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Cronaca
23 Settembre Set 2018 1200 23 settembre 2018

Specie a rischio nel mirino dei cacciatori

È cominciata la stagione venatoria. Tra concessioni e leggi locali, sempre più animali possono essere uccisi. Anche perché quella della doppietta è una lobby che nessuno vuole inimicarsi. 

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Come ogni anno, al suono dei corni si apre la stagione venatoria. Come ogni anno, si rincorrono deroghe e polemiche. I cacciatori nel Paese sono sempre meno, non riescono a fare proselitismo tra i giovani, eppure non c'è partito e amministrazione locale che voglia inimicarseli. Fioccano così le concessioni che consentono di puntare le doppiette su specie sempre più a rischio. Non mancano gli incidenti mortali ma i calendari venatori regionali rosicchiano puntualmente qualche settimana a quello nazionale, anticipando le prime fucilate.

LA LEGGE QUADRO E LE NORMATIVE REGIONALI

Il calendario venatorio nazionale prevede l'apertura della stagione di caccia dalla terza domenica di settembre al 31 gennaio. La disciplina è regolamentata dalla legge dell'11 febbraio 1992 n.157, nella quale viene ribadito, a detta di molti con buona dose di fantasia giuridica, che gli animali selvatici sono di proprietà dello Stato e nessun cittadino può disporne, tranne i cacciatori nel periodo venatorio. Si tratta di una legge-quadro, dove il legislatore si limita a mettere la cornice e il resto è destinato a inquadrarsi con le convenzioni internazionali e con le direttive comunitarie. Ma, soprattutto, con le leggi delle Regioni. Ai sensi dell’art. 117 della Costituzione, la competenza legislativa in materia di caccia spetta alle Regioni, con maggiore libertà per quelle a Statuto speciale. I soli limiti sono individuabili nella potestà legislativa in tema di tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali, in capo allo Stato.

UNA MINACCIA PER LE SPECIE A RISCHIO DI ESTINZIONE

«In Europa, più di 40 mila specie animali e vegetali non godono di buona salute. Circa 16 mila, poi, sono a rischio di estinzione», fanno sapere dall'osservatorio Uccelli da proteggere. «Insomma, in Italia e in Europa c’è “meno vita” rispetto al passato, e le contromisure adottate negli ultimi 20 o 30 anni hanno compensato solo in minima parte questo trend storico. Allo stesso tempo, molte delle cause più importanti alla base di questo scenario sfavorevole non sono state affatto “rimosse”, ma continuano a pesare come un macigno sulla possibilità di sopravvivenza di molte specie selvatiche vegetali e animali, compresi, naturalmente, gli uccelli». «Il prelievo venatorio», viene precisato, «è, da sempre, una delle cause principali di minaccia per la maggior parte delle specie di uccelli selvatici, cacciabili e non cacciabili».

In Europa più di 40 mila specie animali e vegetali sono a rischio.

Settembre dopo settembre, i superstiti che si ritrovano nei boschi, con giubbe militari, doppietta in spalla e bracco al seguito sono sempre meno e sempre più incanutiti. Secondo Coldiretti che ha elaborato i dati Istat e di Federcaccia, se i cacciatori nel 1980 erano 1.701.853 (il 3% dell'allora popolazione italiana), già nel 2007 si erano ridotti a 751.876 (l'1,2% della popolazione) con una drastica riduzione del 55,8% (57,9% in rapporto alla popolazione italiana). Undici anni dopo erano circa 570 mila. Tutti piuttosto anziani: la maggior parte dei cacciatori ha un'età compresa tra i 65 e gli 81 anni. Risiedono soprattutto in Toscana ( 110 mila), in Lombardia (100 mila) e in Emilia-Romagna (70 mila), ma anche in Piemonte (40 mila), Veneto (46 mila), Lazio (55 mila), Campania (45 mila), Sardegna (46 mila) e Umbria (40 mila).

IN 4 REGIONI POSSONO VENIRE UCCISI LEGALMENTE 464 MLN DI ANIMALI

Se il numero dei cacciatori è in costante diminuzione, quello delle loro prede è invece in aumento. Secondo i dati della Lav (Lega anti-vivisezione), solo in Veneto, Lombardia, Sicilia e Toscana ogni anno possono venire uccisi legalmente 464 milioni di animali, circa 5 milioni per ogni giornata venatoria, vale a dire 500 mila all'ora, cioè 139 al secondo. Ma si tratta di stime, anche perché alla stagione venatoria si affianca la caccia di “gestione”, di norma consentita al di fuori del calendario venatorio dopo il verificarsi di danni all’agricoltura, incursioni nei pollai e negli allevamenti. A farne le spese, principalmente, nutrie, cinghiali, daini, cervi, volpi, scoiattoli grigi, cornacchie, cormorani, colombi, ghiandaie e storni. Il numero di animali uccisi è sconosciuto alle stesse amministrazioni locali.

