M5S, jobs act colpo di grazia al lavoro
Cronaca
8 Novembre Nov 2018 1346 08 novembre 2018

La Consulta ha bocciato la norma del dl dignità sui licenziamenti

L'indennità non può dipendere solo dall'anzianità di servizio. Restano il limite minimo di 6 e quello massimo di 36 mensilità. Ma i giudici dovranno tener conto anche di altri criteri: numero dei dipendenti, dimensioni dell'attività economica, comportamento e condizioni delle parti.

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Non si può ancorare solo all'anzianità di servizio l'indennità che spetta al lavoratore ingiustamente licenziato. Perché il pregiudizio prodotto dalla perdita immotivata del posto di lavoro non dipende solo dagli anni di servizio, ma da una pluralità di fattori. E prevedere una misura risarcitoria uniforme, indipendente dalle peculiarità e dalla diversità dei singoli casi, contrasta con il principio di uguaglianza che non consente l'ingiustificata omologazione di situazioni diverse. Per questi motivi la Consulta ha cancellato una norma del decreto dignità, quella appunto ereditata dalla disciplina del Jobs act che lega solo all'anzianità di servizio la determinazione dell'indennità per il lavoratore ingiustamente licenziato.

NO A INDENNITÀ STANDARDIZZATE

L'articolo 3, comma 1, del decreto legislativo 23 del 2015 è stato dichiarato incostituzionale. Si tratta del provvedimento che, in attuazione al Jobs act, ha disciplinato il contratto a tutele crescenti, sia nel testo originario sia in quello modificato dal decreto dignità, che si è limitato a innalzare la misura minima e massima dell'indennità. La Corte Costituzionale, relatrice il giudice Silvana Sciarra, ha spiegato nella sua sentenza che il meccanismo di quantificazione (pari a due mensilità dell'ultima retribuzione per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio) rende l'indennità «rigida» e «uniforme» per tutti i lavoratori con la stessa anzianità, così da farle assumere i connotati di una liquidazione «forfetizzata e standardizzata» del danno derivante al lavoratore dall'ingiustificata estromissione dal posto di lavoro a tempo indeterminato. Un trattamento che non realizza «un equilibrato componimento degli interessi in gioco: la libertà di organizzazione dell'impresa da un lato e la tutela del lavoratore ingiustamente licenziato dall'altro».

I GIUDICI DOVRANNO TENER CONTO ANCHE DI ALTRI CRITERI OLTRE ALL'ANZIANITÀ

Il forte coinvolgimento della persona, secondo la Consulta, «qualifica il diritto al lavoro come diritto fondamentale, cui il legislatore deve guardare per apprestare specifiche tutele». Per questo, a giudizio della Corte, anche l'articolo 24 della Carta sociale europea contiene un vulnus, laddove prevede che per assicurare l'effettivo esercizio del diritto a una tutela in caso di licenziamento, le parti contraenti si impegnano a riconoscere «il diritto dei lavoratori, licenziati senza un valido motivo, a un congruo indennizzo o altra adeguata riparazione». D'ora in avanti, quindi, di fronte a un licenziamento illegittimo i giudici del lavoro italiani, nell'esercitare la propria discrezionalità tra il limite minimo di 6 e quello massimo di 36 mensilità per l'indennità, dovranno tener conto non solo dell'anzianità di servizio, ma anche di altri criteri «desumibili in chiave sistematica dall'evoluzione della disciplina limitativa dei licenziamenti (numero dei dipendenti occupati, dimensioni dell'attività economica, comportamento e condizioni delle parti)».

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