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Cosa sappiamo sul tunisino morto a Empoli durante l'arresto

Il 31enne era stato ammanettato e legato ai piedi dagli agenti di polizia. Era andato in escandescenze dopo che in un Money trasfert gli avevano rifiutato un trasferimento di denaro. 

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Si continua a indagare sulla morte di Arafet Arfaoui, un 31enne tunisino a Empoli. L'uomo, conosciuto in città per qualche problema con l'alcol, è deceduto la sera del 17 gennaio 2019 nei pressi di un money transfer, il Taj Mahal, durante l'intervento di agenti polizia e sanitari del 118, chiamati dal titolare del negozio poiché il 31enne aveva dato in escandescenze. Il tunisino si sarebbe presentato nel negozio per trasferire 20 euro. Al rifiuto del titolare, secondo il quale la banconota risultava falsa, l'uomo avrebbe perso il controllo. Di fronte alla sua reazione il negoziante avrebbe avvisato la polizia e il 118.

MORTO CON LE MANETTE AI POLSI E I PIEDI LEGATI DA UN CORDINO

Durante le fasi dell'intervento della polizia e dei sanitari e mentre si trovava a terra immobilizzato, Arfaoui sarebbe stato colpito da arresto cardiaco. Sempre in base a quanto emerso, l'uomo avrebbe avuto le manette ai polsi e i piedi bloccati con un cordino, che i poliziotti erano stati costretti ad applicargli perché continuava a scalciare.

QUINDICI PERSONE INTERROGATE

Tra venerdì 18 e sabato 19 gennaio sono state ascoltate 15 persone tra poliziotti, medici e sanitari del 118 e testimoni. Per il momento il fascicolo per omicidio colposo aperto dalla procura resta a carico di ignoti. I quattro agenti di polizia intervenuti per bloccare Arfaoui sono stati interrogati venerdì in procura negli uffici della pm Christine Von Borries, titolare delle indagini. Le loro versioni, secondo quanto si apprende, sarebbero concordanti e al momento non sarebbero emersi elementi che facciano pensare a evidenti irregolarità nel loro comportamento e in quello tenuto dai soccorritori. L'assenza di condotte palesemente scorrette sarebbe confermata anche da una prima visione dei filmati girati dalle telecamere interne al money transfer e da quelle in strada, che tuttavia nei prossimi giorni saranno visionati anche da un consulente nominato dalla procura.

GABRIELLI: «SE QUALCUNO HA SBAGLIATO PAGHERÀ»

«Io rispetto le vittime e i loro familiari, chiedo che analogo rispetto sia riferito a uomini e donne che lavorano per riaffermare le legalità», ha detto il capo della Polizia Franco Gabrielli. «Se qualcuno ha sbagliato pagherà per un giusto processo e non per le farneticazioni del tribuno di turno».

SALVINI: «I POLIZIOTTI DOVREBBERO RISPONDERE CAPPUCCIO E BRIOCHE?»

Il ministro dell'Interno Matteo Salvini aveva subito espresso solidarietà nei confronti delle forze dell'ordine. E sabato 19 gennaio è tornato a commentare la vicenda: «Buon sabato ai poliziotti che a Empoli facendo il loro lavoro hanno ammanettato un violento, un pregiudicato che poi purtroppo è stato colto da arresto cardiaco», ha detto durante una diretta Facebook. «Se i poliziotti non possono usare le manette per fermare un violento, ditemi voi cosa dovrebbero fare, rispondere con cappuccio e brioche?». A ridosso della morte del 31enne aveva commentato: «Totale e pieno sostegno ai poliziotti che a Empoli sono stati aggrediti, malmenati, morsi. Purtroppo un tunisino con precedenti penali, fermato dopo aver usato banconote false, è stato colto da arresto cardiaco nonostante gli immediati soccorsi medici. Tragica fatalità. Però se un soggetto violento viene ammanettato penso che la polizia faccia solo il suo dovere». Mentre in un tweet aveva sottolineato: «Per fermare un violento si usano le manette, non le margherite».

MANCONI CHIEDE INDAGINI «TEMPESTIVE E ACCURATE»

Luigi Manconi, direttore dell'Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, si è rivolto alla Procura di Empoli per chiedere che siano svolte indagini tempestive e accurate su una tragedia che presenta ancora molti lati oscuri. «La vittima», afferma Manconi, «aveva, oltre che le manette ai polsi, le caviglie legate e si trovava, di conseguenza, in una condizione di totale incapacità di recare danno ad altri e a sé. Come è potuto accadere, dunque, che in quello stato abbia perso la vita e che non sia trovato modo di prestargli soccorso? Sappiamo che le forze di polizia dispongono di strumenti per limitare i movimenti della persona fermata, ma mi chiedo se la corda usata per bloccargli le gambe sia regolamentare oppure occasionale, se fosse in quel momento strettamente indispensabile o se non vi fossero altri strumenti per contenere l'uomo». In altre parole, continua Manconi, «non si può consentire che vi siano dubbi sulla legittimità di un fermo o sulle modalità della sua applicazione. Tanto più qualora riguardi chi si trovasse, secondo testimoni, in uno stato di agitazione dovuto all'abuso di alcol, e tanto più che, negli ultimi dieci anni, sono state numerose le circostanze che hanno visto perdere la vita persone fermate in condizioni simili e con metodi analoghi. Peraltro, vi è qualche testimone che parla di una condizione di relativa calma del giovane tunisino e anche quest'ultimo fatto impone una indagine, la più rapida e incisiva».

Aggiornato il 19 gennaio 2019 18 Gennaio Gen 2019 1039 18 gennaio 2019
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