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9 Ottobre Ott 2018 1628 09 ottobre 2018

Macerata alle prese con la condanna di Luca Traini

C'è chi davanti a 12 anni di reclusione grida giustizia è fatta. Ma sono in molti a pensarla diversamente. Come se non si sapessero gestire i mutamenti imposti da un mondo magmatico. 

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Macerata, la cattocomunista, la antifascista si scopre insofferente, chiusa e diffidente come mai prima. Non le piace la condanna a 12 anni al "figlio" Luca Traini: «Bè? Le sembra giusto a lei? Non ha mica ammazzato nessuno». No, però ci ha provato, ne ha centrati sei di extracomunitari e si è arreso facendo il saluto romano. «E allora? Quelli spacciavano». Spacciavano tutti, delinquevano tutti? Ma Macerata nella muta del serpente non va tanto per il sottile, si abbandona a ragionamenti qualunquisti: «A quello, Kabobo, che ne ha ammazzati tre a picconate hanno dato tre anni, a 14 scafisti li hanno assolti perché dicevano che delinquevano per necessità. E invece al nostro Traini 12 anni, che vergogna». Così sui social ma anche nel mondo cosiddetto reale. Sì, certo, poi non mancano, si capisce, quelli che dicono «giustizia è fatta» o addirittura trovano troppo blanda la pena, ma qui si vuole parlare degli altri, di quelli che ne fanno una questione di fatalità. «Non ha ammazzato nessuno»; e non sono pochi e sono convinti di quello che dicono.

Dodici anni. Chi sa di giustizia, sa che a Traini è andata anche bene. Ha scelto il rito abbreviato, e sono state considerate le attenuanti generiche, in appello è possibile, probabile che la pena venga limata, con la legislazione premiale i 12 anni potrebbero diventare in concreto parecchi di meno. Ma ai maceratesi indignati non basta, loro sul piatto della bilancia solidale a Traini pesano, come se avesse senso, il massacro sulla giovane Pamela a opera probabilmente di un nigeriano, forse aiutato da altri due e tanto basta a riequilibrare i conti: Traini ha sparato nel mazzo, uno o l'altro è la stessa cosa, tirava a uccidere ma non gli è riuscito e allora la condanna è spropositata, è inaccettabile. Che in città il giro di spaccio africano fosse diffuso, non ci sono dubbi; che il presunto macellaio di Pamela, Innocent Oseghale, fosse uno pericoloso, uno che prendeva il sussidio del Gus cittadino, potente istituzione dedita all'accoglienza e all'ospitalità dei migranti, oggi nei guai con accuse di evasione per quasi 12 milioni, non ci sono dubbi. Tutto questo c'è, così come c'è stata la sottovalutazione, al limite dell'indifferenza, del fastidio, dal Comune per una situazione di degrado e di pericolo che in città si andava allargando. Ma sono cose diverse e non si vede come possano motivare lo scandalo dopo una pena a 12 anni per una strage contestata, che non è riuscita solo per miracolo.

A MACERATA L'ANTICA TOLLERANZA SI È RIBALTATA IN TOLLERANZA ZERO

A maggior ragione oggi che il centro è stato ripulito «dal questore appena arrivato, che ha subito fatto sgombrare i giardini Diaz e le altre piazze di spaccio». Ma ai maceratesi non basta, la antica tolleranza si è ribaltata in tolleranza zero, in ossessione. Le ragioni a difesa di Traini non sono granché, ricalcano quelle già sentite a Fermo per l'altro “figlio”, Amedeo Mancini che aveva ammazzato a pugni un nigeriano, Emmanuel Chidi Namni​ ribellatosi agli insulti cattivi, razzisti, rivolti alla moglie. «Luca è uno di noi, sono loro che sono troppi, se non erano troppi non succedeva niente». Troppi quanto? Quando è che in una città di nemmeno 42 mila abitanti le presenze foreste arrivano a essere troppe? Troppe nel senso puramente numerico o in ragione di comportamenti illegali? Comunque ammettiamo che l'afflusso abbia lasciato la città impreparata: resta che le lamentele per scatenarsi, per dilatarsi hanno aspettato il trauma della ragazza sezionata, dei nigeriani che la ospitano e poi la uccidono o gli muore tra le mani e allora pensano bene di farla sparire facendola a pezzetti.

