Chimera Batterio Killer Veneto
Cronaca
21 Novembre Nov 2018 1101 21 novembre 2018

Batterio killer Veneto, allarme epidemia di Chimera

Sei decessi accertati in Veneto, due in Emilia Romagna. Ma per il ministero della Salute i casi di infezione in Italia sarebbero centinaia. Intanto continua l'indagine sulla morte di Demo al San Bortolo di Vicenza.

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Sei decessi in Veneto. Due in Emilia Romagna, al Salus Hospital di Reggio Emilia. Centinaia di persone infettate. Si aggrava il bilancio delle vittime del mycobacterium Chimaera, il batterio killer che ha portato alla morte l’anestesista vicentino Paolo Demo, che nel 2016 all’ospedale San Bortolo si era sottoposto a un intervento cardiaco per la sostituzione della valvola aortica, operazione delicata che conta circa 30 mila interventi all’anno in Italia a fronte di 1 milione di persone colpite da insufficienza aortica e durante la quale viene utilizzato un macchinario per la circolazione extraocorporea ora sotto accusa non solo in Veneto, ma anche in altre regioni d’Italia dove spuntano casi di infezione da Chimera.

L'ospedale San Bortolo di Vicenza.

IL BATTERIO CHIMERA PUÒ RESISTERE NELL'ORGANISMO PER 5 ANNI

L’apparecchio in questione è prodotto dalla Liva Nova della multinazionale Sorin che rifornisce la maggior parte dei reparti di cardiochirurgia degli ospedali di tutto il mondo e che nel 2015 aveva lanciato un primo allarme contattando i vertici delle strutture che avevano acquistato il macchinario, compresa l’Ulss 8 vicentina, per avvisarle che il dispositivo doveva essere «sanificato» prima dell’utilizzo nelle sale operatorie. L’azienda aveva specificato che l’attrezzatura presentava problemi di stagnazione di vapore acqueo con conseguente sviluppo del pericoloso micobatterio Chimera che può rimanere latente nell’organismo fino a cinque anni e che sarebbe responsabile del decesso dell’anestesia vicentino di 66 anni, come risulta dall’autopsia eseguita dopo la morte avvenuta il 2 novembre scorso.

IL MEMORIALE DI DEMO ACCUSA L'ULSS 8 VICENTINA

L’Ulss 8 non avrebbe messo in atto la procedura indicata dalla Sorin e nel maggio 2017 avrebbe deciso per la sostituzione dell’apparecchio con un altro ritenuto più idoneo, prodotto dalla ditta Maquet Italia. Le tempistiche e la documentazione che comproverebbero la negligenza da parte dell’ospedale, dove si eseguono 900 interventi all’anno di cardiochirurgia, sono contenute in un memoriale raccolto minuziosamente prima di morire dallo stesso Demo che, da medico esperto che aveva lavorato per trent’anni nella divisione di rianimazione del nosocomio di Vicenza, era venuto a conoscenza dei retroscena legati al macchinario una volta effettuato a gennaio 2016 il primo intervento durante il quale aveva contratto l’infezione.

Paolo Demo.

I DUBBI SULLE CORRETTE PROCEDURE PER SANIFICARE I MACCHINARI

A distanza di quasi due anni, nel dicembre 2017, l’anestesista era stato costretto a sottoporsi a una seconda operazione risultata vana perché nello scorso ottobre si sono ripresentati i sintomi che nel giro di pochi giorni hanno portato il medico alla morte per setticemia. L’esposto a nome della famiglia di Demo, presentato in procura dagli avvocati Pier Carlo Scarlassara e Raffaela Di Paolo, ricostruisce l’intera vicenda che è alla base dell’inchiesta che ha iscritto sul registro degli indagati i nomi di due ex direttori sanitari dell’Ulss 8 , Ennio Cardone e Simona Aurelia Bellometti, a carico dei quali si ipotizza l’accusa di omicidio colposo.

«La documentazione in nostro possesso non lascia dubbi», fa sapere l’avvocato Scarlassara, «la Sorin più di tre anni fa aveva avvertito che la macchina doveva essere sanificata prima di utilizzarla per gli interventi. Per verificarlo basta entrare sul sito dell’azienda dove i fatti sono riportati chiaramente». Per igienizzare il dispositivo era sufficiente impiegare un disinfettante come il Puristeril Plus, ma l’operazione doveva svolgersi in un ambiente ventilato e sotto una cappa aspirante non presente nel gruppo operatorio né negli ambienti limitrofi dell’ospedale vicentino.

IL MINISTERO DELLA SALUTE PARLA DI PERICOLO EPIDEMIA

L’inchiesta dovrà accertare non solo le responsabilità dell’azienda ospedaliera, ma anche se il dispositivo fornito dalla Sorin era «difettoso» all’origine, se cioè dentro le cannule per la circolazione extracorporea si fossero già annidati batteri. Nel caso fosse confermata questa ipotesi, nei confronti della multinazionale specializzata in protesi e dispositivi cardiaci potrebbe partire una maxi causa. Intanto anche negli altri ospedali, in particolare Padova e Treviso, spuntano cartelle cliniche di pazienti operati e colpiti dalla stessa infezione e nelle procure arrivano altri esposti per lesioni gravi, mentre le Regioni Veneto ed Emilia Romagna hanno avviato un’indagine tecnica raccogliendo le cartelle cliniche di tutti i pazienti deceduti o che accusano una sintomatologia che può essere ricondotta al batterio. I casi sarebbero centinaia al punto che il ministero della Salute parla di epidemia da Chimera, micobatterio apparentemente innocuo che si trova nell’acqua potabile, ma che si può trasformare in un nemico subdolo, come dimostrano i casi di infezione e i decessi registrati a partire dai primi Anni 2000 tra i pazienti operati a cuore aperto in Svizzera, Gran Bretagna, Germania, Stati Uniti. Ma allora perché l’allarme arriva solo adesso? E, soprattutto, sarebbe scattato se il medico da addetto ai lavori non avesse scrupolosamente messo insieme un dossier sulla sua personale vicenda?

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