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CULTURA
16 Novembre Nov 2012 0800 16 novembre 2012

Scrittori, il rifiuto degli editori? Una manna

Un libro bocciato poi diventa un successo.

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I rifiuti spesso risultano molto utili anche allo stesso autore.

Evviva gli autori respinti. A quanto pare uno degli elementi chiave del successo di un romanziere, è aver subìto dei rifiuti dalla case editrici. È una regola che vale ancora oggi, e valeva ancor di più per i capolavori italiani dei decenni scorsi: il gusto (letterario) è fatto, storicamente, anche di disgusti.
La tesi la troviamo in un libro del critico Gian Carlo Ferretti intitolato Siamo spiacenti. Controstoria dell'editoria italiana attraverso i rifiuti (Bruno Mondadori). Non si tratta di una boutade, ma di un preciso metodo critico usato dallo studioso per stendere una utile controstoria della letteratura italiana, dal fascismo ai giorni nostri.
Il NO: UNA MANNA PER L'AUTORE. La famosa lettera di rifiuto dell'editore (quella che comincia con una formula vista anche nei fumetti di Snoopy: «Siamo spiacenti ma il suo manoscritto...») è indicativa delle esigenze dell'editoria, dell'idea di letteratura degli addetti ai lavori.
Gli argomenti usati per respingere un manoscritto rivelano il clima culturale di un dato momento. Ma se il rifiuto è una manna per il critico, spesso risulta molto utile anche all'autore. «Non è un caso se i libri interessanti finiscano per trovare un editore nonostante siano stati respinti» ha detto Ferretti a Lettera43.it. «La mia teoria è che esista una sorta di Provvidenza (beninteso laica) che tende a far emergere i libri meritevoli, nonostante le difficoltà».
L'appuntamento con Ferretti è per il 16 novembre a Milano in occasione di BookCity, per parlare della sua antologia di dinieghi insieme agli scrittori Giulio Mozzi e Marco Belpoliti, e Stefano Mauri, a capo del gruppo editoriale Gems.

Quando Adelphi rifiutò Eugenio Scalfari

La storia della letteratura italiana del '900 è piena di pietre di scarto che sono diventate d'angolo. Intanto, per restare agli ultimi anni bisogna menzionare Andrea Camilleri.
10 ANNI PER PUBBLICARE CAMILLERI. Lo scrittore con la sigaretta incorporata, l'uomo che che ha montalbanato l'Italia, ha dovuto aspettare ben 10 anni, e altrettanti «no», prima che il suo primo libro, Il corso delle cose, vedesse la luce. Il discorso vale per l'amata-odiata Susanna Tamaro. Prima di arrivare al successo con Va' dove ti porta il cuore la scrittrice incassò, a quanto ha dichiarato, ben 26 rifiuti in 10 anni.
Antonio Pennacchi, premio Strega 2010 per Canale Mussolini, dovette mettersi in macchina con famiglia da Latina, arrivare a Milano e sentirsi dire «no». Il suo primo romanzo, Mammut, incassò 55 rifiuti da 33 editori (l'indefesso autore inviava più volte lo stesso manoscritto allo stesso editore).
CERONE: 113 RIFIUTI EDITORIALI. Antonio Moresco ha scritto un libro (Lettere a nessuno) che è la cronaca molto poco romanzata delle sue peripezie tragicomiche tra case editrici e potenti dell'editoria.
Anche Alessandro Piperno, fresco vincitore dello Strega, riuscì a pubblicare il suo esordio narrativo, Con le peggiori intenzioni, dopo essere stato tagliato da Quiritta e da Adelphi.
Alla fine approdò a Mondadori e portò alla casa di Segrate una 'dote' di 200 mila copie. Ancora più interessante il caso di Eugenio Scalfari, che nel 1994 ebbe l'idea di inviare ad Adelphi il suo saggio Incontro con io, e finì segato senza pietà nonostante i quarti di nobiltà giornalistica, politica, imprenditoriale.
E per lambire l'estremo, ci sarebbe l'esempio di Giuseppe Cerone, professore di inglese in una scuola cilentana, che è riuscito a collezionare 113 rifiuti ai suoi manoscritti. Ma non è mai diventato famoso. A volte anche la Provvidenza degli scrittori si distrae.

Il caso Tomasi di Lampedusa: la provvidenza in ritardo

La copertina del libro di Gian Carlo Ferretti.

Ma l'editoria italiana di adesso, spiega Ferretti, è molto diversa da quella dei decenni passati. «Oggi gli operatori dell'editoria dicono che, tuttosommato, è piuttosto difficile restare impubblicati. Una volta le scelte culturali delle case editrici e degli editori erano molto più nette». E anche esclusive, aggiungiamo.
Beppe Fenoglio dovette passare attraverso un rapporto molto conflittuale con Elio Vittorini (curatore della collana enaudiana dei Gettoni) prima di approdare alla stesura de Il Partigiano Johnny, capolavoro che tra l'altro rimase incompleto. Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa proprio da Vittorini fu rifiutato, prima di diventare un bestseller mondiale grazie a Giorgio Bassani, che lo fece pubblicare a Feltrinelli. Solo che la Provvidenza letteraria in questo arrivò tardi: nel frattempo il povero principe palermitano era morto.
PAVESE: «NON MI INTERESSA. A MORTE!». Un altro classico del '900, Se questo è un uomo di Primo Levi, si prese un bel rifiuto da Einaudi, per demerito di Cesare Pavese in veste di editor.
Del resto l'autore di «Verrà la morte/ e avrà i tuoi occhi» non fu tenero nemmeno con Silvio D'Arzo: «Non m'interessa affatto. A morte!» scrisse a proposito di Casa d'altri. Al di là del ruolo di talent scout per Einaudi del severo, ideologico, ma generoso Elio Vittorini, nel libro di Ferretti emerge anche un Italo Calvino poco propenso ad aprire ai giovani autori le porte della casa editrice torinese.
«Calvino rifiutò Memoriale di Paolo Volponi, rifiutò GiovanniTestori. Dalla morte di Vittorini in poi Calvino mostrò una crescente sordità per la letteratura italiana contemporanea» conclude Ferretti.
Ma i nomi dei rifiutati eccellenti sono davvero moltissimi: si va da Alberto Arbasino a Carlo Emilio Gadda, da Giuseppe Berto a Luciano Bianciardi, fino a Alberto Moravia: nel 1928 Gli Indifferenti fu definito dalla prima casa editrice a cui fu sottoposto: «una nebbia di parole».
D'ARRIGO: VACANZE E CURE PAGATE DA MONDADORI. In mezzo ai percorsi accidentati di libri e autori spicca la figura di Stefano D'Arrigo, che è l'esatto, magnifico, esempio opposto. Lo scrittore di Milazzo ci mise 18 anni a scrivere il suo capolavoro Horcynus Orca. Durante questo periodo venne «quasi adottato», ricorda Ferretti, «da Arnoldo Mondadori, che arrivò a pagargli vacanze e cure mediche.
Questo perché l'editore milanese, che aveva sempre seguito la politica dell'”autore garantito”, per una volta voleva far emergere uno scrittore nato “in casa”». Nel 1975, a libro di 1.275 pagine uscito, ci si accorse che la Provvidenza era stata favorevole. All'autore, e anche all'editore.

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