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SPETTACOLI
24 Novembre Nov 2012 1800 24 novembre 2012

Anzaldo, dalla provincia al red carpet

Chi è il protagonista di Razzabastarda, il primo film diretto da Gassman

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Dalle campagne piemontesi al cemento della capitale. Dai palchi di provincia al tappeto rosso. In mezzo, un premio Ubu 2010 come miglior attore di teatro under 30.
Giovanni Anzaldo, 25 anni appena compiuti, cresciuto a Rivalta, provincia di neppure 20 mila abitanti a Ovest di Torino, è il protagonista di Razzabastarda, debutto cinematografico alla regia di Alessandro Gassman, presentato in anteprima al Festival Internazionale del Film di Roma.
CON GASSMAN. Il film è un adattamento cinematografico dello spettacolo teatrale Roman e il suo Cucciolo, con cui Gassman e Anzaldo hanno girato i teatri negli ultimi tre anni, raggiungendo 280 mila persone in tutta Italia.
In scena, la storia di un padre, Roman (Gassman), spacciatore romeno della periferia di Latina che cerca di offrire un futuro migliore a suo figlio Nicu (Anzaldo).

DOMANDA. Dalla provincia al successo: come ci si arriva?
RISPOSTA. Non so se definirlo proprio successo, più che altro parlerei di una strada che mi ha portato nella capitale. Ho cominciato al Teatro Stabile di Torino: tre anni di studio e poi l’incontro con il mio agente Cristiano Cucchini. Subito dopo, un provino fortunato con Gassman.
D. E adesso?
R. All'improvviso, mi sono ritrovato a percorrere il red carpet di un festival internazionale e a firmare i primi autografi. In platea, a guardarmi recitare c'erano Gigi Proietti, Marco Bellocchio e Paolo Virzì. Dopo l’anteprima di Razzabastarda, qualcuno mi ha detto addirittura: «Anna Valle ti cerca per farti i complimenti».
D. Un bel cambio di vita..
R. Più che altro, 'una dose' di ego direttamente in vena.
D. Che cosa hai fatto subito dopo l’anteprima del film?
R. Mi sono preso una sbronza.
D. Ora è tutta in discesa?
R. Beh, finora posso ritenermi fortunato. Ma questo è un mestiere precario e tutto si può complicare all'improvviso. Quando trascorri mesi senza lavorare diventa frustrante: le ore passano lente e non sai come pagare l’affitto. E arrivi a chiederti se non sia il caso di cambiare lavoro...
D. Quando hai capito che volevi recitare?
R. Già da piccolo facevo finta di essere un prete e chiedevo la questua ai miei familiari. Poi, alle elementari, abbiamo messo in scena Il Piccolo Principe: è stata una folgorazione.
D. Mai pensato di investire in un altro settore?
R. Mi sono diplomato in ragioneria. Ma non avrei mai retto il peso dell’università. Figuriamoci una facoltà come quella di Economia. Ma la scuola mi è stata utile anche per recitare.
D. In che modo?
R.
Ricordo una mia professoressa che, una volta, mentre leggevo ad alta voce, si lamentò della mia lettura svogliata e rapida. E del fatto che, spesso, mi bloccavo. Così, mi disse che non avrei mai potuto fare l’attore se prima non avessi imparato a leggere in pubblico.
D. L'hai presa male?
R. No, in realtà, mi ha spronato. Grazie a quella critica mi sono esercitato e sono migliorato. Anche se, lo confesso, leggere a voce alta mi manda in agitazione ancora oggi.
D. Che rapporto hai con il tuo vecchio mondo?
R. Non lo percepisco come 'vecchio', anzi, considero la mia vita di provincia quella più sana e sincera. Quando torno a casa spesso aiuto i miei genitori, che hanno un negozio di alimentari: si impara molto di più servendo frutta e verdura che facendo stage di recitazione.
D. Ti mancano?
R. Andarmene via di casa è stato difficile. Sono il cocco di mamma: il figlio più piccolo di genitori siciliani.
D. Ti senti 'bamboccione'?
R. No, sto sudando per costruire qualcosa di mio.
D. Vedi ancora gli amici con cui sei cresciuto?
R. Siamo sempre in contatto, abbiamo mantenuto lo stesso affiatamento di un tempo. Quando torno a caso, spesso finiamo inghiottiti nelle notti torinesi, come 10 anni fa. Da quel punto di vista non è cambiato nulla: è un cordone ombelicale che non si è rotto. Anche se, vivendo lontano mi perdo alcune cose, perché ognuno di noi si sta costruendo una strada.
D. Nessuno ti tratta da 'famoso'?
R. Per adesso no. Ho recitato soprattutto a teatro e pochi hanno avuto modo di vedermi. Sono curioso di sapere cosa succederà dopo questo film.
D. Controindicazioni della tua nuova vita?
R. Non ho più una stabilità, non so dove sia la mia casa e questo un po’ mi manca. Tutto quello che gravita nell’ambito del mio lavoro è a Roma.
D. Se dovessi scegliere tra teatro e cinema?
R. È proprio vero quello che si dice: il palco è una palestra fondamentale. Lì si impara il mestiere, quello vero, dove nessuno può giocare a fare la star. Non c’è un montatore che taglia un'espressione venuta male. Il cinema però è magia: ti avvolge come un bagno caldo in pieno inverno.
D. Un attore a cui ti ispiri?
R. Due tra tutti: Pier Francesco Favino ed Elio Germano. C’è da dire, però, che anche i giovani con cui ho lavorato o che mi hanno accompagnato durante i miei studi sono per me punti di riferimento.
D. E Gassman?
R. Lavorare con lui, ovviamente, è stato un onore. Nella sua testa alloggiano sogni, progetti e visioni. Stargli vicino per tre anni mi ha fatto capire chi vorrei diventare. È un uomo che coltiva un sogno di bambino, affrontando il mestiere con entusiasmo e forza.
D. Che rapporto hai con lui?
R. Di grande amicizia e complicità: ci si sfidava a braccio di ferro nei camerini. D'altronde, in tournée si lega parecchio, si vive 24 ore su 24 insieme: è come essere in una gita scolastica. Poi il fatto di aver interpretato suo figlio ci ha avvicinati molto. A cena, spesso, se bevevo qualche bicchiere di troppo, mi rimproverava come un padre.
D. Com’è fuori dal set?

R. Una persona solare e grintosa. Ha una passione smisurata. Ogni giorno pensa a qualche nuovo progetto e sa come coinvolgerti. Lega molto con i suoi attori e li considera compagni di viaggio. Ha una grande generosità e ci tiene molto a mettere le persone a proprio agio.
D. Come vedi il tuo futuro?
R. Diviso tra cinema e teatro. Vorrei portare in scena alcune storie che ho scritto e realizzare una web serie. Ma, soprattutto, continuare a sognare a occhi aperti.

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