Il romanzo criminale delle Marche

BLUES Ci son di quelle regioni, piccole, defilate anche se ci passano a milioni di vacanzieri, di lavoranti da Nord a Sud, che vivono per anni, per decenni in fama di isole felici, piccoli paradisi idilliaci dove non succede quasi niente e quel poco ancora legato a dinamiche quasi mistiche, quella ingenuità affatata che avrebbe rimpianto un Pasolini.

LA MEMORIA DI PAMELA È DIVENTATA UN ALIBI

Le ragioni del malcontento, dell'esasperazione si possono capire, particolarmente in una cittadina assopita, abituata ai piccoli immutabili rituali di potere locale che neppure la crisi della postmodernità, qui risucchiata nella perennità circolare, riesce a incrinare. Ogni cambiamento sembra spropositato, ogni problema diventa emergenziale, i negozi chiudono, c'è un processo di migrazione interna che porta sempre più abitanti a lasciare le mura diretti verso la costa di Civitanova, di Porto Recanati. Quello della giovane Pamela in cerca di una dose, fuggita da una comunità dei dintorni, ritrovata a pezzi in un trolley lungo una strada di campagna è uno choc difficile da superare. Ma a lungo andare è diventato un alibi, per ogni cosa si scomoda la memoria di Pamela, anche in modo pretestuoso o patentemente illogico. Pamela è stata adottata dalla parte conservatrice o reazionaria della città ma non era una “figlia” della città, era una 18enne romana in chiaro sbando, che non riusciva a liberarsi della sua tossicodipendenza ed era incline a pagare qualsiasi prezzo per una dose. È capitata in mano a gente orrenda, senza scrupoli, gente anche coccolata oltre il lecito dal seno di istituzioni distratte o comprensive, ma utilizzarne la memoria per invocare l'impunità di uno che esce di casa e si dà al tiro al bersaglio, su tutti i neri che trova, pare francamente eccessivo. Difatti gli indignati glissano, cercano sponde, «e allora gli altri...?», citano fatti lontani nello spazio e nel tempo. Il concetto della responsabilità personale è sostituito da una giustizia a peso, collettiva, demagogica. «Io mi vergogno di essere italiana, a quelli li assolvono tutti e dobbiamo mantenerli, Traini deve farsi 12 anni».

UNA CITTÀ CHE NON SA GESTIRE I MUTAMENTI IMPOSTI

Sì, Macerata si scopre diversa e qui non par d'essere di fronte a qualche allarme più o meno strumentale ma a qualcosa di più serio, anche se non è facile coglierlo nella vera essenza, non è facile dire se siamo ai rigurgiti di razzismo o a una implosione del localismo esasperato; probabilmente le percezioni si attraversano, si determinano a vicenda, anche se le questioni politiche nazionali sembrano pesare fino a un certo punto, la faccenda rimane locale, provinciale, qui i leghisti per primi non hanno granché voglia di lasciarsi apparentare all'ex militante Traini poi transitato alla destra sovversivista che oggi lo esalta, che scrive sui muri «Traini libero». Piuttosto, nel gioco opportunista, che certo non manca, del «qui lo dico e qui lo nego», «io te lo dico ma tu non scriverlo» con cui si difende Traini, si respira una insofferenza aperta verso il Pd locale che cambia le sue sigle, le sue ragioni sociali ma ha comandato in continuità fino a oggi. Per dire che, più che di una fascistizzazione di una città dove comunque le istanze cattoliche progressiste restano profonde, dove non si registrano gravi episodi di intolleranza, il processo sembra quello, schizoide, di chi non sa come gestire i mutamenti imposti da un mondo magmatico e i migranti ora li accoglie e ora li addita, prima li tollera, magari non vedendoli poi li vede dappertutto e ne sviluppa la fobia, non sa se considerarli vittime o minacce o alibi e finisce col rifugiarsi nella percezione identitaria: sì, Traini avrà sbagliato, esagerato ma è uno di noi, uno che parla come noi e non voleva fare niente di male, voleva difendere la città e dargli 12 anni è una provocazione che non accettiamo, perché non ha ammazzato nessuno, perché la giustizia, la nostra giustizia, è un'altra cosa.

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