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Quelle moschee che dividono Torino

Nel quartiere multietnico Barriera di Milano la proposta di aprire nuovi luoghi di culto aumenta le tensioni sociali. Che costringono la comunità di fedeli musulmani all'invisibilità. 

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Il centro islamico Medina ha sede in una palazzina a cui si accede da un piccolo cortile interno di cemento. Si trova in via Sesia, una stradina nel cuore della Circoscrizione 6, la più multietnica di Torino coi suoi 25 mila stranieri, pari al 23% dei residenti. Alla porta d'entrata ci sono i tappeti arrotolati e un lungo scaffale per le scarpe delle centinaia di fedeli che ogni venerdì riempiono la sala di preghiera.

L'ingresso del centro culturale islamico Medina nel quartiere Barriera di Milano a Torino (Enrico Mugnai).

Uno spazio che però può ospitare solo 70 persone e così molti sono costretti a pregare all'aperto. Era stato individuato un luogo più grande, una ex autofficina in via Leinì, a poche centinaia di metri dall'attuale sede, ma una petizione promossa dal comitato Torino Nord ha convinto Mohamed Bahreddine, l'imam del centro, a prendere tempo e valutare altre opzioni.

LA VITA A BARRIERA DI MILANO

Siamo nel quartiere Barriera di Milano a tre chilometri dal centro di Torino. Una buona parte dei residenti tra il bar e Corso Giulio Cesare, arteria fondamentale verso il nord della città, è di origine straniera. In prevalenza sono marocchini e nigeriani. Anche molte attività commerciali sono gestite da africani: internet point e bar, parrucchieri, macellerie, sartorie, lavanderie e stirerie. Attività piccole e laboriose. Pure la comunità rumena è numerosa, conta 7.500 persone. Il quartiere è un mix di culture e nazionalità. La sera molti muratori fanno la spesa nell'alimentari bengalese che vende prodotti tipici dell'Est Europa o prendono un kebab dal turco.

L'autofficina di via Leinì, sede della nuova moschea (Enrico Mugnai).

Tra italiani, per lo più proprietari e affittuari degli appartamenti, e stranieri c'è una marcata differenza di età: anziani i primi, in prevalenza giovani i secondi. Nella zona ci sono problemi di spaccio e la mafia nigeriana, come ha dimostrato l'operazione Athenaeum, ha fatto di parte del quartiere la sua base operativa. Raramente si incontrano adulti dal diverso colore della pelle parlare tra loro, cosa invece che è molto frequente tra i ragazzi dai 6 ai 14 anni, che chiacchierano e scherzano insieme al ritorno da scuola.

Mohamad Bahreddine, imam del centro islamico Medina a Torino (da Facebook).

MEDINA, UN CENTRO POLIVALENTE

L'imam Mohamed Bahareddine è marocchino, risiede da 21 anni in Italia, e a dicembre è nata la sua prima figlia. È molto preoccupato per il clima d'intolleranza che si respira, per questo da anni promuove iniziative per far conoscere la propria comunità e rompere l'isolamento in cui si trova. Il centro di via Sesia non è solo un luogo di culto, c'è un Caf (centro di assistenza fiscale), il consulente giuridico e quello per la riconciliazione familiare, ci sono le sedi di due squadre di calcio giovanili e due insegnanti in pensione tengono un doposcuola. «Una struttura più grande ci avrebbe permesso di accogliere altre comunità di fedeli e instaurare un dialogo interreligioso, così importante in una società impaurita», dice a Lettera43.it .

La sala di preghiera all'interno del centro culturale islamico (Enrico Mugnai).

I TORINESI DIVISI SUL TRASFERIMENTO DELLA MOSCHEA

Davanti alle serrande abbassate dell'autofficina di via Leinì Teresa, canuta signora torinese, parla con Anissa, signora marocchina velata, e con sua figlia Hania di 23 anni. Sono dispiaciute e arrabbiate per l'opposizione di parte dei residenti al trasferimento della moschea. Teresa crede che ci sia tanto «stupido razzismo», Anissa ricorda che a Casablanca, come in tutto il Marocco, ci sono chiese cristiane, e se «iniziamo a impedire agli altri di pregare il proprio dio la società si incattivisce». Per Giada, del comitato spontaneo Oltre la Barriera «c'è una grande ignoranza e molte persone fanno confusione tra fede religiosa e problemi come lo spaccio». Insegna in una scuola media del quartiere, Giada, e non ha dubbi: «Tra i bambini non esistono dinamiche di intolleranza perché si conoscono giorno dopo giorno imparando ad apprezzare le proprie differenze».

I TRE LUOGHI DI CULTO DEL QUARTIERE

Non tutti sono d'accordo con loro, però. Per Angelo Martino, rappresentante del comitato che ha proposto la petizione anti-moschea, nel quartiere la presenza di stranieri fa calare il prezzo degli immobili. Teme che anche che aumenti la violenza, visto che nel 2009 una bomba carta fu piazzata in un edificio in cui doveva nascere una moschea. E sostiene che ci siano già sufficienti luoghi di culto nel quartiere. Nella Circoscrizione 6, oltre a quella di via Sesia, c'è solo un'altra moschea ufficiale in via Botticelli e una non ufficiale in via Montalciata. Del resto i luoghi di culto nascono dove ci sono i fedeli e questa zona della città ha una popolazione musulmana di almeno 4 mila unità (a Torino sono circa 40 mila i musulmani, con 18 moschee aperte, quasi tutte ricavate in piccoli appartamenti), ma le tre strutture della zona ne possono accogliere poco più di 200. Per Brahim Baya, portavoce dell'Associazione islamica delle Alpi, «alcuni devono andare a pregare in via Chivasso, ma anche lì molti sono costretti a rimanere nel cortile, oppure bisogna organizzare due diverse sedute di preghiera».

