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CULTURA
1 Luglio Lug 2011 1300 01 luglio 2011

La notte di Céline

Cinquant'anni fa moriva il più nichilista degli scrittori francesi.

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Louis Ferdinand Destouches, in arte Céline.

Il rischio di essere degli scrittori veri, di quelli che «scrivono con la pelle» come affermava Céline, è sicuramente quello di essere, una volta morti, appiattiti, strumentalizzati, plastificati e infine amati e venerati per ciò che non si era e per quello che non si voleva dire.
Paul Verlaine, Arthur Rimbaud e Charles Baudelaire sono stati, senza alcun dubbio, i maggiori ispiratori dello sviluppo della letteratura francese del Novecento. E sicuramente ancora oggi una poesia come Le strenne degli orfani di Rimbaud ha il potere proprio dell’arte: eccitare la mente di qualsiasi ragazzino di liceo abbastanza sveglio da avere ancora qualche interesse per la lettura.
LA DECANDENZA DEI GRANDI MAESTRI. Peccato che poi, come spesso accade ai grandi maestri, l’essenza della loro poesia, ovvero la loro turbolenta ricerca della purezza tra il fango del vivere quotidiano, abbia assunto risvolti insopportabilmente pop, tanto che ci si domanda cosa sia mai accaduto di sbagliato se oggi quegli stessi autori hanno il disonore di godere di un posto privilegiato nella raffinata biblioteca di Bernard Henri Lévy, intellettuale dal grandioso ciuffo cosmopolita.

Il viaggio di Céline, una parabola tra orrori e ingiustizie del XX secolo

Nato a Courbevoie il 27 maggio 1894, Céline è morto il 1 luglio 1961.

All’orrenda pialla della fortuna letteraria è scampato, per demeriti esclusivamente di cronaca storica, Louis Ferdinand Destouches, in arte Céline, autore che più di qualsiasi altro ha rivoluzionato la letteratura francese del Novecento e di cui il 1 luglio ricorre il 50esimo anniversario dalla morte.
La storia del grande autore del Voyage è un’esemplare parabola degli orrori e dell’ingiustizia del secolo passato, una storia triste che affonda la lama nella meschinità umana (compresa la sua, ben s’intenda) e nella crudeltà delle dinamiche storiche.
Ma è già bene rivelare che il tanto contestato autore, accusato di ogni genere di depravazione morale, dall’antisemitismo alla misantropia più cupa, livorosa e cinica, era in realtà spinto da un profondo e disperato amore per la vita umana e dalla necessità di ripulirla dall’ipocrisia delle sovrastrutture moderne.
INFANZIA INFELICE. Destouche nacque nel 1894 a Courbevoie, sobborgo parigino, da un padre violento e da una madre i cui principali interessi erano i merletti e le porcellane. Le uniche figure positive della sua infanzia furono la nonna materna, Céline (da cui l’autore ha preso il nome) e il gentile zio Eduard.
Maltrattato e severamente educato alla disciplina e alla fatica, Louis Ferdinand trascorse gran parte della sua infanzia nel Passage Choiseul, un piccolo luogo angusto, buio e maleodorante di piscio. È questo luogo, una Desolation Row ante litteram, che divenne il punto di osservazione della fragile, inutile e meschina condizione umana.
L'ESPERIENZA IN TRINCEA. L’occasione per fuggire dal grigiore adolescenziale gliela fornì l’esercito: Céline si arruolò nel 12esimo reggimento partecipando con grande slancio di ideali alla Grande Guerra. Sarà questa esperienza, l’orrore apocalittico dei cumuli di cadaveri sulla Mosa, a formare il suo occhio visionario, mentre lo scoppio di una granata lo rese parzialmente invalido, regalandogli un’insonnia cronica e un rombo costante nell’orecchio da cui non si è più liberato.
Da qui è affiorato un bisogno fisico, una sete impossibile da soddisfare di una geometria superiore, di un ordine supremo, ovvero la necessità di trasformare il rumore che tormentava il suo orecchio in musica, in ritmo.

Dopo la Grande Guerra la laurea in medicina e la scoperta del viaggio

Una copia di Viaggio al termine della notte, il romanzo più famoso di Céline.

