. E poi c'è il problema dei controlli sulle spiagge date in concessione, dove spesso si impedisce alle persone di accedere al mare, con veri e propri muri lunghi chilometri come sul litorale di Ostia, a Roma.

L'ESEMPIO CHE ARRIVA DALLA CROAZIA

Per questo Legambiente chiede una legge quadro nazionale per tutelare gli arenili italiani e il diritto di tutti i cittadini ad avere lidi liberi, gratuiti e accessibili. Per l'associazione ambientalista tale provvedimento dovrebbe prevedere quattro punti chiave: almeno il 60% delle spiagge deve essere lasciato alla libera fruizione; premiare la qualità nelle assegnazioni in concessione; definire canoni adeguati e risorse da utilizzare per la riqualificazione ambientale; garantire controlli e legalità lungo la costa. Un buon esempio arriva dalla Croazia: concessioni sempre assegnate tramite bando di gara, durata massima di cinque anni per attività quali l’apertura di ristoranti e negozi e l’avvio di attività commerciali e ricreative. Inoltre, Zagabria ha istituito il divieto di costruire qualsiasi opera per una distanza minima di un chilometro dal mare, stabilendo un'Area protetta costiera continua di alto valore naturale, culturale e storico. La normativa croata, infine, sottolinea l'importanza del libero accesso alla spiaggia e della conservazione delle isole disabitate.

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