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13 Ottobre Ott 2018 1636 13 ottobre 2018

Il caso Cucchi e le ambiguità dei poteri dello Stato

La svolta nel processo complica il rapporto fra cittadini e istituzioni. Una diffidenza che nasce nel Dopoguerra con la transizione democratica e arriva alle schedature e ai troppi depistaggi. 

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La svolta, tardiva, sul delitto Cucchi, con il carabiniere Francesco Tedesco che ammette il pestaggio e chiama in causa due colleghi, non segna solo l'apice della tragedia, privata ma non meno straziante, di una famiglia di gente per bene e coraggiosa. Segna anche un dramma più vasto, collettivo, che coinvolge il Paese: torna la paura verso lo Stato, la diffidenza nei confronti di un sistema che può prenderti e stritolarti, indifferente ai vincoli democratici. Storicamente cinici, profondamente miscredenti dietro la parvenza bigotta o fanatica, gli italiani nutrono verso lo Stato un sentimento ambiguo: lo usano e se ne fanno usare ma lo detestano, lo sentono pericoloso e inaffidabile, tributano onori e riguardo alle sue divise, dalle quali, però, stanno lontani fin che possono. Come a dire: non si sa mai come va a finire, memori del film con Alberto Sordi Detenuto in attesa di giudizio. I gendarmi in divisa come altro da sé, non più i figli dei poveri di Pasolini ma gli strumenti di un potere all'occorrenza senza scrupoli; chiamati alla bisogna, certo, ma non davvero percepiti come alleati, se mai gente che sa, che può capitarti addosso e distruggerti la vita come è successo a Cucchi.

La coscienza del Paese vacilla, non però al punto da non aver depositato sottopelle una memoria genetica su molte cose, anche remote ma con un filo rosso che le attraversa, le collega o almeno così pare agli italiani in età: la difficile transizione democratica, non priva di ambiguità e di zone d'ombra, le schedature del Sifar, il servizio segreto del Dopoguerra, gli abbozzi o conati di golpe, le bombe sui treni, alla Fiera e alla stazione di Milano nell'orribile 1969 culminato nella strage di piazza Fontana, poi altre bombe, altri treni, piazza della Loggia e altri treni ancora. E il rapporto torbido coi terrorismi, gli equilibrismi tattici e la ragion politica, in parte inevitabile in un Paese-cerniera col Mediterraneo e di transito del sovversivismo arabo armato. Non c'è uno solo di questi casi dove non siano emerse connivenze, protezioni, depistaggi gravi e gravissime non solo dalla politica ma anche dalla magistratura e dalle forze dell'ordine. Al punto che parve incredibile, fuori dalla storia, la frase, improvvida e oggi da molti ricordata, con cui Matteo Salvini, oggi ministro di polizia, esprimeva fede incondizionata nelle guardie e «schifo» per i sospetti della sorella di Cucchi, Ilaria.

I SILENZI, LE OMERTÀ E LE VERSIONI DI COMODO

E Cucchi, come noto, non era il solo, con lui altri casi, Giuseppe Uva, Federico Aldrovandi: ancora silenzi, aggiustamenti, versioni di comodo, omertà a coprire gli eccessi isterici o balordi di uomini in divisa che sfogavano la frustrazione su ragazzini o tossici di nessuna rilevanza delinquenziale. Dal caso Cucchi queste miserie stanno puntualmente emergendo, puntualmente per modo di dire perché ci sono voluti nove anni ma comunque con la forza inesorabile della verità che si ribella, che alla fine sgorga. E lo scenario, per non smentirsi, è tale da giustificare la diffidenza generale per faziosa o interessata che sia. Ma, si obietta, poche mele marce non possono compromettere l'immagine di interi corpi. D'accordo, sarebbe puerile, oltre che ingeneroso, negare che negli anni molti passi avanti siano stati fatti nel senso di una coscienza democratica, di appartenenza e individuale; anzi diciamo pure che il grosso delle divise è costituito da uomini che “vanno alla guerra”, una guerra difficile, sempre più feroce, più consapevoli del loro ruolo e più attenti, più vincolati che in passato al patto democratico, io ti controllo ma non abuso di te, dei tuoi diritti costituzionali. Ma già il fatto che molti di questi agenti e carabinieri sentano il bisogno di dire, apertamente, sui social, «noi non siamo così», che sentano il dovere di prendere le distanze da quanto in emersione dal caso Cucchi, sta a significare che qualcosa da cui dissociarsi c'è, esiste, resiste.

ILARIA CUCCHI E QUELLE ACCUSE DI PRESENZIALISMO

Hanno incolpato Ilaria di presenzialismo, le hanno imputato i tentativi di carriera politica e televisiva, ma queste sono colpe veniali, sacrifici da tributare all'altare mediatico di un mondo dove se non sei sovraesposto “non trovi cane che ti abbai”. Molto peggio chi in questi anni ha infamato i familiari, brava gente che ha passato l'inferno nell'inferno prima di scorgere, nell'abisso più profondo, una luce. Chissà se il ravvedimento tardivo del carabiniere Tedesco, indotto a tacere per tutti questi anni, è spontaneo o dettato da calcolo giudiziario. Resta la pagina, inquietante, un'altra, all'interno di un corpo dove la parola d'ordine è stata il silenzio, i verbali eliminati, l'omertà diffusa, resta un'altra crepa nel rapporto fra istituzioni e cittadini, una fiducia collettiva da ricostruire una volta di più nell'imperversare di furori, strumentalizzazioni, vane parole, tardive disponibilità.

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