Truffa Diamanti Sequestri Banche

Quanto hanno guadagnato le banche con la truffa dei diamanti

Secondo i magistrati, Banco Bpm, Unicredit, Intesa Sanpaolo e Mps avrebbero tratto un profitto di almeno 163 milioni. Le carte dell'inchiesta: «Il management sapeva. Gioielli venduti come investimenti».

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L'inchiesta della Procura di Milano sulla truffa dei diamanti da investimento ha travolto quattro delle principali banche italiane. Per almeno quattro anni (2012-2016), secondo l'accusa, Banco Bpm (e la controllata Banca Aletti), Unicredit, Intesa Sanpaolo e Mps avrebbero fatto comprare a investitori e risparmiatori i diamanti con prezzi gonfiati delle società Intermarket Diamond Business e Diamond Private Investment. Per gli inquirenti, gli istituti di credito avrebbero avuto un ruolo fondamentale di intermediazione tra le società e i clienti. Gli indagati, si legge nel decreto di sequestro preventivo firmato dal Gip Natalia Imarisio, «con più azioni e/o omissioni, con artifizi e raggiri, inducendo in errore decine di migliaia di risparmiatori/clienti delle banche (…) procuravano alle società Idb e Dpi e agli istituti di credito un ingiusto profitto». Un guadagno, secondo i pm, corrispondente ad almeno:

per il Banco Bpm (con la controllata Banca Aletti): 83.809.662,49 euro

per Unicredit: 32.670.422,38 euro

per Mps: 35.528.736,21 euro

per Intesa Sanpaolo: 11.076.807,08 euro

I profitti delle banche sono stati calcolati, sottolineano i pm, con criteri «prudenziali e restrittivi». Dalle somme riportate sono escluse le centinaia di migliaia di euro che gli istituti hanno guadagnato reimmettendo i profitti nelle loro attività, e per le quali gli stessi istituti sono accusati di autoriciclaggio. Il giudice ha disposto il sequestro preventivo di tutte queste somme. Secondo l'accusa, le due società Idb (era amministrata da Claudio Giacobazzi che, da indagato, nel maggio 2018 si suicidò) e Dpi avrebbero fatto acquistare, senza nemmeno le necessarie informazioni, diamanti a investitori e risparmiatori gonfiando il loro valore rispetto alle quotazioni indicative di Rapaport e Idex, i listini riconosciuti a livello internazionale. Per gli inquirenti, le banche non solo sarebbero stati consapevoli del meccanismo truffaldino, ma avrebbero avuto anche «un ruolo fondamentale» di intermediazione tra le società e i clienti e di «collocamento» delle pietre preziose vendute.

«LE BANCHE GARANTIVANO LA GENUINITÀ DELL'INVESTIMENTO»

«Gli istituti di credito omettevano di fare verifiche sulla formazione dei prezzi di vendita dei diamanti», si legge nelle carte dell'inchiesta, «basandosi esclusivamente sulle quotazioni effettuate dalle due società e garantendo, grazie alla loro intermediazione, l'intrinseca genuinità dell'investimento (…) così incassando compensi elevatissimi di intermediazione». Le banche si sono sempre difese rivendicando una terzietà rispetto alle due società che vendevano diamanti, sostenendo che i profitti per loro erano, tra l'altro, del tutto marginali rispetto al loro giro d'affari complessivo. Tuttavia, sostengono i magistrati, «le indagini hanno fatto emergere il ruolo fondamentale degli istituti bancari nella conclusione dei contratti di compravendita di diamanti e il correlativo profitto di singoli ed enti».

«CONSAPEVOLE COINVOLGIMENTO DEL MANAGEMENT»

Inoltre, continua l'ordinanza, «tutte le persone offese hanno dichiarato di essere state indotte in errore con il contributo determinante dei consulenti finanziari o dei direttori delle filiali (…) Le indagini tecniche di intercettazione hanno evidenziato con la massima chiarezza il consapevole coinvolgimento del management nella vicenda in esame (in particolare di diversi dirigenti di Bpm)». Sarebbe stato proprio Banco Bpm a proporre a Vasco Rossi, una delle vittime della vicenda, l'acquisto di diamanti e la rockstar avrebbe pagato con tre bonifici il 20 luglio 2009, il 22 marzo 2010 e il 14 ottobre 2011, rispettivamente per 1,043 milioni di euro, 520mila euro e poco più di un milione.

LE INTERCETTAZIONI: «VENDERE DIAMANTI COME INVESTIMENTI, NON GIOIELLI»

«Il diamante non deve essere proposto come gioiello, ma come investimento»: così parlava, intercettato nel maggio del 2017, un dirigente del Banco Bpm al telefono con un collega. «Fare l'investimento, non venderlo come gioiello, rendimento atteso, c....!», diceva nella stessa telefonata l'altro dirigente dell'istituto. Negli atti si parla, tra l'altro, di due circolari del 2003-2004 della Banca Popolare di Verona e Novara (poi Banco Popolare, che si è fuso con Bpm) e di Banca Aletti, «recanti l'esplicita direttiva ai dipendenti di proporre i diamanti non come gioielli ma come investimento», presentandoli come un «prodotto redditizio» in quanto «sicuro, da oltre vent'anni non conosce ribassi» con «plusvalenze medie annuali di 7-8 punti percentuali». Un dirigente di Banco Bpm, si legge sempre negli atti, aveva definito «allucinante» il contenuto di quelle circolari.

20 Febbraio Feb 2019 1231 20 febbraio 2019
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