LA CACCIA IN DEROGA E IL CASO DI REGIONE LOMBARDIA

E poi c'è la caccia in deroga: ciascuna Regione può, arbitrariamente, mettere nel mirino determinate specie aviarie, anche se escluse dall'elenco nazionale. Per la Lav si tratta di palesi violazioni della Direttiva 79/409/CEE concernente la conservazione degli uccelli selvatici. Per esempio, lo scorso 14 settembre la commissione Agricoltura della Regione Lombardia presieduta da Ruggero Invernizzi (Forza Italia) ha dato un primo parere positivo (la votazione finale si avrà il 9 ottobre) alla caccia in deroga alla peppola e fringuello portata in Aula da Floriano Massardi della Lega che ha dichiarato: «Si tratta di due specie che, sulla base dei recenti studi e verifiche condotte da istituti faunistici riconosciuti, godono di ottima salute».

CACCIATORI E DETENTORI DI ARMI: L'ELETTORATO DELLA LEGA

Non è un caso che a spendersi tanto sia un esponente leghista. La Lega coltiva da anni quello zoccolo duro, anziano ma combattivo, di cacciatori presenti nei territori in cui, come si è visto, il Carroccio prende il maggior numero di consensi. Sul programma elettorale di Matteo Salvini si leggeva: «Gli animali arrivano a ridosso delle città attraverso corridoi naturali come corsi d’acqua, argini, massicciate delle ferrovie e strade […], dagli Anni 90, assistiamo a un costante ripristino delle popolazioni di specie di fauna selvatica con una esplosione dei danni in agricoltura e degli incidenti stradali lungo tutto il Paese». Per questo la Lega proponeva di «allargare i piani e le possibilità di abbattimento» anche al fine «di contrastare il lento declino» della attività venatoria. Salvini si è più volte espresso a favore della caccia e lo scorso 11 febbraio, in piena campagna elettorale, ha persino siglato un documento con il Comitato Direttiva 477, l'Associazione per la difesa dei diritti dei detentori legali di armi che lo impegnerebbe a consultarli prima di legiferare sulla materia. Da sempre contrari alla caccia, invece, i 5 stelle, tant'è che nel Contratto per il governo del cambiamento è sparito ogni riferimento all'attività venatoria. Nel silenzio del governo, però, le Regioni restano libere di procedere a macchia di leopardo.

«La stagione venatoria 2018/2019», commenta Andrea Brutti dell'ufficio Fauna Selvatica di Enpa, «vede un generale peggioramento della situazione poiché le Regioni continuano a emanare calendari palesemente illegittimi, che violano consapevolmente sentenze di Tar e di Consiglio di Stato, che ignorano i pareri dell'Ispra (l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) che concedono sempre più possibilità di sparo. Persino alle specie il cui stato di conservazione è negativo. Eppure, le amministrazioni regionali hanno il dovere di tutelare la biodiversità, e non hanno certo la libertà di disporne a piacimento, svendendo gli animali selvatici in cambio di una manciata di voti». Nel mirino specie a rischio come l'allodola, la tortora selvatica, la pernice bianca e la pavoncella.

LA STAGIONE 2017/2018 SI È CONCLUSA CON 84 FERITI E 30 MORTI

Ultimo ma non per importanza il tema degli incidenti di caccia. L'Associazione Vittime della Caccia pubblica, dal 2007, un dossier che riporta il triste numero di morti e feriti tra i boschi. La stagione 2017/2018 si è conclusa con 84 feriti e 30 morti, di cui 10 decessi tra i non cacciatori. A causa del bracconaggio, il numero degli incidenti non cala nemmeno nei mesi di divieto: 11 morti e 18 feriti dal primo febbraio al 31 agosto. Anche gli animali domestici pagano un amaro tributo: 22 cani (4 feriti e 18 uccisi) e 5 gatti (4 feriti e 1 ucciso). Significativa l'età di chi spara “per sbaglio”: su 84 casi di cronaca, riporta l'Associazione, 23 sono stati commessi da soggetti tra i 61 e i 70 anni, 21 da cacciatori tra i 51 e i 60 anni, 16 dalla fascia che va dai 71 agli 80 anni.

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