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La Sea Watch ha soccorso 65 migranti al largo della Libia

La Ong tedesca su Twitter: «Tripoli, Malta, Italia e Olanda sono state informate, nessuna risposta». A bordo anche minori e neonati. Ma Salvini diffida l'imbarcazione dall'avvicinarsi alle nostre acque territoriali.

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Una nave della Sea Watch ha soccorso 65 migranti in difficoltà a 30 miglia dalle coste libiche. Il gommone su cui si trovavano era stato avvistato da un aereo civile di ricognizione. La Ong tedesca ha scritto su Twitter che le autorità di Libia, Malta, Italia e Olanda sono state «informate», ma che da loro non è giunta finora «nessuna risposta». Tra i 65 migranti soccorsi ci sono anche «11 donne, 15 minori di cui otto non accompagnati, cinque bambini, due neonati e una persona disabile. Molti esausti e disidratati». L'organizzazione ha chiesto un porto sicuro per lo sbarco e attende «istruzioni in merito».

SALVINI VUOLE IL DIVIETO DI TRANSITO

Il 13 maggio contro la Sea Watch aveva parlato il ministro dell'Interno Matteo Salvini: «Non pensino di aiutare scafisti, imbarcare immigrati e dirigersi verso l'Italia. Perché verranno fermati, con ogni mezzo lecito consentito». Concetto ribadito dal leader della Lega anche il 15 maggio, nel corso della riunione del Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica: «Nave di Ong tedesca, con bandiera olandese, raccoglie 65 immigrati in mare libico. Ho appena firmato una diffida ad avvicinarsi alle acque territoriali italiane. I nostri porti sono, e rimangono, chiusi». Fonti del Viminale hanno fatto sapere che il caso è stato inserito urgentemente all'ordine del giorno del vertice.

Il ministero dell'Interno ha quindi emanato una nuova direttiva, la quarta nel giro di due mesi, in cui si afferma che l'intervento di soccorso «non è stato coordinato dalle autorità italiane» e che pertanto non sussisterebbe «alcuna competenza delle stesse nella gestione dell'evento in corso». Per giunta, un eventuale transito in acque italiane rappresenterebbe un «passaggio non inoffensivo». Perché se il comandante facesse rotta verso il nostro Paese, è il ragionamento, la sua condotta risulterebbe «finalizzata al trasferimento sul territorio italiano di migranti irregolari con modalità improprie», un atto «pregiudizievole per il buon ordine e la sicurezza dello Stato». Il ministero ha invitato perciò le forze dell'ordine a intimare alla nave il divieto di transito nelle acque territoriali.

LA ONG HA VINTO IL RICORSO SUL NUOVO CODICE DELLA NAVIGAZIONE OLANDESE

La nave che ha effettuato il salvataggio è la "Sea Watch 3". L'imbarcazione ha recentemente ripreso il mare da Marsiglia, dopo il blocco che le era stato imposto dall'Olanda, Stato di cui batte bandiera, ed è attualmente l'unica unità civile di soccorso attiva nel Mediterraneo Centrale. La Ong ha vinto il ricorso al Tribunale dell'Aia contro le modifiche al Codice della navigazione olandese entrate in vigore lo scorso 2 aprile. La policy prevede requisiti tecnici più rigorosi per le navi che operano con la bandiera dei Paesi Bassi e aveva di fatto costretto la "Sea Watch 3" a fermarsi. I giudici hanno stabilito, tuttavia, che i cambiamenti normativi non possono essere applicati senza lasciare alla Sea Watch un periodo di transizione (fino a metà agosto) durante il quale adeguarsi. Di qui il ritorno in mare aperto.

La Ong, tra le altre cose, ha sempre affermato che la modifica regolamentare non fosse dovuta, come sostenuto invece ufficialmente dal governo olandese, a presunte «preoccupazioni per la sicurezza» per le persone che Sea Watch «soccorre in mare e ospita a bordo in attesa dell'assegnazione di un porto sicuro». Ma dipendesse piuttosto da una precisa volontà politica, «in linea con la strategia degli Stati membri dell'Ue volta a ostacolare la ricerca e il salvataggio civile in mare».

LE ACCUSE RIVOLTE ALL'UNIONE EUROPEA

Sea Watch ha anche ricordato che negli ultimi giorni «almeno 240 persone sono state ricondotte forzatamente in Libia, anche attraverso l'impiego di velivoli militari delle missioni Ue». Secondo Philip Hahn, capomissione a bordo della "Sea Watch 3", l'Europa «sta lasciando annegare le persone come deterrente per coloro che rimangono intrappolati in Libia nei campi di detenzione in condizioni disumane, e che non possono fare altro che scegliere tra tortura e morte. Finché l'Ue negherà loro un passaggio sicuro e non ottempererà all'obbligo di soccorso in mare, faremo tutto ciò che è nelle nostre possibilità per salvare persone».

15 Maggio Mag 2019 1604 15 maggio 2019
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