Chimera Batterio Killer Veneto Emilia Romagna
Cronaca
28 Novembre Nov 2018 1918 28 novembre 2018

Batterio killer Chimera, lettera a oltre 10 mila pazienti

Le autorità sanitarie hanno predisposto l'invio di un'informativa a tutte le persone operate tra il 2010 e 2017 per individuare altri casi di infezione da Mycobacterium chimaera.

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Veneto ed Emilia-Romagna continuano a lavorare per risolvere la delicata questione del batterio Chimera che ha provocato la morte di otto persone tra le due regioni. Il 28 novembre, ha scritto Il Giornale di Vicenza, il Gruppo di Lavoro istituito dalla Regione Veneto per la Prevenzione e la gestione delle infezioni da micobatteri non tubercolari in soggetti sottoposti a intervento Cardiochirurgico con impiego di dispositivi per riscaldamento/raffrescamento si è riunito a Padova con il coordinamento della Direzione regionale prevenzione e dell’Unità operativa rischio clinico dell’Azienda Zero.

INDAGINE SUI PAZIENTI DAL 2010 AL 2017

Le due regioni hanno avviato un monitoraggio microbiologico relativo alla contaminazione dei dispositivi. Accanto a questo, seguendo il principio di massima precauzione, è stato deciso l'invio di una nota informativa a tutti i pazienti che si sono sottoposti a interventi di chirurgia cardiaca che sono stati operati con i dispositivi contaminati nel periodo che va dal 1 gennaio 2010 al 31 dicembre 2017, con lo scopo di individuare casi potenzialmente sospetti.

COMUNICAZIONE A OLTRE 10 MILA PERSONE

Secondo una stima i pazienti potenzialmente interessati alla comunicazione sarebbero circa 10 mila. A tutti verrà mandata una lettera con una scheda informativa contenente le informazioni sui sintomi dell'infezione da Mycobacterium chimaera e l’indicazione dei numeri di telefono da chiamare per richiedere eventuali approfondimenti clinici necessari. Solo in Veneto dal 2010 sono stati effettuati 30 mila interventi e dopo la morte dell'anestesista vicentino Paolo Demo sono stati diagnosticati 16 casi di infezione, di cui due con intervento cardiochirurgico eseguito in altre Regioni. L'azienda sanitaria veneta ha anche spiegato che tutti i macchinari per gli interventi degli ospedali veneti sono stati già sostituiti o igienista.

PROTOCOLLO CONDIVISO CON L'EMILIA ROMAGNA

È stato inoltre formulato un protocollo condiviso con l’Emilia Romagna, che ha accertato due vittime al Salus Hospital di Reggio, sta conducendo accertamenti su altre due morti sospette avvenute nello stesso ospedale e su un centinaio di cartelle cliniche relative a pazienti sottoposti a interventi di cardiochirurgia nel periodo 2010-2017 e poi deceduti. A sua volta l’Emilia ha richiamato con una lettera tutte le 10 mila persone operate a cuore aperto in quegli anni. Le linee guida elaborate dalle due Regioni saranno inviate al ministero della Salute, che le utilizzerà come prototipo. E che sta pensando a un’azione legale contro la LivaNova, l'azienda produttrice dei macchinari, — provvedimento già deciso da Palazzo Balbi per il risarcimento danni— e a divulgare una nota a livello europeo per mettere in guardia gli ospedali ancora dotati del dispositivo sotto accusa.

LA RELAZIONE DEGLI ISPETTORI NON AVEVA TROVATO VIRUS

A tale proposito il gruppo di lavoro ha esaminato la relazione degli ispettori mandati dall’area Sanità negli ospedali di Vicenza (4 morti), Treviso (una vittima), Padova (un decesso) e Mestre dopo che il caso è venuto alla luce. Nel dossier si legge che le aziende sanitarie interessate non hanno alcuna responsabilità, perché «hanno fatto tutto ciò che la ditta produttrice ha consigliato per la pulizia e la sterilizzazione del dispositivo». Istruzioni potenziate a giugno 2015, quando la LivaNova Deutschland GmbH inviò una e-mail al capo tecnico responsabile della manutenzione della tecnologia all’Usl di Vicenza, per dire: «Bisogna intensificare i lavaggi della macchina con il perossido di idrogeno». L’Usl ha eseguito e la ditta produttrice per due volte, a cavallo tra il 2015 e il 2016, ha mandato tecnici propri a verificare le procedure di sanificazione, trovando «tutto a posto», scrivono gli ispettori. Ma visto che nel resto del mondo il «caso Mycobacterium Chimaera» era ormai esploso, con le prime vittime in America (dove già nel 2015 il macchinario venne bandito dagli ospedali), nel 2017 l’Usl vicentina, grazie anche al diario lasciato da un proprio anestesista, a sua volta rimasto vittima del batterio, condusse un esame microbiologico nel serbatoio dell’acqua del dispositivo «incriminato». E ci trovò il batterio killer. A quel punto lo dismise e ne diede comunicazione alle altre Usl, che a loro volta non lo usarono più. Tutti sono stati sostituiti dalla tecnologia stagna della francese Marchet, con l’ordine categorico da parte della Regione di tenerla comunque fuori dalla sala operatoria.

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