Crollo Ponte Morandi Genova
Crollo del ponte Morandi
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Cosa dice la relazione del Mit sul crollo di ponte Morandi

Autostrade non ha mai valutato la sicurezza dell'infrastruttura. E avrebbe «minimizzato o celato» la gravità della situazione al governo. La società si difende: «Atto non dovuto, controlli conformi alla legge».

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Il documento che certifica la valutazione di sicurezza di ponte Morandi, richiesto ad Autostrade per l'Italia dalla commissione ispettiva del ministero dei Trasporti, «non esiste». A metterlo nero su bianco è la commissione stessa, nella sua relazione sul crollo dell'infrastruttura che ha provocato la morte di 43 persone. Tale valutazione non sarebbe mai stata effettuata e di conseguenza, «contrariamente a quanto affermato» dal concessionario nel 2017, il relativo attestato mancherebbe all'appello (leggi anche: Il decreto Genova bloccato perché le coperture non sono specificate).

CONTROLLI «INADATTI» SU TUTTA LA RETE GESTITA DAL CONCESSIONARIO

Sempre a giudizio della commissione, inoltre, «la procedura di controllo della sicurezza strutturale delle opere documentata da Autostrade per l'Italia, basata sulle ispezioni, è stata in passato ed è tuttora inadatta al fine di prevenire i crolli». Questa procedura «era applicata al viadotto Polcevera ed è ancora applicata all'intera rete» gestita dalla società (leggi anche: Genova aspetta il decreto nel giorno dell'incidente probatorio).

Nelle conclusioni della relazione, che si compone di 250 pagine pubblicate integralmente sul sito web del ministero, è scritto anche che il rischio di un crollo del ponte era «evidente» già negli anni precedenti e lo era ancora di più nel progetto di rafforzamento dei tiranti messo a punto da Autostrade nel 2017. Ciononostante, la società avrebbe sottovalutato l'«inequivocabile segnale di allarme» e «minimizzato o celato» la gravità della situazione al governo, non adottando «alcuna misura precauzionale a tutela dell'utenza».

LA MESSA IN SICUREZZA DEL PONTE ERA «IMPROCRASTINABILE»

Il coordinatore della commissione ispettiva Alfredo Mortellaro, e gli altri quattro componenti Gianluca Ievolella, Francesco Lombardo, Camillo Nuti e Ivo Vanzi, precisano che la valutazione di sicurezza del viadotto avrebbe dovuto concludersi «entro il 31 marzo 2013», in base a un’ordinanza della presidenza del Consiglio risalente al 2003. E che nel progetto di manutenzione dell'opera sono contenuti «valori del tutto inaccettabili, cui doveva seguire, ai sensi delle norme tecniche vigenti, un provvedimento di messa in sicurezza improcrastinabile». Al contrario, le misure adottate da Autostrade sarebbero state «inappropriate e insufficienti considerata la gravità del problema». Il concessionario, del resto, «era in grado di cogliere qualitativamente l’evoluzione temporale dei problemi di ammaloramento, ma con enormi incertezze. Tale evoluzione, ormai già da anni, restituiva un quadro preoccupante, e incognito quantitativamente, per quanto concerne la sicurezza strutturale rispetto al crollo».

LA CORROSIONE DI TRAVI O IMPALCATI PROBABILE CAUSA PRIMA DEL DISASTRO

Venendo alle ragioni del disastro, gli ispettori del Mit ritengono «più verosimile» che la causa prima del crollo «non debba ricercarsi tanto nella rottura di uno o più stralli (cioè dei tiranti in cemento armato, ndr), quanto in quella di uno dei restanti elementi strutturali (travi di bordo degli impalcati tampone o impalcati a cassone) la cui sopravvivenza era condizionata dall'avanzato stato di corrosione». Nonostante tutte queste le criticità, conclude la commissione, Autostrade non ha limitato il traffico sul viadotto e non ha eseguito «tutti gli interventi necessari per evitare il crollo». La commissione ha calcolato che sull'intero ponte Morandi, a partire dal 1982, sono stati realizzati interventi strutturali per un importo totale di 24,6 milioni di euro. Il 98% della somma è stato speso però prima del 1999, anno della privatizzazione di Autostrade, mentre dopo il 1999 è stato speso «solo il 2%» dell'intero ammontare. L'investimento medio annuo è stato pari a 1,3 milioni di euro nel periodo 1982-1999 e a 23 mila euro nel periodo 1999-2018.

AUTOSTRADE RESPINGE LE ACCUSE

Autostrade per l'Italia non ci sta e respinge le accuse del ministero dei Trasporti: «Le supposte responsabilità non possono che ritenersi mere ipotesi ancora integralmente da verificare e da dimostrare, considerando peraltro che il comportamento della concessionaria è stato sempre pienamente rispettoso della legge e totalmente trasparente nei confronti del concedente». Per quanto riguarda in particolare l'assenza del documento sulla valutazione di sicurezza, la società afferma che «tale documento è prescritto soltanto per infrastrutture situate nelle zone sismiche 1 e 2, mentre non è prescritto nelle zone 3 e 4 al cui interno è collocato il ponte Morandi». Inoltre la comunicazione inviata dalla società al ministero nel 2017, e citata nella relazione come addebito omissivo, avrebbe avuto «tutt'altro oggetto», riguardando «i criteri di monitoraggio e non la valutazione di sicurezza». Autostrade, infine, rigetta le contestazioni sull'inadeguatezza delle procedure di controllo da sempre applicate: «Il sistema è totalmente conforme agli obblighi di legge e non è mai stato oggetto di alcun rilievo da parte del concedente».

25 Settembre Set 2018 1500 25 settembre 2018
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