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Il caso di Trenord e la difficile vita dei disabili in treno

Sui convogli mancano posti attrezzati e personale. Non solo: l'azienda andrebbe avvisata con 48 ore di anticipo. Come se chi è in sedia a rotelle non potesse decidere all'ultimo di viaggiare. 

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«Due disabili sul treno sono troppi. Lei deve scendere perché non ha preavvertito». Lo ha sentenziato un controllore di Trenord, obbligando il signor Edoardo Lucheschi a scendere dal convoglio. Gli anni passano, le mode cambiano ma le modalità che le società di trasporto ferroviario usano nei confronti dei passeggeri con disabilità motoria rimangono identiche secula seculorum. Ciò non può che rendermi felice e fiduciosa rispetto alla mia carriera da editorialista: non mi mancherà mai l'ispirazione per scrivere di treni!

Due passeggeri con disabilità e una sola postazione per sedie a rotelle. È così faticoso predisporre non uno ma più posti attrezzati all'interno di uno stesso vagone o, ancora meglio, in vagoni diversi così da consentire addirittura (!) la compresenza di più clienti che usano questo ausilio per spostarsi? Certo, adeguare i mezzi o comprarne di nuovi è un investimento significativo ma mi pare evidente che la necessità di farlo non manchi! Credo di aver visto alcuni treni dotati di ben due posti attrezzati all'interno di uno stesso scompartimento e che non sia stata una mia allucinazione. Perché non seguire questo esempio virtuoso?

IL PROBLEMA STA NEI LUOGHI COMUNI SUI DISABILI

Purtroppo temo che, come al solito, la criticità maggiore risieda nelle teorie e nei luoghi comuni della gente. Nell'immaginario collettivo noi persone con disabilità siamo per lo più considerati esseri sfortunati, privi di iniziativa e gioia di vivere. Il linguaggio retrogrado che alcuni ancora usano quando si riferiscono a noi ne è una dimostrazione. Ce l'ha ben presente Jacopo Melio che si è imbattuto nell'imbarazzante cartello su cui troneggiava la scritta «rampa handicappati» (termine desueto e decisamente inappropriato) su un edificio commerciale a pochi passi delle torri della Regione Emilia- Romagna, a Bologna.

La vergognosa “Rampa handicappati” a due passi dalle Torri della Regione Emilia Romagna Cammini, alzi la testa e ti...

Geplaatst door Vorreiprendereiltreno op Dinsdag 19 maart 2019

Almeno in quel caso la rampa c'era, invece ancora oggi molti treni non sono accessibili a chiunque. Nonostante notizie di disavventure come quella vissuta dal signor Lucheschi testimonino l'evidenza lampante che, ebbene sì, le persone con disabilità, esattamente come tutti, si muovono nel mondo utilizzando, tra gli altri, anche questo mezzo di locomozione sembra proprio che i vertici delle società ferroviarie italiane non se ne rendano conto. Suppongo ci immaginino ancora chiusi in casa con una coperta sulle gambe e intenti a costruire gru di carta.

I TEMPI DELL'ISTITUZIONALIZZAZIONE SONO FINITI DA 50 ANNI

Ho una meravigliosa notizia per voi, cari dirigenti e personale delle società di trasporto ferroviario: i tempi dell'istituzionalizzazione, quando i disabili erano rinchiusi in ricoveri speciali e di lì difficilmente ne uscivano vivi, sono finiti da 50 anni! Ora ci è concesso godere delle meraviglie del mondo, che è vasto ma potrebbe essere raggiungibile anche da noi con maggior facilità di un tempo, se solo ci offriste la possibilità di utilizzare i vostri treni senza che ogni volta salirci equivalga a intraprendere un viaggio della speranza.

UNA NEGLIGENZA CHE COMPLICA LA VITA

Quando capitano questi episodi solitamente vengono accampate giustificazioni legate alla sicurezza e alla responsabilità. I capotreni, contro cui noi “carrozzati” inveiamo ma che in realtà sono solo le ultime ruote del carrozzone e non certo da loro dipendono le scelte strategiche in materia di interventi strutturali sui convogli, ci rispondono offrendoci sempre la solita minestra di scuse. Loro malgrado, ci spiegano, il personale addetto all'assistenza dei passeggeri a ridotta mobilità (termine che mi fa sempre sorridere se penso al fatto che, a causa delle mie distonie, nell'arco di una giornata, io mi muovo più di tutti i “normaloidi” messi insieme) non può assumersi la responsabilità di trasbordare un corpo umano da una sedia a rotelle a un sedile. Comprendo la criticità anche se non posso fare a meno di far notare quanto una negligenza imputabile solo alle società di trasporto ferroviario complichi la vita di persone a cui la società intera, per come è strutturata, già non la renda semplice.

ANCHE A NOI CAPITA DI PRENDERE UN TRENO AL VOLO

Tuttavia in questo caso, per sedersi, il signor Lucheschi non aveva chiesto aiuto al personale di Trenord ma aveva occupato il posto grazie al sostegno della sua accompagnatrice. Dov'è il problema, allora? Ovvio che sussista in quanto, in caso di infortunio del passeggero, la responsabilità ricadrebbe su chi gli ha permesso di viaggiare in condizioni non a norma di legge. Ma perché dobbiamo pagare noi viaggiatori per una manchevolezza altrui? L'altra giustificazione addotta dal capotreno per farlo scendere è stata il mancato preavviso – di almeno 48 ore - nel richiedere l'assistenza da parte del personale preposto. A parte il fatto che, nella pagina dedicata alle informazioni riguardanti i viaggiatori con disabilità, nel sito internet di Trenord c'è scritto: «In assenza di preavviso, [...] sarà compiuto ogni sforzo ragionevole per fornire [...] l'assistenza necessaria per il viaggio alla persona con disabilità o a mobilità ridotta [...]» e nel caso del signor Edoardo non mi pare proprio sia stato fatto alcun ragionevole sforzo.

Ripeto, anche non considerando il fatto che la possibilità di non avvertire prima è contemplata pure dalla società di trasporti lombarda, rimango sempre basita quando constato che evidentemente i quadri delle aziende di trasporto ferroviario pensino ai passeggeri con disabilità come individui dannatamente noiosi dalla vita scontata, prevedibile e per nulla soggetta agli imprevisti. Che anche a noi possa capitare di prendere qualche decisione al volo non è contemplato. Niente salti su treni in corsa, quindi, per usare una metafora.

NON È UNA QUESTIONE PERSONALE MA COLLETTIVA

Il fratello del signor Edoardo, avvocato, ha scritto una lettera di denuncia a Trenord per chiedere i danni. Alla lettera sono seguite le scuse dell'azienda che, contattata dal Corriere della Sera, ha anche dichiarato di aver aperto un'indagine interna. Speriamo che il procedimento porti a qualche risultato ma io non avrei agito singolarmente. Ogni discriminazione perpetrata contro una persona con disabilità non dovrebbe essere considerata una questione personale ma collettiva perché potrebbe capitare anche ad altre. Procedere singolarmente non ha senso nemmeno in termini di efficacia nel conseguimento dei risultati. Bisogna unirsi e rivolgersi alle associazioni per la difesa dei diritti delle persone con disabilità. Se agiamo come singoli difficilmente vinceremo, soprattutto contro colossi come le società di trasporto ferroviario. Ma se ci muoviamo come collettività politica, unita e organizzata, allora forse qualcosa potrà cambiare.

30 Marzo Mar 2019 1400 30 marzo 2019
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