George H
Cronaca
1 Dicembre Dic 2018 0732 01 dicembre 2018

Morto George H. Bush, la vecchia volpe dei repubblicani

Scaltro, duro, spregiudicato. Ha fatto la storia. Tra collasso dell'Urss e Guerra del Golfo. Prima di sostenere il figlio alla Casa Bianca. Ritratto del 41esimo presidente Usa.

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A sette mesi dalla scomparsa della moglie Barbara, e due anni dopo la delusione di avere visto il figlio Jeb umiliato dal rivale Donald Trump in una corsa alla Casa Bianca, è morto - a 94 anni - il 41esimo presidente degli Stati Uniti d’America, George H. Bush. Se ne è andato così un pezzo di Storia americana che - pur tra non poche controversie - è risultato uno dei membri più rappresentativi del Partito repubblicano. Insieme con John Adams è stato inoltre a oggi l’unico presidente ad avere un figlio a sua volta inquilino dello Studio ovale.

IL RICORDO DI TRUMP

«Ha ispirato generazioni di americani»: così Donald Trump, da Buenos Aires dove si trova per il G20, su Twitter ha ricordato George H.W.Bush insieme alla first lady Melania. «Con giudizio, buon senso e impassibile leadership Bush ha guidato il nostro Paese e il mondo verso una pacifica e vittoriosa fine della Guerra fredda», ha scritto il presidente Usa. «Il suo esempio continuerà a ispirare gli americani a perseguire le cause più giuste».

OBAMA: «I NOSTRI CUORI PIENI DI GRATITUDINE»

«L'America ha perso un patriota e un umile servitore»: così Barack Obama su Twitter. «I nostri cuori oggi sono pesanti ma pieni di gratitudine. E i nostri pensieri vanno al'intera famiglia Bush stanotte e a tutti quelli che sono stati ispirati dall'esempio di George e Barbara Bush».

WATERGATE, BATTESIMO DI FUOCO

Appartenente a una dinastia antica (che affonda le sue radici ai tempi della Rivoluzione americana), dopo l’impegno militare nel corso della Seconda guerra mondiale, Bush entrò alla Camera dei rappresentanti nel 1967, per divenire poi ambasciatore statunitense alla Nazioni Unite quattro anni più tardi. Non era un periodo facile, quello, per l’Elefantino. In pieno scandalo Watergate, Richard Nixon chiese a Bush di assumere la presidenza del partito: incarico che, nonostante i timori della moglie Barbara, Bush alla fine accettò.

AMBASCIATORE IN CINA E N.1 CIA

Da politico abile qual era, riuscì comunque a non restare travolto dalla caduta di Nixon e, anzi, da allora iniziò una carriera fulminea, che lo portò prima a essere ambasciatore in Cina e poi direttore della Cia. Con un curriculum del genere e per la sua vastissima esperienza in politica estera, Bush pensò quindi di puntare direttamente alla Casa Bianca. E lo fece in un momento cruciale per il Partito repubblicano: il 1980.

Quell’anno si era candidato alla nomination repubblicana l’ex governatore della California, Ronald Reagan, che si presentava con l’obiettivo di rivoluzionare il partito: soprattutto in politica economica. Fu così che la vecchia guardia decise di compattarsi attorno a Bush che sfidò Reagan proponendo un programma tendenzialmente centrista. In particolare l'ex ambasciatore definì sarcasticamente il radicale liberoscambismo reaganiano come Vodoo Economics.

DESTRA EVANGELICA CONTRO DI LUI

Sfortunatamente per lui, l’ex governatore non soltanto riuscì a conquistarsi la fiducia di molti democratici delusi, ma fu anche in grado di accattivarsi le simpatie della destra evangelica. Quella stessa destra evangelica che, di contro, considerava Bush troppo freddo sulle questioni eticamente sensibili (a partire dall’aborto) e che - non a caso - scelse di boicottarlo. Reagan vinse così la nomination. Tuttavia, pur di ricompattare un partito dilaniato, scelse Bush come suo vice e - assieme a lui - conquistò la Casa Bianca nel novembre di quell’anno.

VITTORIA SUL DEMOCRATICO DUKAKIS

Da vicepresidente George tenne un profilo non altissimo: si occupò molto di politica estera. Scaduti gli otto anni della presidenza Reagan, Bush decise quindi di riprovarci. Nuovamente la destra evangelica storse il naso, contrapponendogli il reverendo Pat Robertson alla nomination. Ma senza successo. Quella volta Bush si impose. E riuscì a conquistare la Casa Bianca sconfiggendo il democratico Michael Dukakis.

