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Cronaca
9 Febbraio Feb 2019 1000 09 febbraio 2019

Perché la sanità pubblica passa dai diritti dei migranti

Per l'Oms garantire l'accesso a cure e vaccini a coloro che arrivano va a beneficio di tutti. Anche per questo il decreto sicurezza potrebbe avere un impatto negativo. 

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Non esiste sanità pubblica senza la salute dei migranti. Su questo semplice assunto convergono due studi: quello della Ucl-Lancet Commission on Migration and Health coordinata da Ibrahim Abubakar dell'University College London (Ucl) e il Rapporto sulla salute dei rifugiati e dei migranti europei dell’Organizzazione mondiale dalla Sanità (Oms). Entrambi fanno il punto, dati alla mano, sull’impatto dell’arrivo dei migranti nei Paesi di medio e alto reddito, in particolare riguardo la salute e l’organizzazione sanitaria.

CONTRO L'INFORMAZIONE PARZIALE

«Il nostro report e quello del Lancet», spiega a Lettera43.it Santino Severoni, che coordina le politiche per la migrazione dell'Oms in Europa, «si propongono essenzialmente di colmare il gap di conoscenza e di informazioni relativo a un ambito sensibile come quello della salute dei migranti e rifugiati. Ciò è fondamentale per evitare una informazione parziale, tendenziosa e non basata sulle evidenze». A cominciare dal “costo” dell’accoglienza. Su scala macroeconomica, risulta che questo è tutt’altro che svantaggioso: nelle economie avanzate, ogni crescita dell’1% dei migranti nella popolazione adulta fa infatti crescere del 2% il Pil pro capite (dati dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e del Fondo monetario internazionale). Un rapporto da non sottovalutare visto che, secondo il rapporto delle Nazioni Unite di fine 2017, la migrazione internazionale è un fenomeno che coinvolge 258 milioni di persone, con un aumento del 49% rispetto al 2000 (173 milioni) e del 18% sul 2010 (220 milioni).

IL DIRITTO UNIVERSALE ALLA SALUTE VA GARANTITO

Per questo, ha spiegato il professor Abubakar, «la creazione di sistemi sanitari che integrano le popolazioni migranti andrà a beneficio di intere comunità, con un migliore accesso alla salute per tutti e vantaggi positivi per le popolazioni locali. Non farlo potrebbe essere più costoso per le economie nazionali, per la sicurezza sanitaria e per la salute globale rispetto ai modesti investimenti necessari per proteggere il diritto alla salute dei migranti e garantire che possano essere membri produttivi della società». Non a caso, fra le proposte della Commissione internazionale Ucl Lancet guidata da Abubakar rientrano l’istituzione di un Inviato speciale Onu su migrazioni e salute con un referente in ciascuna nazione, la creazione di un Osservatorio globale su migrazione e salute, e rendere possibile un accesso universale ed equo alle cure. Se è infatti vero che la migrazione è il tema che meglio definisce il nostro tempo, «il modo in cui il mondo affronta la mobilità umana», ha sottolineato il professore, «determinerà la salute pubblica e la coesione sociale per i prossimi decenni».

PREVENZIONE E INTEGRAZIONE SONO PAROLE CHIAVE

«L’evidenza», dice dal canto suo Severoni, «è che migranti e rifugiati spesso arrivano in salute ma la differenza tra i Paesi di origine e quelli di destinazione, se queste persone si trovano in condizioni di disuguaglianza, ha un impatto negativo. Nel lungo termine, da quanto si è riscontrato per la popolazione migrante e rifugiata, c’è una sorta di assimilazione ai profili di malattie delle popolazioni ospiti; quindi, in Europa, i migranti di lunga data iniziano a soffrire anche di malattie croniche, non così comuni nei loro Paesi di origine». Nel rapporto Oms sulla salute dei migranti e dei rifugiati nella regione europea, che fotografa lo stato di salute delle popolazioni in movimento nei 53 Paesi che la compongono (i Paesi dell’Ue, i Balcani, l'ex Unione Sovietica, Turchia e Israele), prevenzione e integrazione rappresentano due parole chiave.

