Arresto Estradizione Cesare Battisti
La cattura di Cesare Battisti
Casimirri Brigatista Estradizione Battisti
Cronaca
14 Gennaio Gen 2019 1300 14 gennaio 2019

La storia del brigatista Casimirri mai estradato in Italia

Al contrario di Battisti, pochi conoscono la sua storia di terrorista e i politici non ne parlano, ma ha avuto un ruolo di primo piano nell'agguato di Via Fani. Ora vive in Nicaragua e gode di protezioni eccellenti.

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Se la cattura in Bolivia dell'esponente dei Pac (Proletari Armati per il Comunismo) Cesare Battisti sembra avere chiuso definitivamente la latitanza più famigerata degli Anni di piombo, esiste però tutta una serie di terroristi, rossi e neri, ancora da riscattare; fra questi ce n'è uno, assai rilevante sul piano storico, che non ha scontato un solo giorno di carcere e che da quasi 40 anni risulta blindato in Nicaragua. Si tratta del brigatista Alessio Casimirri, nome di battaglia “Camillo”, 67 anni ottimamente portati, coinvolto nella strage di via Fani del 16 marzo 1978 insieme alla ex moglie Rita Algranati, a sua volta chiamata in causa dal capo Br Mario Moretti, che ne rivelò partecipazione e ruolo alle giornaliste Rossana Rossanda e Carla Mosca nel 1993 per il libro Brigate Rosse - Una storia italiana (Mondadori). Ma se la vicenda penale per quest'ultima può dirsi esaurita con la cattura nel 2004 all'aeroporto del Cairo dopo prolungata latitanza in Algeria, per Casimirri la questione rimane apertissima, blindato com'è da un intreccio di poteri che, di fatto, lo rendono un intoccabile.

IL BRIGATISTA FIGLIO DI UN ALTO FUNZIONARIO DEL VATICANO

Scrive Sergio Flamigni nel suo libro La prigione fantasma (Kaos edizioni): «E' un dato di fatto che nella zona dove il 16 marzo [1978] si persero le tracce dei terroristi in fuga con l'ostaggio c'erano proprietà del Vaticano (palazzi e terreni dello Ior, la banca papale). Così come è certo che lungo quel tragitto di fuga un ruolo lo ebbe il brigatista Alessio Casimirri, figlio di un alto funzionario del Vaticano, e Casimirri sarà il solo brigatista, tra quelli identificati del commando di via Fani, a sottrarsi all'arresto: con l'aiuto dei servizi segreti, espatriò in Nicaragua, da dove non verrà mai estradato».

IL PADRE DIRESSE LA SALA STAMPA DI TRE PONTEFICI

Più nel dettaglio, la vicenda di Casimirri ha dell'incredibile per moltissimi aspetti, uno più inquietante dell'altro. Il combattente “Camillo”, infatti, ha radici saldamente piantate nel microuniverso della Santa Sede: la madre era una cittadina vaticana, il padre, Luciano Casimirri, diresse la Sala stampa vaticana sotto tre pontefici: Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI (che battezzò e comunicò il piccolo Alessio). Il giovane Alessio, ex militante di Potere operaio, segnalato nel 1975 in un rapporto dei carabinieri come soggetto «fazioso e violento», confluisce nelle Br nel 1976 e vi resta almeno fino 1980 prendendo parte all'azione più eclatante, quella in cui viene annientata la scorta del presidente Dc Aldo Moro, prigioniero senza ritorno.

Subito la sua figura risulta al centro di parecchie stranezze, come una immediata perquisizione ancora nel pieno del sequestro di Moro, il 3 aprile 1978, nella sua casa di via del Cenacolo, 56 a La Storta, con contestuale perquisizione anche dell'abitazione dei genitori in via Germanico, 42, a ridosso del Vaticano: segno che gli inquirenti avevano già un quadro piuttosto chiaro della sua rilevanza in seno alle Br. Gli atti di indagine tuttavia non sortiscono alcun esito, così come non avrebbe portato a niente un successivo fermo, non confermato, risultante da un misterioso cartellino fotosegnaletico conservato nell'archivio del Nucleo investigativo dei carabinieri di Roma in data 4 maggio 1982, la cui effettiva attribuzione rimane dubbia; ciò che indusse la II Commissione parlamentare Moro – i cui atti vengono ripresi ancora nel recentissimo nuovo volume di Flamigni, Il quarto uomo del delitto Moro (Kaos edizioni) - a manifestare ulteriori riserve: «[...] fatto enorme […] che [a Casimirri] diede la possibilità di sottrarsi a due mandati di cattura e di proseguire la latitanza».

