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CULTURA
26 Gennaio Gen 2013 0900 26 gennaio 2013

Stupidità, la virtù dei furbi

Parla il semiologo Marrone.

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Altro che fantasia al potere, ormai al potere è arrivato qualcosa di molto più inquietante, la stupidità. Ma non è il caso di preoccuparsi, si arriverebbe in ritardo comunque. Il potere della stupidità è già in atto nelle mille forme culturali, mediatiche, commerciali e politiche.
GLI STUPIDOLOGI: DA SCIASCIA A ECO. Un'analisi del fenomeno che ha interessato poeti, scrittori, filosofi come Gustave Flaubert, Robert Musil, Jean Baudrillard, Leonardo Sciascia, Martin Heidegger e Umberto Eco, la troviamo in un libro del semiologo dell'Università di Palermo Gianfranco Marrone, pubblicato da poco da Bompiani, dal titolo epigrafico, forse di un'intera epoca: Stupidità, appunto.
«SIAMO TUTTI STUPIDITÀ PARZIALI». Attenzione, però: non si tratta di un manuale su come riconoscere ed eventualmente combattere le ventate d'imbecillità: lo stupido fuori o quello dentro di me.
Anzi, lo stesso Marrone spiega a Lettera43.it: «Non è un libro che vuole andare contro chi va contro i cretini. Oggi i veri stupidi sono quelli che non fanno altro che additare la stupidità altrui. In fondo, Come diceva Musil: 'Siamo tutti stupidità parziali'». Ognuno è lo stupido di un altro, insomma.

DOMANDA. La figura dello stupido è antichissima.
RISPOSTA. Fino a due o tre secoli fa lo scemo del villaggio era perfettamente riconoscibile in moltissime culture. Era qualcuno relegato ai margini della società, ma che, magari in modo inconsapevole, finiva per rivelare un carattere di malizia, di furbizia.
D. Per esempio?
R. La figura di Giufà, già presente nella cultura araba, è poi transitata in quella siciliana. Ne parla Sciascia ne Il mare color del vino. Giufà è quello che, in un cuntu popolare, si presenta al matrimonio malvestito e viene subito cacciato. Poi torna vestito elegantemente, e lo fanno entrare. Ma lui a tavola mette le maniche nel piatto e dice: «Mangiate abitucci miei, siete voi che siete stati invitati». È goffo o ha capito perfettamente il meccanismo sociale?
D. È un dotto-ignorante, in fondo.
R. È uno che smaschera con la stupidità i meccanismi del potere. Come il fool shakespeariano. Rivela genialità perché trascende i codici.
D. Quasi un artista, o un santo, quindi...
R. C'è una vicinanza tra lo scemo e il santo. Anche quest'ultimo è un personaggio che vive ai margini. Per esempio il personaggio del giardiniere Chanche nel film Oltre il giardino, con Peter Sellers, che alla fine cammina sulla acque.
D. Ma, santità o meno, oggi ci sono anche politici che usano la fool strategy, quella del giullare in contrasto con il sistema.
R. Beppe Grillo da questo punto di vista è una figura antichissima. Tutti lo definiscono «figlio della Rete», ma sono fesserie. Grillo utilizza il web per amplificare un modo di confrontarsi con il potere che è sempre esistito: essere antipolitico. Ma l'antipolitica è un'altra forma della politica.
D. E fin qui siamo a figure che usano questo archetipo antico di «stupido solare», come lo chiama nel suo libro, riprendendo Musil. Ma lo stupido, da un certo periodo in poi è diventato un'altra cosa.
R. Lo spiega bene Flaubert, ossessionato dall'argomento. Nella sua epoca siamo alla stupidità che ha preso il potere. Il protagonista cambia, diventa il falso intelligente. Con Flaubert siamo all'interno di una cultura romantico-positivista, in cui l'intelligenza viene concepita in modo strumentale, da ingegneri.
D. Lo stupido non è più lo scemo del villaggio, ma diventa un aspirante scienziato quindi.
R. La famosa enciclopedia studiata in maniera matta e disperatissima dai suoi eroi Bouvard e Pécuchet è alla fine un elenco di scemenze. In questo caso la stupidità si annida nella presunta cultura.
D. Anche il web è enciclopedico
R. Il problema della Rete è di rendere l'enciclopedia accessibile a tutti, a partire da quella cosa che è il luogo comune, le idées reçues. Il cretino crede di dire una cosa originale che invece hanno già detto tutti. La Rete da questo punto di vista è l'apoteosi, in cui viene teorizzata l'idea del 'condividere' la foto altrui.
D. Qual è il problema della condivisione indiscriminata?
R. Da un lato ha troppa memoria, non ha oblio, non ha dimenticanza. È come Funes, quel personaggio di Jorge Luis Borges che alla fine ricorda tutto, quindi soprattutto cose inutili.
D. Insomma, ci sentiamo intellettuali, magari stigmatizziamo la stupidaggine altrui nei commenti su Facebook, ma deleghiamo il pensiero a una tecnologia che in fondo non pensa?
R. Non c'è mediocre telefonino che non sia smart: brillante, intelligente. Si progettano perfino le smart city, ormai. Ma, attenzione, noi consideriamo cool la nostra stupidità.
D. La stupidità è cool?
R. Certo. Pensi a quella famosissima pubblicità che aveva come slogan «Be stupid». È un fenomeno nuovo: prima la stupidità veniva considerata come un difetto. Ma da un po' di tempo non è più così. Oggi sono in molti che vorrebbero tanto essere stupidi.
D. Perché?
R. In fondo per scaricarsi delle responsabilità. Questo atteggiamento viene giocato pubblicitariamente e finisce per diventare cool. Molti eroi sportivi, mediatici, politici, sono stupidi, e non fanno nessuna fatica a dichiararlo e all'autoesibirsi.
D. Fa quasi pensare, absit iniuria verbis, a Renzo Bossi, il Trota.
R. Anche lui esibiva il fatto di essere lì, e di avere tante fanciulle e tanti soldi. Nonostante la sua assoluta ignoranza. Lo esibiva come un segno di furbizia. Non poteva essere scalfito dalle critiche. Ma in politica c'è un aspetto ancora più preoccupante.
D. Quale?
R. È la struttura del potere a essere sempre più stupida. Tutti dicono «facciamo così perché ce lo chiede l'Europa». Frase insopportabile e ricattatrice. È appunto un luogo comune che serve a mostrare solo una cosa: c'è sempre qualcun altro, non ben definito, a cui delegare la responsabilità.

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