Università, 83mila a test numero chiuso
Cronaca
11 Settembre Set 2018 1334 11 settembre 2018

Perché l'Asset building può fare aumentare i laureati

I dati Istat e Ocse parlano chiaro: l'Italia ha ancora pochi dottori. E l'ascensore sociale è bloccato. Con il risparmio integrato si può dare una mano alle famiglie in difficoltà. Ecco cos'è. 

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L'ascensore sociale, in Italia, è ancora bloccato tra un piano e l'altro. Per le famiglie a basso reddito è molto difficile affrontare il costo dell’istruzione universitaria e quindi garantire ai propri figli l'accesso a professioni più qualificate e meglio retribuite. Nel 2017, secondo le stime Istat, solo il 18,7% degli italiani tra i 25 e i 64 anni aveva concluso con successo l’università, contro una media europea del 31,4%. Appena poco più di un quarto della popolazione giovanile (26,9%) oggi ha in mano una pergamena, percentuale che scende al 21,6% nel Mezzogiorno. Nel resto dell'Unione europea si viaggia al ritmo del 39,9%. Fosche anche le percentuali elaborate dall'Ocse nell'ultima edizione di Education at a Glance 2018 (Leggi anche: cosa dice il rapporto Ocse sull'istruzione italiana). Nel rapporto viene sottolineata la discriminazione sulla base del Paese di nascita: a parità di formazione, lo scorso anno i laureati nati all'estero hanno guadagnato il 44% in meno degli autoctoni. Questa mancanza di opportunità educative genera disuguaglianze a lungo termine. Per fermare il trend sembra particolarmente efficace l’asset-building, sperimentato nelle periferie torinesi. Ma cos’è e come funziona il "risparmio integrato"? Se lo è domandato l'Ufficio Valutazione Impatto del Senato (Uvi) nel suo ultimo report, Testing a Social Innovation in Financial Aid for Low-Income Students.

Cosa dice il rapporto Ocse sull'istruzione in Italia

I giovani Neet (che non studiano, non lavorano e non cercano impiego) corrispondono al 30% dei 20-24enni, contro il 16% della media Ocse, ma con variazioni regionali fortissime che vanno dal 12 al 38% per la classe di età tra i 15 e i 29 anni.

LA LAUREA HA ANCORA UN PESO

Tra gli italiani che hanno abbandonato precocemente gli studi, nel 2017 ha lavorato meno di un giovane su tre (31,5%), quota stabile negli ultimi tre anni dopo il drastico calo conseguente alla crisi (nel 2008 lavorava un giovane su due). Tra i giovani che hanno concluso il percorso di istruzione e formazione da non più di tre anni, il tasso di occupazione nel 2017 è stimato al 48,4% per i diplomati (74,1% la media europea) e al 62,7% per chi ha un titolo di studio universitario (84,9% la media Ue). Questo significa che il fatidico "pezzo di carta" ha ancora un peso persino nell'asfittico mondo del lavoro italiano. Ma ha anche un costo.

DAI 2.500 AI 3 MILA EURO L'ANNO PER IL "PEZZO DI CARTA"

Le tasse universitarie in Italia sono irrisorie rispetto a quelle di altri Paesi, come per esempio gli Usa (si viaggia sui 30 mila dollari l'anno). L’importo medio è infatti di 1.000 euro l’anno. Considerando però altre spese come libri, trasporti, affitto, software e accesso a internet (e senza contare i redditi da lavoro perduti), il costo medio reale stimato sale tra i 2.500 e i 3.000 euro l’anno. Un importo che non può essere affrontato da famiglie in gravi difficoltà economiche. E probabilmente si tratta di stime a ribasso. Il principale programma nazionale di sostegno economico agli studenti è il Diritto allo studio, cofinanziato dalle Regioni: mira alla copertura dei costi diretti, e gli studenti possono accedervi in base ai redditi familiari e alla performance scolastica. A questo si aggiungono alcuni programmi minori. «Si tratta però», annota l'Uvi, «di interventi non sistematici e distribuiti in modo non omogeneo sul territorio nazionale».