Nell’occasione mostrò tutta la sua maligna scaltrezza da campagna elettorale. Che fosse una vecchia volpe lo si era del resto già capito nello scontro presidenziale del 1984, quando - durante il dibattito televisivo contro la candidata democratica alla vicepresidenza, Geraldine Ferraro - Bush attaccò velenosamente l’inesperienza della sua avversaria, affermando: «Signora Ferraro, mi permetta di aiutarla a capire la differenza tra l’Iran e l’ambasciata in Libano».

SPIETATEZZA DA CAMPAGNA ELETTORALE

La campagna elettorale per le Presidenziali del 1988 fu ancora più dura. Mostrando una lucida (ed efficacissima) spietatezza, riuscì abilmente a far passare Dukakis come un inconcludente radicale di sinistra. Attraverso un forte battage di spot elettorali, lo accusò con successo di essere un anti-americano, pericoloso per l’economia e la sicurezza della nazione. Il candidato democratico, dal canto suo, non fu in grado di replicare a questa perfida tattica e finì per soccombere dopo aver pubblicamente dichiarato che non avrebbe sostenuto la pena di morte neppure per chi avesse ipoteticamente violentato e ucciso sua moglie.

FOCALIZZATO SULLA POLITICA ESTERA

Pur perdendo qualche voto, rispetto ai tempi di Reagan, Bush arrivò così allo Studio ovale, avviando un’amministrazione principalmente focalizzata sulla politica estera. Due le dinamiche che lo occuparono maggiormente: il collasso dell’Unione sovietica e la Guerra del Golfo. In entrambi i casi si trattò di un successo per il presidente che vide la sua popolarità crescere all’inizio degli Anni 90. Eppure non aveva fatto i conti con l’economia.

Bush senior con moglie, figlio e nuora.

In occasione della convention repubblicana del 1988 Bush aveva promesso di non aumentare le tasse: «Guardate bene le mie labbra, non ci saranno nuove tasse». Ciononostante, nel 1990 il Congresso (allora in mano all’opposizione democratica) lo costrinse di fatto ad alzare alcune imposte esistenti. Secondo molti analisti, con quell’atto - in parte obbligato - Bush si sarebbe giocato la rielezione nel 1992: anno che vide infatti trionfare il democratico Bill Clinton.

UN TRUMP ANTE-LITTERAM SULLA SUA STRADA

Un’interpretazione in parte veritiera che non tiene tuttavia conto di due ulteriori fattori: l’intransigenza della destra evangelica (che continuò a remare contro Bush) e la candidatura del miliardario Ross Perot come terzo incomodo. Una sorta di Trump ante-litteram che, pur non riuscendo a conquistare nessun delegato, succhiò comunque un cospicuo numero di voti proprio dal bacino repubblicano.

ANCHE IL FIGLIO USÒ I TRUCCHI PATERNI

Lasciata la Casa Bianca, sostenne suo figlio George Walker dapprima nella campagna elettorale per il governatorato del Texas e poi in quella presidenziale del 2000. Nel corso delle Primarie repubblicane di quell’anno, Bush jr mise in pratica non pochi dei subdoli trucchi paterni: riuscì difatti a battere il senatore John McCain dipingendolo negativamente agli occhi dell’elettorato ultraconservatore del South Carolina come una specie di liberal fedifrago e irrispettoso dei valori cristiani.

Durante gli anni della presidenza del figlio, Bush padre ne ha sempre formalmente sostenuto le scelte. Ciononostante, è cosa nota che - soprattutto sulla guerra in Iraq del 2003 - i due non la pensassero proprio allo stesso modo. In particolare, di recente, è emerso che il vecchio Bush considerasse deleteria l’influenza che alcuni soggetti avrebbero avuto sulle scelte politiche del figlio: dall’ex vicepresidente, Dick Cheney, all’ex segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld.

ENDORSEMENT SFORTUNATO A JEB

Complici anche l’età e gli acciacchi di salute, negli ultimi anni l’anziano George era rimasto relativamente dietro le quinte, non disdegnando tuttavia di dare il suo endorsement alla candidatura dell’altro figlio, Jeb, per la nomination repubblicana del 2016. Le cose non andarono bene. Jeb venne difatti annientato dal miliardario newyorchese, Donald Trump, che, nel corso della campagna elettorale, attaccò più volte la presidenza di George Walker a causa della guerra in Iraq.

LEADER ARISTOCRATICO E PREPARATO

Bush padre non prese affatto bene la cosa: pur di difendere la famiglia, disse che Trump era un pallone gonfiato e che avrebbe votato per Hillary Clinton. Un’altra scelta rivelatasi poi fallimentare. Con George H. Bush se n'è andato un politico scaltro, duro, a tratti spregiudicato. Un politico aristocratico e preparato che apparteneva a un mondo ormai al crepuscolo: il vincitore della Guerra fredda che ne aveva dissolto le logiche, passando improvvisamente dall’Olimpo della gloria all’anacronismo.

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