Francesco Schettino 120120113831
NEOLOGISMI
20 Gennaio Gen 2012 0000 20 gennaio 2012

E adesso non fare lo schettino

Come la cronaca e gli eventi arricchiscono la lingua con nuovi vocaboli

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La tragedia della Costa Concordia continua a presentare molti lati oscuri, e certamente è del tutto prematuro emettere sentenze definitive sulle varie responsabilità. E sarebbe anche superficiale oltreché presuntuoso, pensare di aver già tutto chiaro. Ma come spesso succede, in questi casi, in qualche modo l’opinione pubblica – peraltro ampiamente supportata e influenzata dall’amplificazione mediatica – una sentenza l’ha già emessa, e ha anche già indicato un colpevole. Quello che i media di mezzo mondo hanno prontamente battezzato come Capitan Cordardo, o coniglio del mare, o pollo di mare, o Titanico codardo, alias Francesco Schettino, che abbiamo imparato a conoscere (si fa per dire) in questi giorni, e di cui le prime testimonianze hanno fin qui offerto un ritratto davvero impietoso.
UN NUOVO VOCABOLO IN DIZIONARIO. Non più tardi di ieri, poi, origliando involontariamente una conversazione telefonica su un mezzo pubblico, ho sentito un tizio dire «Uè, non fare lo Schettino, eh? Dobbiamo affrontare la cosa tutti insieme…».
Ecco, ho pensato, la lingua italiana si appresta a inglobare un nuovo neologismo: schettìno, per indicare chi, in barba alle proprie responsabilità, abbandona chi è in difficoltà; e schettìnare per dire “mollare la nave che affonda”, ecc. ecc. (qui, però, bisognerà stare attenti agli accenti, data la confusione con schéttinare, cioè pattinare, anche se ormai questo secondo termine ha di gran lunga soppiantato il primo, ormai piuttosto desueto).
La cosa non è del tutto improbabile, data la estrema capacità delle lingue di impossessarsi di nomi e situazioni per trarne, appunto, verbi, aggettivi e così via, secondo quella che i colti definiscono come morfologia linguistica derivazionale. Insomma, le lingue sono vere e proprie spugne vive, assorbono qualunque cosa e la risputano, spesso modificata.
I MEDIA DIVENTANO LA FUCINA DI NUOVI TERMINI. Un caso emblematico e famoso è quello dell’aggettivo inglese quisling (da Vidkun Quisling, leader del fascismo norvegese tra le due Guerre, collaborazionista dei tedeschi invasori e quindi a capo del governo fantoccio nazionalsocialista) entrato nel vocabolario britannico, ma non solo, inizialmente per definire tecnicamente a person who betrays his or her own country by aiding an invading enemy, o anche a traitor who serves as the puppet of the enemy occupying his or her country, per poi assumere il significato, in senso più lato e generico, di traditore.
E anche in questo caso furono proprio i media a ispirare l’adozione del neologismo: fu, per la precisione, il Times che, il 15 aprile 1940, poco dopo l’invasione tedesca della Norvegia, per sottolineare come in molti Paesi europei si assistesse a un proliferare di “quinte colonne” filonaziste titolò un articolo Quislings everywhere, cioè Quislings dappertutto.

Da Fregoli a Kafkiano, quando la cronaca e la letteratura diventano ispiratrici

Un caso italiano piuttosto interessante e curioso (di vero e proprio rovesciamento di significato) è quello del cosiddetto fregolismo, con cui si indica normalmente un atteggiamento di trasformismo politico considerato in modo negativo, dispregiativo.
Eppure, l’arte di trasformarsi rapidissimamente in scena, che ha reso celebre Leopoldo Fregoli, attore, imitatore e, appunto trasformista, negli Anni ’20 e ’30, era ovviamente apprezzata dal pubblico di mezzo mondo.
Ma il destino del povero Fregoli non finisce qui: suo malgrado ha dato il nome anche a una vera e propria patologia medico-psicologica (tra l’altro intitolatagli da due medici francesi nel 1927, mentre l’attore era all’apice della carriera, pensando di rendere omaggio alle sue qualità artistiche), la sindrome di Fregoli, che consiste in una turba psichica che porta le persone a credere di riconoscere amici e parenti in individui in realtà a loro del tutto estranei.
MORFOLOGIA MODERNA. Un altro termine classico e un po’ fosco è “kafkiano”, con il quale si tende a rappresentare situazioni angoscianti, strane e stralunanti, allucinanti, incomprensibili. Ma qui, oggettivamente, non si è operata nessuna inversione. E d’altra parte non sono pochi quelli che mettono in relazione la costante angoscia esistenziale espressa dallo scrittore praghese con i molti anni spesi come impiegato assicurativo…
Per fortuna, ci sono poi, come naturale, neologismi, modi di dire o almeno derivazioni lessicali, molto meno drammatici, in qualche caso anzi, sdrammatizzanti – anche loro malgrado -.
A chi non è mai capitato di dire “Sarà un Vietnam” (‘na Camboggia, nella variante romanesca) per indicare l’attesa di un mezzo disastro, con una sottolineatura volutamente enfatica che tradisce in realtà intenti scaramantici?
E vogliamo dimenticare Tafazzi e il tafazzismo? Scagli poi la prima pietra chi non si è mai lasciato andare a una “cassanata” o chi non ha mai ceduto alla tentazione di rivendicare il proprio “celodurismo”.
A OGNUNO IL SUO VOCABOLARIO. E chi non è mai stato tentato dal tenere un atteggiamento cerchiobottista, o non si sia imbattuto in una carrambata?, Chi, trovandosi di fronte a un evento così straordinario, non ha mai esclamato, nella sua mente, “clamoroso al Cimbali!”?
Non va infine trascurato il valore simbolico e soggettivo che ciascuno di noi attribuisce non solo ai termini, ma anche agli stessi oggetti e così via.
Tempo fa mi è capitato di pranzare con una persona che, trovandosi nel piatto due foglie di rucola, ha protestato in maniera devo dire piuttosto scomposta con il povero cameriere, mettendomi in grande imbarazzo.
Ho cercato di essere comprensivo, pensando a un’allergia, magari grave. E invece no. Il mio ospite mi ha tranquillamente confessato che detestava la rucola con tutte le forze perché per lui è il simbolo per antonomasia della “Milano da bere”, del craxismo imperante, degli anni, tanto per stare in tema, dell’edonismo reaganiano.
Per fortuna, però, si è riscattato a fine pranzo pagando il conto. Insomma, si è salvato “in zona Cesarini”.

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