Il grafico sui laureati in Italia e in Europa.

Solitamente sono tre gli strumenti utilizzati dai governi al fine di garantire il diritto allo studio: sottoforma di aiuti economici come borse di studio, donazioni o sgravi fiscali basati sulle condizioni economiche o sulla performance universitaria; di garanzie agli studenti per accedere a prestiti a tassi agevolati e, infine, agire a monte, finanziando direttamente le università pubbliche in modo da diminuire le rette a carico delle famiglie. Poi c'è il risparmio integrato, o asset-building ("costruzione di un patrimonio"). È una policy quasi pedagogica in cui si interviene senza limitarsi a elargire somme di denaro in modo "casuale": il sostentamento delle famiglie a basso reddito passa infatti attraverso un meccanismo che le incoraggia a risparmiare e parte di quanto messo da parte viene integrato da donazioni private e vincolato all’istruzione dei figli.

L'ESPERIMENTO DI TORINO

La formula è stata sperimentata in provincia di Torino tra il 2014 e il 2017 dall’Ufficio Pio della Compagnia San Paolo, con il nome di Percorsi ACHAB (Affording College with the Help of Asset Building). Secondo i dati del censimento Istat del 2011, nelle aree periferiche e disagiate del capoluogo piemontese la percentuale di laureati si attesta intorno al 3,9%, mentre nelle zone del centro-città è pari al 30%. A ogni famiglia ammessa al programma è stato aperto un libretto di risparmio su cui versare - pena l’uscita immediata dal ciclo di aiuti - dai 5 ai 50 euro al mese per sei anni consecutivi. Massimo deposito possibile: 2.000 euro. Alla cifra risparmiata, l’Ufficio Pio ha aggiunto una somma pari a 2 volte il deposito se i risparmi erano stati spesi nel corso della scuola superiore, e a 4 volte, con un tetto di 8.000 euro, in caso di iscrizione all’università: con 10.000 euro è stato possibile coprire, per le famiglie soccorse, le spese per una laurea triennale.

I MIGLIORI RISULTATI NEGLI ISTITUTI PROFESSIONALI

Il progetto Percorsi Achab presenta costi di struttura contenuti: è gestito da due operatrici (di cui una lavora part-time) in modo informatizzato e richiede un importo annuo di 200 euro a studente. Per quanto riguarda i risultati riportati dall'Uvi, la valutazione di impatto - condotta verificando i differenziali tra i soggetti trattati e non trattati - mostra che c’è stato un aumento nelle iscrizioni all’università dell'8%. Tra i beneficiari, la probabilità di accedere a percorsi accademici è salita del 12%. Per gli studenti degli istituti professionali l’aumento delle probabilità è stato ancora superiore: 17%. L’evidenza raccolta suggerisce di concentrare le risorse proprio sugli studenti delle scuole professionali, perché qui il programma ha il miglior rapporto costi/benefici. Primo, perché l’impatto è più evidente. Secondo, perché il cosiddetto “peso morto” (cioè la quota di coloro che sarebbero andati all’università anche in assenza di incentivi) è il più basso: il 44,1%. Tra i liceali, infatti, la percentuale di iscritti “a prescindere” arriva al 77%.

L'OBIETTIVO UE: 40% DI LAUREATI TRA I 30 E I 34 ANNI

«L'Asset building», scrive l'Uvi, «si è confermato, anche in Italia, un meccanismo efficace – e con minimi costi amministrativi - per sostenere l’accesso all’università degli studenti provenienti da famiglie a basso reddito: i risultati sperimentali dimostrano una crescita delle iscrizioni agli atenei e un impatto positivo sulla performance accademica dei ragazzi che hanno aderito al programma». Soprattutto si sottolinea che «gli effetti positivi sono significativamente maggiori per gli studenti delle scuole professionali» e questo è un dato importante in quanto «L'obiettivo Ue di arrivare a un 40% di laureati tra i 30 e i 34 anni non potrà mai essere raggiunto, in Italia, senza il coinvolgimento di un cospicuo numero di studenti delle scuole professionali».

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