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Il punto sulla Rwm, la fabbrica delle bombe in Sardegna

L'impianto di Domusnovas, nel Sulcis, verso l'ampliamento. Nel 2017 ci lavorano 170 persone, molti gli ex Alcoa e interinali. Anche se alcuni contratti non sono stati rinnovati.

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In Sardegna il ciclico dilemma tra busta paga e ambiente si è trasformato. In un un angolo del Sulcis, terra di industrie dismesse e ferme, è diventato un aut aut tra lavoro e questioni etiche. Qui a Domusnovas, paese di poco più di 6 mila abitanti, nel 2010 la fabbrica di esplosivo per miniere si è convertita, a suon di soldi pubblici, in fabbrica di bombe e armi. È la Rwm (sede legale Ghedi, Brescia) di proprietà del colosso tedesco Rheinmetall. Da qui partono le bombe Mk82 – da assemblare - che l'Arabia Saudita usa contro i civili nello Yemen. Il codice, secondo un'inchiesta del New York Times, è proprio quello: A4447.

I PIANI DI AMPLIAMENTO DELL'IMPIANTO

Per i detrattori è una fabbrica di morte (in prima linea il Comitato per la rincoversione, Sardegna pulita e anche il vescovo di Iglesias), chi la difende (lavoratori, abitanti e pure il sindaco) sostiene che con lo stop comunque non si risolverebbe il problema della guerra. La disoccupazione è uno spettro che spaventa: nel 2016 in questo angolo di Sardegna era al 20,26%. E così davanti ai continui sit in, richieste di embargo ed esposti in procura la risposta corale del paese è quasi unanime: «Quelle bombe le farebbero da un'altra parte e qui resterebbe ancora più miseria». Una possibilità – paventata anche dai dirigenti - che in ogni caso garantiscono: «La fabbricazione e spedizione delle armi è legale». Non solo: è in atto un raddoppio, ormai terminato, con un campo prove nuovo e due linee produttive da 35 milioni. L'amministratore delegato Fabio Sgarzi ha evitato giri di parole: «O c'è l'ok o si chiude», ha detto lo scorso luglio a La Nuova Sardegna.

Un presidio contro la produzione di bombe in Sardegna a Cagliari.

LA DIFFERENZA DEL CONTRATTO IN LOMBARDIA E SARDEGNA

Nella linea di produzione sarda, secondo gli ultimi dati ufficiali del 2017, erano occupati 171 lavoratori (con una sproporzione tra impiegati, più numerosi degli operai), oltre ai dirigenti. Poche le donne: si stima siano meno di un sesto. I dati si riferiscono a entrambe le sedi: Ghedi, in Lombardia, e Domusnovas in Sardegna. La differenza tra i due siti è il tipo di contratto: ai sardi è applicato quello dell'industria chimica, ai lombardi quello dei metalmeccanici (più vantaggioso). I turni fino a qualche anno fa erano due o tre, a rotazione continua: sette giorni su sette. Il balzo in avanti è documentato nel bilancio: nel 2016 il capitale sociale valeva 2 milioni ora ne vale 10. Tanto che nelle ipotesi c'è un ulteriore ampliamento anche della squadra di lavoro.

IN RWM ASSORBITI MOLTI OPERAI EX ALCOA

E se altrove Rwm è sinonimo di distruzione e morte qui significa investimento, stipendio a fine mese e vita. L'utile di impresa è arrivato a 15 milioni di euro nel 2017, con un'incidenza del costo del lavoro sui ricavi pari al 24%. E fin qui i numeri. Ma come si spiega l'enigma della strana composizione tra lavoratori da scrivanie e lavoratori da linea di produzione? Con il ricorso – massiccio soprattutto in fase di ampliamento – agli interinali. Tanto che il totale stagionale supera le 300 unità. Il reclutamento avviene soprattutto via web, tramite un'agenzia. E si procede con il passaparola: da anni, molti ex operai Alcoa, soprattutto i giovani, sono stati assorbiti dalla Rwm. Basta un corso di aggiornamento in Lombardia e si è pronti a timbrare il cartellino e produrre bombe al di là del filo spinato.

TEST PSICOLOGICI E MASSIMO RISERBO

Prima, però, si devono superare sofisticati test psicologici sull'idoneità: chi ha dubbi etici difficilmente va riesce ad andare oltre il primo contatto. Poi la dichiarazione di massimo riserbo in un ambiente da caserma, paramilitare, dove tutti si conoscono e alcuni – come ha evidenziato il servizio andato in onda qualche settimana fa a Presa diretta – rivestono anche incarichi pubblici.

LA MAXI COMMESSA DA 225 MILIONI E LO STOP AGLI INTERINALI

La fretta per l'ampliamento ha portato a marciare a tappe forzate sugli iter autorizzativi, in parte 'spacchettati'. Un metodo su cui le associazioni e il comitato per la conversione hanno presentato ricorsi al Tar. Ma comunque si va avanti, ormai le nuove aree per 13 ettari sono quasi pronte grazie a mesi di cantieri aperti su tre turni, notte e giorno. Nelle trincee all'aria aperta si testeranno le armi: è il campo prove, mentre le bombe delle nuove linee saranno depositate nei magazzini dislocati nei paesi del circondario. Da mesi i capannoni dismessi anche a chilometri di distanza sono stati affittati o acquistati dagli intermediari della Rwm. Perché tutto questo movimento? Probabilmente per smaltire la maxi commessa da 225 milioni del 2016 annunciata dalla stessa Rheinmetall. Mentre secondo l'ultima relazione trasmessa dal governo al parlamento nel 2018 c'è stato un freno: micro commesse da più committenti per un valore di 5,2 miliardi di euro. Sul fronte del Sulcis, in silenzio, però qualcosa è cambiato: secondo fonti ben informate sul territorio i contratti interinali di almeno 50 operai che finora andavano a rinnovo quasi automatico sono stati sospesi. Stop ai turni e restituzione obbligatoria degli indumenti di fabbrica. Il perché della pausa di massa forzata non trapela forse nemmeno ai diretti interessati.

17 Maggio Mag 2019 1341 17 maggio 2019
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