L'interno del centro culturale Medina, a Torino (Enrico Mugnai).

Per questo a fine gennaio è stata proposta l'apertura di un'altra moschea in via Porpora, sempre nella Circoscrizione 6, a cui è seguita l'ennesimna raccolta firme di Fratelli d'Italia per fermare il progetto. Tra i firmatari della petizione c'è Christina, ottuagenaria austriaca che vive da lungo tempo in Italia. Secondo lei le moschee portano confusione e delinquenza. Marco, 50enne palestrato, non si fida: «Nelle moschee si insegna l'odio verso i cristiani, si allevano terroristi e si progetta la sostituzione etnica del popolo italiano».

I DUE TERZI DEI MUSULMANI IN EUROPA SONO LAICI

In realtà secondo uno studio del parlamento europeo circa i due terzi dei musulmani che abitano nel Vecchio Continente sono laici o agnostici. «Il 90% dei terroristi si è radicalizzato nelle carceri di Italia e Francia, non nelle moschee», fa notare Bahreddine. «La paura di essere colonizzati, di una sostituzione etnica, può essere ricondotta alla sensazione sempre più diffusa di essere abbandonati dallo Stato e navigare in una società sconosciuta e minacciosa, timore acuito dalla crisi economica», dice Luca Bossi, ricercatore della Fondazione Benvenuti in Italia. «Le persone colpite dalla crisi, spinte da paure e frustrazione, trovano un capro espiatorio, svuotando lo "straniero" della sua personalità e riempiendolo di pregiudizi, disumanizzandolo. Prima erano i meridionali, ora sono i migranti». Le parole di Bossi sono confermate dal 52esimo rapporto del Censis secondo il quale la crisi economica ha scatenato l'ostilità verso lo straniero. Il 63% degli italiani è contrario all'immigrazione, il 58% crede che gli stranieri “rubino” il lavoro e il 75% che portino criminalità.

Un momento di preghiera nel centro Taibba a Torino.

UN PRESIDIO SOCIALE IMPORTANTE

Carlotta Salerno, presidente della Circoscrizione 6, fa parte del Movimento dei Moderati, di forte ispirazione cattolica. Lei passa spesso dalla moschea di via Sesia e dice di sentirsi a casa: «L'imam e le donne della moschea rappresentano la parte più aperta e progressista dell'islam. Fanno un grande lavoro per l'emancipazione della donna, per l'aiuto alla maternità e offrono sostegno alle donne più vulnerabili. Inoltre per le altre comunità del quartiere, come quella rumena, è un punto di riferimento. Costituisce un corpo intermedio tra le persone, anche non fedeli. Come fanno i parroci delle nostre chiese l'imam aiuta a risolvere questioni di vicinato col dialogo allargato a tutte le realtà del quartiere. È un presidio sociale di estrema importanza».

UN CULTO "INVISIBILE"

Nonostante la centralità nella vita del quartiere la moschea di via Sesia è invisibile, fa notare sempre Luca Bossi: «La mancanza visiva di una architettura islamica contribuisce a delegittimare quella religione, facendo pensare che professare l'islam sia illegale. Una struttura riconoscibile dialoga con la città, crea una interazione visiva. Anche da questo deriva la paura degli italiani che vedono entrare tante persone il venerdì in una struttura anonima». Le moschee ufficiali in Italia sono solo 10 per 1 milione e mezzo di credenti, le altre strutture che ospitano sale di preghiera sono centri culturali, più o meno riconosciuti dalle amministrazioni locali, spesso ricavati in ex capannoni o appartamenti. La moschea ufficiale di Torino è quella di Re Mohamed VI, all'estrema periferia sud, a 10 chilometri dalla Circoscrizione 6 dove vive la maggior parte dei musulmani torinesi. Nonostante l'ufficialità solo un'insegna fuori dalla porta la distingue dai palazzi vicini. Il problema dell'invisibilità delle moschee produce effetti nel quotidiano. Brahim Baya crede che incida sull'integrazione facendo continuare a sentire stranieri i musulmani che lavorano e vivono in Italia da anni. «Purtroppo il clima di paura su cui soffia una parte della politica aumenta la sensazione di essere indesiderati e di doversi nascondere», ammette.

Bisogna coinvolgere le persone che lavorano da anni sul territorio e abbiano dimostrato di fare il bene della comunità tutta, non perseguano interessi di parte o extra nazionali

Mohamed Bahreddine

In realtà servirebbe una legge quadro nazionale. Senza una intesa o più intese con l'islam (date le varie correnti di cui si compone) decidono le singole amministrazioni comunali e regionali la legittimità dell'associazione che chiede l'apertura di una moschea, e a seconda del colore politico le minoranze religiose vedono o meno violato il loro diritto costituzionale come accade con le leggi anti-moschee di Lombardia, Veneto e Liguria. Secondo Bahreddine per lavorare a una intesa con lo Stato «è necessario che si formi una Consulta con rappresentanti delle diverse realtà dell'islam che non sia una costruzione artificiosa del governo di turno. Bisogna coinvolgere le persone che lavorano da anni sul territorio e abbiano dimostrato di fare il bene della comunità tutta, non perseguano interessi di parte o extra nazionali».

3 Febbraio Feb 2019 0900 03 febbraio 2019
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