Dopo la guerra Céline si recò in Camerun per dirigere una piantagione di cacao; contratta la malaria, tornò in Francia laureandosi all’Università di Medicina di Rennes.
Conseguito il titolo di studio s’imbarcò come medico di bordo e scoprì che «il viaggio (sia fisico sia mentale) è l’unica cosa che conta, tutto il resto è delusione e fatica».
Rientrato, nel 1928, in Francia si stabilì a Montmartre, dove esercitò la professione di medico dei poveri, quasi gratuitamente. Ed è durante queste nottate insonni che scrisse il suo primo libro, Viaggio al termine della notte.
Il Voyage ha subito un successo enorme e ha rivelato Céline come l’autore più rivoluzionario e dotato di Francia. Nessuno prima e dopo di lui è riuscito a cogliere lo spirito dell’umanità di quegli anni - dalla Grande Guerra al colonialismo - e a trasporlo con così tanta potenza e commovente, gelida onestà.
LA TRASFORMAZIONE IN NICHILISTA. Al grandioso affresco della fragilità e della meschinità umana seguirà Morte a credito, scritto nel 1936 e pubblicato in Italia solo negli anni Sessanta, grazie all’immenso sforzo di traduzione di Giorgio Caproni.
Il libro, prettamente autobiografico, è ancora più estremo e cupo del precedente e verrà anch’esso pubblicato nella prestigiosa edizione Pléiade.
Tutto questo nichilismo, il rovesciare secchi di bile sulle vane glorie letterarie, sputare e irridere sulle alte istituzioni del Paese, gettò però su Céline il sospetto di essere filosovietico.
A soffocare, anzi per meglio dire a stritolare queste voci ci pensò lo stesso autore con Mea culpa, libretto in cui Céline - di ritorno dall’Urss - getta nel ridicolo il socialismo reale e sottende, come giustamente ha osservato Giovanni Raboni, gli spaventosi limiti della natura dell’uomo.
Ma fin qui il suo futuro letterario sembrava un crescendo di successi: seppur il Voyage avesse mancato per un soffio il premio Goncourt, la critica ebbe per lui solo parole di elogio e il suo stile si affermò come unico e inimitabile.
LE ACCUSE DI ANTISEMITISMO E FILONAZISMO. Sul tramonto degli anni Trenta, tuttavia, Céline è stato l’autore di tre imperdonabili, pirotecnici e ignobili pamphlet antisemiti: Bagatelles pour un massacre (1937), L’Ecole des cadavres (1938) e Les Beaux Draps (1941). La sua veemenza, il suo cinismo, la sua prepotenza lessicale hanno consegnato l’autore alla turpitudine del collaborazionismo, del bieco odio per gli ebrei, all’elogio sfrenato dell’ordine nazista.
«Ho peccato credendo al pacifismo degli hitleriani, ma lì finisce il mio crimine», si giustificò con rabbia Céline quando, al finire della guerra, fu costretto a riparare da esiliato in Danimarca. Era il 1945, solo una manciata d’anni prima Céline veniva considerato una delle menti letterarie più fertili e capaci di Europa e poi fu costretto a scappare, con la moglie, sui tetti di Parigi per evitare l’arresto. Venne però preso e condotto in carcere, dove contrasse lo scorbuto e la pellagra. Da qui e per tutto il resto della sua vita, il formidabile dottor Destouches dovette solo difendersi da ciò che aveva scritto.

Dopo l'esilio il disprezzo dei nuovi nemici di Céline

Una mostra con alcune foto di Céline.

Bandito da ogni ristampa, cancellato da ogni riconoscimento pubblico, non solo dimenticato, ma anche disprezzato da tutti, Céline continuò a vomitare bile e rancore sui nemici e gli amici traditori.
Jean-Paul Sartre, punta di diamante della nuova letteratura francese ed europea, annotò nel suo Ritratto di un antisemita che «se Céline ha potuto sostenere le tesi socialiste dei nazisti, è perché era pagato».
Destouches gli replicò - storpiando il suo nome in «Tartre» (tartaro) - con un libricino dal titolo A l’agité du boccal (Al tizio che si agita per nulla) che solo a stento trovava un editore e che veniva stampato in pochissime copie.
Al processo per collaborazionismo, Céline ebbe pochi sostenitori: Pierre Monnier, Paraz e Albert Camus che partecipò alle udienze processuali e scrisse a Céline un dettagliato resoconto di quanto avveniva in aula.
PALLIDO PLAGIO DI JOYCE. Durante il processo i giornali di sinistra diedero sfogo ai loro pennini. Libération lo attaccò ripetutamente, lo disprezzò e lo ridicolizzò. E fin qui fu lo stesso Céline a mantenere la calma, invitando l’amico Monnier a non tener conto di quell’immondizia giornalistica. Ma poi il veleno della gauche letteraria si fece più sottile, fino a dire che tutta la grandiosa innovazione dell’opera di Destouches era in realtà un pallido plagio di James Joyce. Céline andò su tutte le furie e si sfogò scrivendo all’amico giornalista Paraz: «Io, un padre straniero! È grottesco, insopportabile! D’altronde non ho mai letto che una sola pagina di Joyce. Mi è bastato. Non disprezzo. Non disprezzo niente. Ma non mi dice niente. Non inculo le mosche io. Io faccio delle canzoni».
EMARGINATO E SCONFITTO. Céline scomparve il 1 luglio 1961 a Meudon, sobborgo a Sud-ovest di Parigi. Gli ultimi 10 anni furono quelli di un uomo sconfitto, avvelenato, ridotto all’emarginazione sociale e alla completa indifferenza culturale.
Vivendo della magra pensione di reduce di guerra, Céline si circondò di gatti randagi e del suo amatissimo pappagallo Toto.
Vestiva come un barbone, con la barba incolta, i pantaloni sformati tenuti in vita da una corda e dei maglioni bucati e di lana infeltrita. Nelle ultime interviste apparve nel suo fisico consumato dalla malattia e dalla povertà.
Un contegno altezzoso scandiva le sue parole, parole di un ferito a morte che lanciava maledizioni contro i suoi nemici per poi illuminarsi nell’ironia, nelle brillanti espressioni verbali e nella lucida intelligenza. E nei suoi occhi azzurri, che ancora oscillavano tra il sadico e l’innocenza e si fissavano nella memoria come aghi nella carne.

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