Germania: un tedesco su cinque non associa la città polacca ai campi di sterminio

L'uso improprio della Shoah

Quando l'Olocausto diventa arma politica.

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Il Giorno della memoria ci porta nel cuore di tenebra della storia europea e mondiale. I campi di concentramento sono stati raccontati come «il luogo della morte di Dio», come aberrazione dell'idea di progresso, come gorgo esistenziale da cui nessuno può tirarsi fuori. E come l'evento storico che ha distrutto per sempre l'idea atemporale di poesia e di bellezza. Tanto che il filosofo Theodor Adorno si chiedeva: «Ha senso fare poesia dopo Auschwitz?».

«Retorica celebrativa, consolatoria e autoindulgente»

Un giovane tedesco su cinque non sa cosa sia Auschwitz.

Ma spesso il destino dei grandi intenti, delle grandi idee, è quello di finire ricoperti di melassa buonista, o peggio ancora essere usati come arma impropria (molto impropria) per pigliarsela con l'avversario di turno.
RISCHIO DI VOLGARIZZAZIONE. Alvin Rosenfeld, autorevole storico Usa, ha scritto un libro contro gli “usi impropri” della Shoah. Nel suo The end of the Holocaust ha denunciato i rischi di «volgarizzazione» e di «banalizzazione» della più grande tragedia del XX secolo. Mentre Valentina Pisanty ha pubblicato Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah, in cui punta il dito contro la «retorica celebrativa, consolatoria e autoindulgente» del Giorno della memoria.
Prima di essere sommersi dalle foto dei campi di sterminio postate e condivise a catena dai nostri amici di Facebook, o dagli status con le lacrime agli occhi che troviamo su Twitter, e prima di trovarci senza accorgercene in una grande puntata di Uomini e donne, dove si piange in massa senza uno straccio di catarsi, forse è opportuno tornare ai classici.
«CHI È IL MIO EBREO?». Primo Levi in Se questo è un uomo racconta già dalle prime, rapide pagine, la dimensione infera del campo di concentramento: lo schizzare di urla e insulti e il tatuaggio che fa l'uomo numero. La quotidianità di un luogo dove «è vietato tutto», in cui per mangiare bisogna rubare e che, anche lavandosi la faccia con l'acqua fangosa, bisogna tenere coperta e gamella tra le gambe, perché gli altri internati sono pronti al furto.
IL CATTIVO VINCE SEMPRE. Levi, poi, spiega come l'uomo diventi cattivo coi suoi simili. Che i più cattivi, i più stupidi, i più crudeli diventano dei «Prominent». Racconta la condizione umana, oltre l'esempio dei campi di sterminio. In Sommersi e i salvati, per esempio, dove descrive la “zona grigia” fatta da coloro che nel sistema-lager sono conniventi, colpevoli senza parere. Praticamente tutti.
Levi quindi non ci consegna solo pagine di memoria sulla Shoah, ma anche un modello umano ordinario fatto di crudeltà, un meccanismo di sopraffazione sempre attivo. E non solo ad Auschwitz.
Quanto alle posizioni politiche, poi, quelle di Levi sono a prova di retorica: fu lui, ebreo, a dire, nel 1969: «Ognuno è ebreo di qualcuno». In occasione della ricorrenza ci sarebbe da domandarsi: «Chi è il mio ebreo personale?». Giusto per evitare di sentirsi troppo puri.

Il cabaret Shoah non fa ridere. Né riflettere.

Poi uno sfoglia le prime pagine dei giornali e si imbatte in titoli come quello de Il Giornale: «A noi Schettino, a voi Auschwitz». Oppure entra in Facebook e si trova davanti le foto di un bambino palestinese bruciato vivo dal fuoco israeliano, immagine usata dai filopalestinesi come arma politica. La mente va a quel Se non ora quando?, titolo di un libro di Levi diventato lo slogan di chi manifestava contro il Cav, altrimenti detto «Er Banana».
PRENDIAMOCELA CON VAURO. E ancora assiste a polemiche assurde come quella contro Vauro reo di aver tratteggiato la giornalista Fiamma Nirenstein con il fascio littorio e la stella di David. Il giornalista Peppino Caldarola in un articolo sul Riformista l'aveva subito attaccato, scrivendo che Vauro l'aveva disegnata come una «sporca ebrea». Vauro l'aveva querelato. E ha vinto la causa.
Ma l'intellighenzia tutta si è rivoltata contro il vignettista toscano: Pierluigi Battista sul Corriere della Sera ha usato la questione per chiedersi «a che punto è l'antisemitismo in Italia». Nei panni di Battista forse ci preoccuperemmo più degli usi strumentali di un dibattito culturale, che trasforma una questione davvero importante in melassa, arma d'offesa politica. O magari in soggetto da barzelletta.

27 Gennaio Gen 2012 1448 27 gennaio 2012
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