Emanuela Orlandi Depistaggi
POTERE TEMPORALE
5 Novembre Nov 2018 1318 05 novembre 2018

Quello di Orlandi è un caso mediatico-giudiziario costruito sui depistaggi

Dopo il ritrovamento delle ossa nella nunziatura molte teorie del passato sulla scomparsa di Emanuela sono tornate a circolare. Quasi tutte già denunciate come tesi disinformative in cui il Vaticano ha giocato un ruolo da protagonista.

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Una sorta di macabro Halloween vaticano: è iniziato sotto questo segno l’ennesimo capitolo della saga mediatica costruita intorno a Emanuela Orlandi, la ragazza romana scomparsa il 22 giungo del 1983 e della quale non si è saputo mai più nulla. Il ritrovamento di resti ossei nel corso di lavori di ristrutturazione compiuti all’interno di una dependance della nunziatura apostolica in Italia ha scatenato una nuova ondata di voci, supposizioni, ipotesi. Si tratta dei resti di Emanuela? Sarà l’esame del Dna a dirlo, a questo punto è doveroso attendere i risultati delle analisi per quanto si possa essere fondatamente scettici su un esito clamoroso della vicenda; è certo invece che, fino ad oggi, tutte le piste investigative si sono chiuse con un nulla di fatto.

Anche per questo la girandola delle teorie ha ripreso a circolare vorticosamente negli ultimi giorni: a far scomparire la figlia di un dipendente vaticano sarebbero stati di volta in volta i servizi segreti, i lupi grigi di Alì Agca, la banda della Magliana, qualche giro di preti pedofili. Eppure nella sarabanda degli scenari, curiosamente, non si tiene conto di quanto hanno stabilito le sentenze delle magistratura dopo lunghi anni di indagine. Nel 1997 si chiuse infatti il processo per il caso Orlandi senza l’individuazione dei responsabili del rapimento, tuttavia furono stabiliti alcuni punti fermi in buona sostanza ribaditi nel 2016 dalla Cassazione. In particolare, secondo i giudici, è del tutto infondata l’ipotesi investigativa in base alla quale Emanuela doveva essere scambiata con Alì Agca, l’attentatore di papa Wojytyla; così come sono state smentite dalle indagini altre ipotesi di complotti e trame internazionali, legate all’ex sistema sovietico o a fantomatici gruppi fondamentalisti islamici. Non sono poi state trovate prove per suffragare un coinvolgimento diretto della banda della Magliana, per quanto legami fra l’organizzazione criminale e il Vaticano invece esistessero; in precedenza era stato scartato ogni legame fra il rapimento Orlandi e quello di Mirella Gregori, quindicenne romana scomparsa il 7 maggio del 1983.

AGCA COINVOLTO? DEPISTAGGIO A CUI IN VATICANO CREDONO ANCORA

Il depistaggio è una componente decisiva del caso Orlandi, lo scriveva il sostituto procuratore generale Giovanni Malerba nella requisitoria del 1997: «Le circostanze inducono ad ipotizzare che vi sia stata una strumentale utilizzazione delle due vicende (Orlandi e Gregori, ndr) da parte di gruppi realmente interessati a ottenere la scarcerazione di Agca in funzione di obiettivi non necessariamente circoscritti al recupero della libertà dell'attentatore del pontefice». Nel 2017, poi, venne alla luce e dato alle stampe un falso documento vaticano relativo a una nota spese che avrebbe indicato le somme versate dalla Santa Sede per mantenere Emanuela viva e reclusa da qualche parte.

Giovanni Paolo II e Alì Agca.

La scarsa attendibilità del dossier venne subito chiarita, e tuttavia proprio in quella circostanza il cardinal Giovanni Battista Re, oggi in pensione ma all’epoca del rapimento Orlandi funzionario della segreteria di Stato che seguì da vicino la vicenda, in un’intervista ha dichiarato: «Non sono mai riuscito ad avere in mano nessun riscontro, è solo una mia intuizione. Però, ripensando a quei giorni, mi sono convinto che dietro la scomparsa ci fosse un servizio segreto interessato a mandare messaggi ad Alì Agca, perché non dicesse la verità. Aveva cominciato a parlare e poi ha ritirato tutto». Dunque il cardinal Re, ancora nel 2017, dava credito a una ipotesi giudicata come un’operazione di depistaggio dalla magistratura.

LE INIZIATIVE DISINFORMATIVE DELLA CURIA DENUNCIATE DAL SISMI

Del resto, il tema della scarsa collaborazione del Vaticano con la giustizia italiana ha percorso la storia giudiziaria del caso Orlandi. Su tutto fa testo quanto mise nero su bianco nel 1994 Vincenzo Parisi, ex capo della polizia e – nel 1983 - vicedirettore dei servizi segreti del Sismi. «Ritengo», spiegò Parisi in una relazione per i giudici, «che le ricerche conoscitive sulla vicenda siano state viziate proprio per il diaframma frapposto fra lo Stato italiano e la Santa Sede, l'intero svolgimento della vicenda fu caratterizzato da numerose iniziative disinformative con fini di palese depistaggio, lasciando nel dubbio gli operatori».

Il cardinale Giovanni Battista Re.

Nell’aprile del 2012, il Vaticano diffuse una lunga nota con la quale spiegava come in realtà tutte le richieste della magistratura italiana fossero state soddisfatte in merito al sequestro Orlandi, ma è un fatto che i giudici non riuscirono mai a interrogare di persona i cardinali Agostino Casaroli e Angelo Sodano (ex segretari di Stato), il cardinal Re, e altri funzionari d’Oltretevere. Il contesto è cambiato: ora il primo nunzio apostolico in Italia non italiano, l’arcivescovo svizzero Emil Paul Tscherrig, e la segreteria di Stato hanno chiesto immediatamente l’intervento degli organi inquirenti italiani per fare chiarezza sul ritrovamento delle ossa. Un cambio d’epoca, ma forse è davvero troppo tardi.

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