LA II COMMISSIONE MORO: «COSTANTE COPERTURA E PROTEZIONE»

Ma siamo solo all'inizio. Casimirri, più volte segnalato, denunciato, perquisito, trova modo di recarsi nel 1980 in una stazione dei carabinieri ai quali consegna armi senza per questo destare giustificati sospetti; ancora due anni dopo, da ricercato, può ritirare quanto a lui dovuto dal datore di lavoro prima di darsi alla latitanza ed espatriare, verosimilmente con un passaporto rozzamente contraffatto a nome Guido Di Giambattista: entra in Francia, e, passando per Mosca, approda finalmente, e definitivamente, in Nicaragua. Secondo plurime risultanze di indagine, tra le quali la già citata II Commissione Moro, Casimirri ha potuto usufruire di «costante e ripetuta protezione nel nostro Paese, di cui […] godere in molte fasi della sua vita con modalità e intensità diverse e in molteplici ambiti». Non solo, come è ovvio, grazie alla potente influenza dei familiari, ma anche «con analoghi percorsi, elementi di collaborazione, più o meno ufficiale, con strutture dello Stato».

L'ex compagno di militanza brigatista Raimondo Etro riferì alla Commissione una voce che voleva Luciano Casimirri, padre di Alessio, in rapporti di confidenza con il generale Giuseppe Santovito, capo del Sismi e affiliato alla loggia massonica coperta P2. Non è tutto. Sempre circa le ambigue protezioni in grado di sottrarre Casimirri alla cattura, è ancora la stessa II Commissione Moro a ipotizzare «un quadro inquietante di protezioni... [che contemplano] l'esistenza di un rapporto tra il generale dei carabinieri Francesco Delfino e Casimirri, il quale sarebbe stato dunque una sorta di infiltrato dell'Arma nelle Brigate Rosse»; ipotesi «valorizzata [dal giudice Antonio Marini e che], trova fondamento nelle dichiarazioni rese da Bou Ghebi Ghassan», un cristiano maronita libanese implicato in traffici di droga, alle autorità giudiziarie prima di Brescia e poi di Roma.

OGGI IN NICARAGUA GESTISCE UN RISTORANTE

Sta di fatto che l'ex bambino vaticano resta intoccato ed è l'unico fra tutti i suoi compagni di militanza. In Nicaragua ha dapprima collaborato col regime sandinista di Ortega contro i Contras, addestrando le truppe speciali in attività militari subacquee, delle quali è sempre stato esperto fin da giovane (altra circostanza che ha indotto qualcuno a ricondurlo più ad un ruolo da militare infiltrato che da terrorista); quindi, ottenuta nel 1988 la cittadinanza nicaraguense e messa su famiglia, ha aperto un ristorante rinomato e assai frequentato, oltre che gravido di richiami, più o meno criptici, al suo torbido passato. Ma per tutti egli è lo chef, un amico, uno che a tavola ti ridà la vita, seppure a prezzi non esattamente proletari. Pochissimi sanno di via Fani, di Moro, e anche del magistrato Girolamo Tartaglione, caduto esattamente 4 mesi dopo Moro, il 10 ottobre 1978, per mano di “Camillo” e di “Otello”, nome di battaglia di Alvaro Lojacono. Due richieste italiane di estradizione, nel 2004 e nel 2015, sono cadute come foglie morte. La sua vicenda è a suo modo esemplare di quella zona grigia di connessioni e protezioni statali e poliziesche che ha avvolto tanti terroristi, di destra e di sinistra, lui più di ogni altro. Oggi i Contras hanno problemi in Nicaragua, forse passeranno anche loro, ma Casimirri resterà. Alla luce del sole, senza doversi nascondere.

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