Legittima Difesa Armi Salvini
Cronaca
23 Febbraio Feb 2019 1000 23 febbraio 2019

Perché possedere un'arma non aumenta la sicurezza

Calano i reati violenti, ma sempre più cittadini invocano la nuova legge sulla legittima difesa. Iannaccone, autore di Sotto tiro, analizza le cifre e le contraddizioni italiane. 
 

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La Camera si accinge ad approvare la nuova legittima difesa, con il laissez faire imposto alla maggioranza dal vicepremier e ministro degli Interni, Matteo Salvini. Soprattutto sul versante giudiziario: non sarà il via libera al Far West, ma sul fronte delle indagini molto cambierà con l'introduzione del principio che la difesa è «sempre legittima« ed è sempre «consentita» quando la vittima si trova «in stato di grave turbamento». Parallela a questa questione ce n'è una non meno dirimente che inquadra il giornalista e scrittore Stefano Iannaccone nel suo ultimo saggio Sotto tiro: l'Italia al tempo della corsa alle armi.

Il pamphlet, che segue la campagna portata avanti da Possibile, denuncia una tendenza: in Italia sempre più persone non intendono affidarsi alle forze dell'ordine per proteggersi, preferiscono farlo direttamente tenendo in casa una pistola o un fucile.

GLI ITALIANI CON REGOLARE PORTO D'ARMI SONO OLTRE 1 MLN

Il numero da cui partire è 1.117.557: sono i cittadini con regolare permesso di detenere un'arma. Più difficile quantificare quante siano le armi in circolazione, vista l'elasticità delle regole. Come spiega Iannaccone, soltanto «la licenza per la caccia consente di avere un numero illimitato di armi. Quella per il tiro sportivo permette di avere 12 armi, limite raddoppiato con il decreto entrato in vigore il 14 settembre 2018, e tre “armi comuni”». Perché, aggiunge, «l’unica, lieve, restrizione ha riguardato la riduzione della durata della licenza: da 6 a 5 anni». Il tutto mentre calano i reati come omicidi e rapine, i processi per legittima difesa si risolvono con un assoluzione nel 90% dei casi (pur con tempi processuali eccessivamente lunghi), mentre crescono «le vittime per delitti commessi con armi legalmente detenute: ce ne sono state 40 vittime soltanto nell'ultimo anno».

OTTENERE UNA LICENZA È FIN TROPPO FACILE

Quel che è preoccupante, fa notare l'autore, è che da noi «non è difficile ottenere una licenza». La procedura è semplicissima e veloce: «Una visita dal medico di base, quindi una successiva all’Asl, la prova per la capacità di maneggio delle armi e il versamento di circa 350 euro tra bolli e bollettini». Tutto qua? «Sì, sembra una semplificazione, ma è un dato di realtà». Soltanto in caso di difesa personale «occorre dimostrare il “bisogno”» al prefetto. Ma non si va molto per il sottile se il richiedente svolge un'attività dove si maneggiano molti soldi.

La copertina di "Sotto Tiro, l'Italia al tempo della corsa alle armi e dell'illusione della sicurezza" di Stefano Ianaccone.

UN GIRO D'AFFARI CHE SFIORA I 100 MILIONI L'ANNO

Intanto cresce il business. Tra il 2013 e il 2017 le licenze sono aumentare di oltre 176 mila unità. Guardando invece alle armi, è indicativo uno studio dello Small Arms Survey, secondo il quale le armi legali e illegali nel nostro Paese potrebbero essere 10 milioni, con almeno una pistola nelle case di quasi 4,5 milioni di italiani, dove tra l'altro vivono 700 mila minori. Stime non ufficiali parlano di un giro d'affari intorno ai 100 milioni di euro l'anno, che vede coinvolti oltre 1.300 punti vendita al dettaglio e più di 400 associazioni sportive dilettantistiche e tiri a volo. Intanto, «mentre i giornali chiudono, non solo quelli settoriali», sottolinea Iannaccone, «c’è chi ha fatto nascere il periodico Legittima difesa. Niente di illegittimo, sia chiaro». Ma questo dimostra che un mercato c'è, se «è un editore individua una nicchia di potenziali lettori e offre un prodotto adeguato e, sulla base delle vendite, decide di proseguire o eventualmente interrompere le pubblicazioni».

LA SVOLTA CON LA LEGGE LO BELLO

Secondo Iannaccone la svolta è arrivata, di soppiatto, nel 1986 con la legge Lo Bello che ha introdotto la categoria delle armi sportive. «L’obiettivo era quello di differenziare i piani, ma nei fatti, salvo alcune sfumature, le differenze non esistono, perché sparano a tutti gli effetti». Negli anni infatti si è registrato un boom degli appassionati di tiro a volo. «Nel 2013», fa notare l'autore, «c’erano 698.606 licenze per uso caccia, 397.751 per uso sportivo e 21.200 per difesa personale (il porto d’armi considerato tradizionale, ndr). Per un totale di 1.117.557 licenze. Nel 2017 la situazione è cambiata in maniera significativa. Sono calate di poco le licenze per difesa personale, scese a 18.123, ma sono vertiginosamente cresciute quelle per il tiro a volo, attestate a 563.415». In cinque anni si è registrato un incremento costante. Ma balza agli occhi il dato tra il 2016 e il 2017: da 482.999 licenze si è passati a 563.415 con un saldo di +80.146 licenze in 12 mesi. Una media superiore alle 6.500 al mese. Un andamento meno prorompente, invece, ha riguardato le licenze per la caccia, passate a 712.48, ma in calo rispetto al 2015 (quando il dato era 719.172).

Stefano Ianaccone è autore del libro Sotto Tiro.

LA SICUREZZA NON AUMENTA CON LE ARMI

Sotto tiro: l'Italia al tempo della corsa alle armi è un progetto autonomo, l'autore ha anche lanciato una campagna di crowdfunding per aumentarne la diffusione. Ma il saggio è soprattutto una interessante comparazione con la situazione all'estero (negli Stati Uniti per esempio, a differenza di quello che crediamo, si sta rafforzando il movimento che vuole limitare le armi) e un viaggio nelle contraddizioni dell'Italia, un Paese che non avendo una tradizione di autodifesa ha finito per vedere aumentato anche il numero dei suicidi per morte violenta e dei femminicidi. Amara allora la conclusione di Iannaccone che, intervistando esperti del settore, finisce per «smantellare uno dei capisaldi della propaganda politica: quello della sicurezza che in realtà moltiplica i pericoli generando un meccanismo di insicurezza reiterato all’infinito. Il cittadino deve essere vigile, pronto a sventare l’eventuale minaccia». Insomma, la sicurezza non aumenta nei fatti, perché c’è il concreto rischio di sopperire nello scontro armato, e nemmeno la percezione di sicurezza aumenta davvero perché c’è cresce l'ansia di dover rispondere a un potenziale nemico. Senza dimenticare che, come dice allo stesso Iannaccone lo scrittore Pietrangelo Buttafuoco, il tutto si riduce a «due possibilità: nella migliore delle ipotesi il cittadino si trasforma in assassino, con tutto quel che ne consegue in termini penali e di coscienza. E nella peggiore delle ipotesi il cittadino viene assassinato».

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