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IDEE & BILANCI
17 Settembre Set 2012 1900 17 settembre 2012

Filosofia, il festival in 5 pillole

Modena: da Volo a Latouche e Sloterdijk.

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E alla fine a Modena, il primo festival della Filosofia del dopoterremoto ha fatto il suo lavoro di collettore di idee e divertimenti: un po' convegno un po' sagra di paese (l'idea non fa più né scandalo né polemica, è ormai prassi collaudata). Con le lezioni magistrali su Heidegger e i camerieri che affettano prosciutto, i ragazzi delle scuole (molti dalla Sicilia e dall'Abruzzo) con la borsa del festival a tracolla, e gli addetti ai lavori che per riconoscersi si sbirciano i rispettivi badge.
PRESENZA IN CRESCITA. Modena prova a rialzarsi, insomma, e a quanto pare ci riesce: i numeri non sono ancora ufficiali, ma sembra che le presenze complessive siano attorno alle 180 mila unità, in crescita rispetto all'edizione 2011, nonostante il budget dell'evento in calo del 5-10%. Alla fine, l'edizione 2012, secondo l'organizzazione, è costata circa 900 mila euro.
POLEMICA E FILOSOFIA. E non sono mancate, naturalmente, le polemiche sui contenuti e sugli ospiti. Da quella sulla presenza al festival di Fabio Volo e dei Soliti Idioti a quelle tra filosofi, più o meno impegnati in gigantomachie su essenze ed esistenze.
Lettera43.it ha provato a distillare la kermesse emiliana del pensiero in un dizionario minimo del festival, quasi un Bignami.

A DI ANTIPATICI. Il più antipatico di tutti è stato il filosofo tedesco Peter Sloterdijk. Star philosopher sempre più accreditata, teorico dell'«Antropotecnica», autore di una serie di saggi (tra cui la trilogia Sfere) in cui racconta la parabola etica dell'umanità con piglio e creatività anche linguistica, ha detto che l'uomo contemporaneo è «condannato alla fiducia» nei confronti della tecnica, e ha appoggiato senza riserve anche la tecnologia Ogm e l'eugenetica.
Difficile capire se si tratti di una posizione volutamente provocatoria o meno (Sloterdijk è, tra l'altro, l'autore di una Critica della ragion cinica). E comunque alla conferenza stampa, non trovando un traduttore di madrelingua tedesca, è andato via innervosito, lasciando più di una domanda in sospeso.

C DI COSE. Era il tema di quest'anno. Il contenitore generale che ha anche corso il rischio di diventare generico (ma in questo tipo di manifestazioni è giocoforza). Si è andati dal motto fenomenologico «verso le cose stesse» di cui ha parlato Roberta De Monticelli al rischio della reificazione dei rapporti uomo-donna, di cui si è occupata Michela Marzano.
Il tema dell'anno prossimo sarà Amare. Non tanto una concessione generica all'eros, o alle famigerate 50 sfumature, quanto un richiamo, pare, alla tradizione dell'erotica filosofica. Da Platone al cristianesimo, fino al problema anche giuridico delle coppie di fatto. Chi vivrà vedrà.

D DI DECRESCITA. Il più apocalittico è stato Serge Latouche. L'economista-profeta della «decrescita felice» (l'ultimo libro si intitola Per un'abbondanza frugale) ha lanciato frecce furiose contro il modello di sviluppo capitalista. Ha attaccato la «tossicodipendenza del consumo», ha definito il credito delle banche «un potente dittatore della crescita», ha parlato del «terrorismo dell'interesse composto», ha concluso che «la crescita è il cancro dell'umanità». L'antidoto a tutto questo, secondo Latouche sarebbe «la soppressione dell'economia in quanto economia», cioè un concetto marxista elaborato da György Lukács, che in effetti avrebbe anch'esso più di una sfumatura inquietante.
Ma ci si è messo anche Zygmunt Bauman. Il sociologo (polacco trapiantato in Inghilterra) della «società liquida» ha profetizzato che il consumismo non resisterà a lungo, e che le possibilità che restano al mondo sono due: o la decrescita, o «lotte mortali tra i popoli per la locazione delle sempre più scarse risorse del Pianeta». Allegria.

R DI REALISTI (E ROTTAMATORI). In questo caso Matteo Renzi non c'entra. C'entra invece il filosofo Maurizio Ferraris che nella sua lezione ha rottamato Immanuel Kant, come pensatore soggettivista. Che non crede, cioè, nella realtà delle cose, ma solo in quella dei fenomeni, (sempre individuali e non realmente esistenti).
Una posizione realista che ha fatto scontrare Ferraris con tutta l'onda dell'ermenutica post-heideggeriana (dalla quale proveniva), e in particolare con Gianni Vattimo, teorico del pensiero debole. Richiamo alla realtà per Ferraris, contro il proliferare delle interpretazioni di Vattimo, quindi. Ma, se si vuole, la nascita di un nuovo realismo è il segnale di un declino del postmoderno che si vede un po' dappertutto, tranne che sui palchi delle popstar.

T COME TRASH. Alla vigilia del festival anche questo giornale ha sottolineato in nota di polemica la presenza di Fabio Volo. Ma il bestsellerista, conduttore e filosofo per caso ha giocato il suo intervento in una Piazza grande stipata di persone con la tipica e inoffensiva ironia da Smemoranda. Ha detto cose come: «Non ho paura di morire ma mi scoccia un sacco» e «ho un bellissimo rapporto col mio corpo, ma preferisco il rapporto col corpo degli altri».
Un esempio di trash inatteso, invece, è stato il tradizionale discorso di Tullio Gregory alla cena di gala per l'inaugurazione: lo storico della filosofia, accademico dei Lincei, direttore dell'enciclopedia italiana di lettere e arti della Treccani, in vena di umorismo simposiaco, ha detto che il motto evangelico «la sostanza delle cose da sperare» non si riferisce alla fede ma a «ciò che abbiamo nei piatti». Parlando di assoluti ha commentato: «Cosa è più absolus del divin porcello che appunto non ha bisogno di null'altro per conservarsi, se non un po' di sale?».
In un'edizione di qualche anno fa aveva affermato che il serpente di Adamo ed Eva, «era in realtà una salciccia». Una serie di freddure di fronte alle quali, altrettanto tradizionalmente, una buona metà degli invitati si aggiusta la cravatta, cincischia con la forchetta, si versa del vino, tossicchia. Quest'anno l'ottantasettenne Zygmunt Bauman ha trovato modo di uscire per una sigaretta salvatrice.

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