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CULTURA
23 Marzo Mar 2011 1900 23 marzo 2011

Teatro batte stadio

Nonostante i fondi tagliati, cresce il pubblico pagante.

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di Rosy Battaglia

L'interno del teatro alla Scala di Milano (Getty Images).

Più gente nei teatri che negli stadi. Non è un sogno, stando ai dati sulla spesa del pubblico pagante resi noti dalla Siae, ma la rilevazione della realtà. Nel 2009 i botteghini hanno staccato oltre 22 milioni di biglietti per ingressi e abbonamenti agli spettacoli teatrali, pari a ben 379 milioni di euro. E gli ultimi dati disponibili confermano il trend di crescita di questo comparto. Tanto che, già nel primo semestre 2010, il pubblico teatrale ha superato di oltre 800 mila unità i frequentatori di arene calcistiche e affini, con quasi 16 milioni di partecipanti, facendo registrare oltre 170 milioni di incassi.
UNA CRISI PROFONDA. Eppure, nonostante i cittadini italiani in tempi di recessione non abbiano rinunciato ai consumi culturali, il mondo del teatro versa, secondo gli addetti ai lavori, in una crisi profonda. Uno stallo strutturale, anche in conseguenza della graduale diminuzione di impegno economico da parte dello Stato. Gli stanziamenti ministeriali, previsti per tutto il ramo cultura (dalle biblioteche ai teatri passando per i beni architettonici e storici del paese), sono passati dallo 0,39% del bilancio statale nel 2000 allo 0,21% del 2010, uno dei valori più bassi dell’Unione europea. Un diminuzione compensata, solo parzialmente dall’intervento delle amministrazioni locali, (regioni, province e comuni) e dalle fondazioni bancarie, tale da provocare le dimissioni del ministro del Mibac, Giulio Bondi (appena sostituito da Giancarlo Galan) e di Andrea Carandini, presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali.

Le buone pratiche

Uno scorcio del teatro Strehler di Milano (Getty Images).

Certo, il mondo del teatro si interroga da diversi anni su come cambiare modello. In occasioni interessanti come Le buone pratiche, una sorta di 'stati generali del teatro' lanciati da Mimma Gallina, organizzatrice e consulente teatrale e Oliviero Ponte di Pino, studioso ed esperto, fondatore del sito Ateatro.org, è emersa la necessità di proporre un nuovo modo di fare e produrre teatro. Sottolineando l’inefficienza di un sistema centralizzato, in cui le risorse, già esigue, sono concentrate su pochi soggetti. Da qui, cercando di superare il clima da piagnisteo generale, la ricerca di nuovi stimoli e progettualità per il futuro. Non a caso l’ultima edizione, tenutasi a Torino lo scorso febbraio, si intitolava Risorgimento.
In un movimento risorgimentale che si rispetti come potrebbero mancare i “moti carbonari”? Moti che provengono, però, da quel mondo autoprodotto e indipendente che sembra distante anni luce dall’ambiente teatrale dipinto dai detentori del Fus. Esattamente da coloro che non beneficiano, almeno direttamente, di finanziamenti pubblici.
IL PROGETTO CRESCO. Pensiamo, ad esempio, al Cresco (il coordinamento delle realtà della scena contemporanea) che nel proprio manifesto fotografa una realtà di compagnie, associazioni e reti organizzative che ha trovato i propri incubatori nelle sale cittadine, nei paesi di provincia, nei festival, nelle rassegne, nei centri sociali, nelle discoteche, nelle scuole. Una costellazione di luoghi non esclusivamente teatrali che ha contribuito ad allacciare contatti trasversali tra promotori, artisti e pubblico.
Un fermento auto-prodotto che ha attirato verso lo spettacolo dal vivo contemporaneo una platea che prima non esisteva. La punta dell’iceberg di un campionario artistico che non ha rinunciato all’iniziativa e alla creatività per rilanciare il ruolo culturale, sociale ed economico del teatro, nella società italiana. Nonostante i tagli.

