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24 Novembre Nov 2018 0900 24 novembre 2018

Anche le donne disabili sono vittime di violenza

In Italia il fenomeno è ancora in gran parte sommerso. Occorre parlare e diffondere una cultura del rispetto. Perché ogni giorno sia un 25 novembre. 

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Un tappeto di scarpette rosse che ricopre l'intero Paese. Questa mi auguro sia l'immagine che ci accompagnerà domenica, Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Ma come ben espresso da Bebe Vio, il 25 novembre ricorre 365 giorni l'anno: secondo i dati Istat in Italia 6 milioni e 788 mila donne hanno subito violenza da parte di un uomo nel corso della loro vita. È un numero tragico. In percentuale le donne con disabilità sono le più colpite, come ho già ricordato altrove, ma si tratta di una realtà purtroppo ancora sommersa.

NOI DISABILI PIÙ INDIFESE, ANCHE PSICOLOGICAMENTE

A quante di voi è capitato di essere toccate contro la vostra volontà oppure di aver ricevuto messaggi o inviti sessualmente espliciti non desiderati? Una palpatina al sedere o al seno pare non si neghi a nessuna, e noi donne con disabilità non rappresentiamo un'eccezione. Anche questa è una forma di violenza e non pesa meno delle altre. Per chi riesce ad andare oltre (purtroppo, in questo caso) lo stereotipo che associa le donne con disabilità ad angeli asessuati, compiere abusi e violenze ai loro danni potrebbe essere addirittura più semplice perché, a livello di senso comune, siamo considerate più indifese delle altre. Anche il rapporto di dipendenza che ci lega inevitabilmente agli altri nella vita quotidiana rende più facile approfittare della situazione. Io sono stata toccata dove non avrei voluto proprio da chi mi stava aiutando a camminare ed erano amici di famiglia che conoscevo bene e di cui mi fidavo.

QUANDO IL CAREGIVER DIVENTA CARNEFICE

Forse anche per questo ci risulta così difficile denunciare, soprattutto nel caso in cui l'abusante sia una persona conosciuta e con cui abbiamo una relazione affettiva. In alcuni casi si fatica a credere che l'abuso stia accadendo veramente, come se una parte di noi pensasse: «Mi sto sbagliando! È impossibile che Tizio mi stia volontariamente toccando il seno o si stia strusciando di proposito contro il mio corpo». È difficile ammettere a noi stesse ciò che sta succedendo perché farlo significherebbe automaticamente constatare che la persona di cui ci fidavamo e ci affidavamo per essere aiutate in realtà ci sta facendo del male. In altre situazioni, quando chi maltratta è il caregiver della vittima, una delle motivazioni che spingono la donna a non sporgere denuncia potrebbe essere il timore di perdere un punto di riferimento importante per il conseguimento della sua autonomia e indipendenza, anche economica.

COME INTERROMPERE LA SPIRALE DI VIOLENZA

Le vittime con una disabilità cognitiva hanno spesso delle difficoltà a comunicare e raccontare il loro vissuto, oppure non ne sono pienamente consce. In questo senso vanno sicuramente incentivati tutti quei progetti di informazione alla salute ed educazione sessuale che aiutano lo sviluppo della consapevolezza e della capacità di distinguere tra le attenzioni salutari e quelle dannose. Ma chi invece si rende conto di essere vittima di violenza o riconosce che un'altra donna lo è, deve assolutamente denunciarlo. Donne, denunciate chi vi fa del male e abusa del vostro corpo e della vostra mente! Non abbiate paura di farlo! Dobbiamo dire «basta» e interrompere la spirale di violenza in cui siamo state intrappolate per troppo tempo! Nessuno - e di sicuro non i nostri carnefici - si prenderà cura della nostra salute fisica e psicologica, se non saremo noi per prime a interessarcene.

IL MANTRA È SEGNALARE E DENUNCIARE

So che nemmeno il contesto italiano aiuta, e mi riferisco alla realtà dei centri antiviolenza: in numerosissime case rifugio ci sono barriere architettoniche sia strutturali (assenza di ascensore o ascensore troppo stretto, bagni non a norma di legge e così via) che culturali o legate a stereotipi (Superando.it riporta la notizia di diversi casi di donne cieche alle quali è stata negata l'ospitalità nelle case accoglienza perché accompagnate dal loro cane guida). Bisognerebbe quindi progettare interventi di ristrutturazione dei centri anti-violenza e di formazione del personale che ci lavora ma come se, stando a quanto denuncia ActionAid Italia, i fondi destinati a questo sono stanziati in ritardo o non vengono totalmente utilizzati?Non è affatto facile, quindi, trovare la strada giusta per riconquistare la nostra libertà e serenità, ma ci dobbiamo provare perché solo segnalando e attivandoci per far valere i nostri diritti riusciremo a innescare il cambiamento e promuovere lo sviluppo di una cultura differente.

IL QUESTIONARIO DI VERA

Qualche piccolo passo lo stiamo facendo, sia sul versante dell'indagine e divulgazione di un fenomeno purtroppo ancora molto sommerso, sia per quanto riguarda le politiche e le strategie di intervento. Fish e Differenza Donna sono le promotrici di Vera, un'iniziativa volta a indagare e portare alla luce il fenomeno della violenza contro le donne con disabilità. Se siete una donna disabile potete compilare il questionario disponibile a questo link. Io l'ho fatto e invito anche voi a rispondere alle domande. Sono sufficienti pochi minuti per completarlo ma, se lo farete, il vostro sarà un grande contributo per sconfiggere una piaga che sta affliggendo moltissime tra noi. Un'altra piccola ma importante azione è aderire alla campagna #sempre25novembre promossa da Sorgenia con Bebe Vio come testimonial.

IL REDDITO DI LIBERTÀ VARATO IN SARDEGNA

Sul fronte delle politiche regionali di contrasto alla violenza di genere emerge la Sardegna che nei mesi scorsi ha introdotto il Reddito di libertà (Legge regionale 33/188), una misura di sostegno economico per favorire l’autonomia e l’emancipazione delle donne vittime di violenza domestica in condizioni di povertà. L'incentivo è stato esteso anche alle vittime con disabilità, oltre che alle madri di persone con disabilità, sia maggiorenni sia minorenni.

DONNE E DISABILI SONO BERSAGLI DELL'ODIO IN RETE

Ma soprattutto della violenza sulle donne bisogna parlarne. Di continuo. Promuovere la riflessione e il dialogo su questo tema. Anticipare il rischio di maltrattamenti diffondendo una cultura del rispetto delle differenze – di genere e non solo - è certamente meglio che intervenire quando ormai è troppo tardi. Occorre formare le nuove generazioni al dialogo e al rispetto: una ricerca recent, per esempio, mostra come le donne siano la categoria più colpita dagli hater su Twitter. I disabili sono al quarto posto nella classifica delle categorie maggiormente odiate dai leoni della tastiera. La violenza contro le donne, “abili” e disabili è il frutto marcio di una cultura maschilista secolare. Ma la cultura è un prodotto dell'umanità e in quanto tale può essere rivoluzionata. Noi donne dobbiamo esserne consapevoli. Anche molti uomini lo sono e stanno dalla nostra parte. Insieme possiamo impegnarci per costruire una società in cui la «differenza di genere» significhi «arricchimento e rispetto reciproci» e non prevaricazione di un genere sull'altro.

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