«La prevenzione è uno strumento fondamentale e non si possono attuare strategie efficaci che non considerino la popolazione nel suo complesso», ribadisce Severoni. «Non includere migranti e rifugiati, o qualsiasi altra popolazione, nelle strategie di prevenzione significa mettere a rischio in primis loro ma anche la popolazione dei Paesi di destinazione». In particolare, per le strategie di immunizzazione, «è fondamentale, per molti dei vaccini considerati dai calendari vaccinali della Regione, raggiungere coperture che garantiscano l’immunità di gregge in tutta la popolazione, nessuno escluso». E aggiunge: «L’accesso ai servizi sanitari per i migranti e i rifugiati e il diritto di poterne usufruire rappresentano elementi di civiltà che attengono ai diritti dell’uomo. Privare della cura le popolazioni migranti e rifugiate equivale a rendere impossibile i processi di integrazione e impedire a tali popolazioni di dare il loro contributo al Paese che li ospita».

In molti dei Paesi della Regione europea l’accesso è garantito per i servizi di emergenza-urgenza. Per altri, invece, l’assistenza primaria non viene nemmeno riconosciuta. «I Paesi che operano meglio per i migranti, in maniera sinergica, garantiscono una integrazione dei servizi socio-sanitari che abbatte le barriere linguistiche e culturali, favorendo nel contempo l’accesso ai servizi sanitari». L’Italia, nazione di migranti, è uno dei Paesi che hanno un programma di immunizzazione nazionale, il PNPV 2015 – 2019, che contempla la popolazione migrante. «Avere un piano nazionale vaccinale che consideri le caratteristiche specifiche del Paese», sottolinea Severoni, «è una priorità perché le strategie e gli interventi relativi all’ambito vaccinale possano essere guidati da buonsenso e sempre più efficaci».

L'IMPATTO DEL DECRETO SICUREZZA

Eppure, il decreto sicurezza e immigrazione presenta elementi di impatto indiretto sulla salute dei rifugiati e dei migranti. «Senza dubbio», fa notare il coordinatore del programma di Salute pubblica e migrazioni dell'Oms, «come esplicitato nel report, quanto attiene alla riduzione del diritto alla garanzia di usufruire di determinati servizi sanitari ha un esito negativo sugli outcome di salute della popolazione. Il riconoscimento di tutele umanitarie, finora, ha dato in molti casi garanzia di accesso ai servizi sanitari». Il decreto, per esempio, «potrebbe modificare tale aspetto a discapito della salute individuale e collettiva della popolazione migrante». Non solo. Il sistema Sprar «è stato uno dei benchmark nella gestione dei rifugiati nella direzione di una integrazione fattiva della popolazione in movimento. La modifica della platea di fruitori potrebbe rappresentare un altro elemento di cambiamento con un impatto non positivo sulle dinamiche integrative e sui processi di tutela della salute della popolazione dei rifugiati e dei richiedenti asilo, potenzialmente esclusi con le nuove normative».

LA SANITÀ PUBBLICA DEVE CONTEMPLARE I MIGRANTI

Nella prospettiva dell’Oms, «non esiste sanità pubblica, senza la salute dei migranti», e ciò che mette in discussione l’uguaglianza della tutela del diritto alla salute della popolazione in movimento rispetto alla popolazione ospite può dunque risultare un elemento a sfavore della sanità pubblica. A cominciare, ovviamente, dalle malattie infettive. Fra quelle più insidiose, la tubercolosi, l’Hiv e l’epatite. «Il sistema di sorveglianza delle malattie infettive nella Regione europea dell’Oms», mette in chiaro Severoni, «è senza dubbio uno dei più efficienti e funzionali a livello globale. In gran parte dei Paesi il sistema di sorveglianza si basa sull’accertamento e la notifica dei casi di malattie infettive riscontrati e diagnosticate. Il sistema di sorveglianza, nello specifico, annovera una rete di istituzioni, ospedali, agenzie, associazioni che permette un controllo capillare della prevalenza (numero di casi presenti in un dato momento nella popolazione generale, ndr) e dell’incidenza (numero di nuovi casi nella popolazione generale, ndr) di tali malattie». Il monitoraggio ha luogo nella maggior parte dei Paesi attraverso sistemi informatizzati di notifica e trasmissione delle informazioni. Nei Paesi europei dell'Oms tali dati vengono raccolti in un sistema centralizzato che li analizza e li elabora. «Nei migranti, specie in quelli irregolari e all’arrivo in un nuovo Paese», conclude Severoni, «tale sorveglianza epidemiologica è per sua natura più complessa e servirebbero maggiori investimenti per un monitoraggio puntuale. La sorveglianza infettivologica nella popolazione migrante regolare è sovrapponibile nelle sue peculiarità a quella preposta al monitoraggio della popolazione generale».

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