Terremoti: il teatro va in azienda

Come A bocca aperta, gruppo aquilano che dopo il terremoto del 6 aprile 2009 non è rimasto con 'le mani in mano' e ha proseguito il suo percorso artistico in un ambito desueto per il teatro: quello del mondo lavoro. Proponendo veri e propri spettacoli, come A cena con il delitto, che coinvolgono un pubblico particolare di manager, impiegati ed operai. «Non siamo dei 'formattori', ma la prima compagnia teatrale professionista italiana che ha realizzato un modello sperimentale nella formazione: quello del teatro-azienda» racconta il trentenne direttore Daniele Milani.
LE RELAZIONI AZIENDALI. «Con gli strumenti e gli archetipi tipici della commedia dell’arte, siamo riusciti a mettere in evidenza i nodi relazionali che esistono all’interno del sistema aziendale. Un modo diverso, ma ugualmente efficace per coinvolgere il singolo individuo alla partecipazione» prosegue Milani. Il tutto senza scadere in eventi totalmente piegati al volere del cliente o del dirigente di turno. E «senza essere depositari di nessuna verità» precisa il direttore di A bocca aperta «ma facendo emergere la forza del teatro nel sottolineare i problemi esistenti nei team, mettendo in relazione idee e persone». Anche per chi non è mai andato a vedere uno spettacolo dal vivo.
IN GIRO PER L'ITALIA. Una strada che ha portato il collettivo composto da una decina tra attori, autori e tecnici, a collaborare con aziende di medie e grandi dimensioni nazionali. Con un fitto calendario di repliche in giro per l’Italia sono riusciti, così, a ricreare una nuova economia, che ha loro permesso di tornare a produrre nuovi spettacoli, pagando regolarmente stipendi e contributi. Senza nessun finanziamento pubblico, grazie a un giro d'affari simile a quello di un medio teatro italiano.
LA REALTÀ DEGLI STABILI. «Avevamo proposto inizialmente l’idea ai teatri stabili, ma la nostra offerta non destò nessun interesse reale» ricorda Milani «proprio nel momento in cui tutto il sistema teatrale aquilano e abruzzese si stava avvicinando al collasso». Situazione precipitata con il sisma, ma non solo: «Basti pensare al teatro Stabile dell’Aquila tuttora senza direzione (abbandonata da Alessandro Gassman per la direzione dello Stabile del Veneto, non dopo aver prodotto un proprio spettacolo), ridotto in un piccolo auditorium di 150 posti e la stagione di teatro ragazzi dello Stabile d'innovazione dell'Uovo spostata in uno spazio parrocchiale di fortuna» racconta Milani. Con un’amara constatazione: «Le realtà che godono del finanziamento pubblico non cercano altre soluzioni di sostegno economico, perché ciò implicherebbe un cambiamento culturale, pieno di incognite e di rischi. Ma anche di opportunità, come tutti i cambiamenti». Ed è, forse, questo il cuore del problema. «Possiamo dire con un certo orgoglio che il teatro che facciamo noi non è in crisi. Ce lo siamo guadagnato» conclude il direttore di A bocca aperta.

I Corsari a Scampia

Il quartiere Scampia di Napoli (Getty Images).

Il viaggio prosegue dall’Abruzzo alla Campania, regione dove lo 'scossone' elettorale ha cambiato gli equilibri e diverse poltrone anche nel mondo del teatro istituzionale, tanto da mettere in forse la prossima edizione del Napoli Teatro Festival e congelato progetti come Teatri della Legalità, rassegna di teatro per le scuole e le famiglie che coinvolgeva oltre 30 comuni. Ciononostante, in questo mare magnum hanno iniziato a navigare a vista i Corsari. Sono i ragazzi e le ragazze di Punta Corsara, progetto nato a Scampia nel 2006, in una delle zone partenopee che più necessitavano ascolto e attenzione da parte della comunità. Una risposta al disagio che è arrivata proprio dal teatro.
«Tutto è partito come percorso triennale di formazione ai mestieri dello spettacolo rivolto a giovani del quartiere tra i 18 e i 22 anni» ci spiega Marina Dammacco, l’attuale direttrice organizzativa «lanciato dal Teatro Mercadante, che si è trasformato in un progetto di impresa culturale per il triennio 2007-10, sostenuto dalla Fondazione Campania dei Festival e legato alla rinascita del Teatro Auditorium di Scampia».
FINANZIAMENTI PUBBLICI. Una giovanissima compagnia 'agevolata' dal finanziamento pubblico, quindi, (dapprima ministeriale, poi regionale grazie ai fondi Por della Ue) in un territorio salito alla cronaca per ben altri primati, pronta però a camminare con le proprie gambe. «Dopo aver ricevuto il testimone nel 2009 da Marco Martinelli e Debora Pietrobono, gli ideatori e organizzatori del progetto, a dicembre 2010 ci siamo costituiti in associazione culturale, pur sapendo che con il nuovo anno non avremmo più avuto alcuna sovvenzione» prosegue la Dammacco.
SUCCESSO UNANIME. I 15 corsari, guidati da Emanuele Valenti, regista e direttore artistico, forti del loro talento e del debutto della prima produzione Il signor di Pourceaugnac al Napoli Teatro Festival 2010, hanno raccolto un successo unanime tra pubblico e critica (ricevendo sia il Premio Ubu che l’Hystrio Nuove Muse) e sono tuttora in tournée. In parallelo proseguono i laboratori con il progetto Aerrevuoto negli altri quartieri napoletani, la preparazione della stagione estiva, mentre iniziano ad arrivare le prime richieste di collaborazione. «È appena partito Capusutta, un laboratorio teatrale aperto a 80 ragazzi e ragazze di Lamezia Terme e alle associazioni del territorio, deliberato dall'assessore alla Cultura, Tano Grasso» conclude la direttrice organizzativa de I Corsari. Così toccherà a loro, questa volta, coinvolgere i giovani lametini per formare un gruppo stabile e uno spettacolo da presentare alla città, al termine del progetto.
FUTURO INCERTO. Resta però la consapevolezza di un futuro artistico e lavorativo davvero non facile, di questi tempi. Tanto che «le nuove produzioni dovranno essere più 'leggere' e andare in scena con meno attori», e dovranno dividersi tra le diverse attività, alla ricerca di risorse pubbliche e private. «Per questo ci siamo inventati Avvicinamenti a Scampia, una serie di appuntamenti di teatro e di danza ospitati in altri spazi della città, per continuare la relazione con i luoghi, i cittadini, le scuole». Nell’attesa che si completi il restauro dell’Auditorium, iniziato a maggio 2010 e nella speranza che torni ad essere il fulcro di una vita culturale e sociale per il quartiere. «Nasciamo come progetto sul nostro territorio e qui vorremmo restare».

Indipendenti all’ombra dell’Etna

E nonostante l’Etna, il caldo e la siccità, neppure nell’isola siciliana il teatro indipendente resta immobile. La conferma del fervore di iniziative ci arriva da Area Teatro, piccola compagnia siciliana. Nata in quel di Augusta nel 2006, fonda la sua poetica nell’impegno civile verso il proprio territorio e le nuove generazioni. Con un lavoro intenso nelle scuole, sui temi della legalità e memoria attiva, nei centri di recupero e accoglienza del disagio di natura psichica e sociale. Producendo al contempo spettacoli che, dallo studio contemporaneo della tradizione, creano innovazione.
DIVERSI LINGUAGGI. «Per farlo usiamo la contaminazione di diversi linguaggi» racconta Ivano, anima organizzativa del progetto «la narrazione, il teatro di figura con burattini e pupazzi giganti, i nouveau clown». Quattro persone in tutto, guidate da Alessio Di Modica, giovane raccontatore già segnalato al Premio Scenario, che ha riscoperto la tradizione de u cuntu siciliano, rinnovandola. Da La favola industriale, ispirata alla storia della città di Augusta, delle sue raffinerie e delle devastazioni ambientali alla nuova produzione Kamikaze & Rock ‘n’roll ispirata all’opera di Yukio Mishima, nata dall’incontro con il guattellaro partenopeo, Gaspare Nasuto.
RISORSE RIDOTTE. Da una parte, quindi il lavoro di ricerca e di produzione, dall’altra una struttura organizzativa ridotta al minimo, ma in grado di realizzare progetti di formazione internazionale in collaborazione con l’associazione di volontariato Lunaria, l’Agenzia europea per la gioventù, con cooperative sociali per la formazione di operatori e interventi nei luoghi dove le stesse agiscono. Insomma un’attività fortemente intessuta con i bisogni della collettività che li ha portati a ricavare uno spazio nel centro di Augusta, la sala Magnani, dove si realizzano laboratori per bambini e spettacoli.
IL FESTIVAL. Da due anni, poi, hanno lanciato anche il festival delle Due Sicilie in collaborazione con il comune di Melilli. «Non vuole essere una rievocazione storica di borbonica memoria, ma il recupero del teatro popolare nato per le strade e i vicoli» spiega Di Modica. E le risorse? «L’indipendenza è la nostra forma mentis. Certo collaboriamo con le scuole, i comuni, provincia e regione, ma siamo abituati a vivere costantemente in tempi duri».

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