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Videocrazia, manuale (e anticorpi) per l'uso

Il giornalista Riscassi: difendersi dallo strapotere della tivù.

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Sono passati 13 anni da quando Giovanni Sartori teorizzò l'involuzione dell'essere umano davanti all'avvento della televisione. Secondo il politologo è stato proprio il piccolo schermo a segnare il passaggio da homo sapiens a homo videns, facendo perdere all'uomo la capacità di crearsi un'opinione, di distinguere il virtuale dal reale, il vero dal falso.
Ma se il predominio dell'immagine sulla parola ha portato davvero a una atrofizzazione intellettuale come difendersi?
Secondo Andrea Riscassi, giornalista della Rai di Milano, docente di Teorie e tecniche della comunicazione radio-televisiva alla Statale di Milano e alla scuola di giornalismo Walter Tobagi, un metodo c'è. «Sollecitato sul tema dai miei alunni sono stato costretto a riflettere e cercare di dare loro una risposta», racconta a Lettera43.it.
Nasce così il libro Anticorpi alla videocrazia, (Cavallotti University press editore). Più che cercare di formare giornalisti, l'obiettivo del volume è «creare telespettatori coscienti, che sappiano leggere dietro le quinte di quello che vedono e decriptare i segnali che vengono mandati loro e che spesso tutti noi noi subiamo ma non interpretiamo».

Domanda. E mai come in questo momento di campagna elettorale la televisione manda segnali che possono orientare e disorientare...
Risposta.
Come diceva il cancelliere prussiano Otto Von Bismarck: «Non si mente mai così tanto come prima delle elezioni». Quindi chi segue tutta la campagna elettorale televisiva deve ricordarsi che la tivù ha la memoria corta: se uno se uno dice una falsità la settimana prima, quella dopo è già tutto dimenticato.
D. Tutta colpa dei politici?
R.
Se ci fossero politici assennati come negli Stati Uniti, le campagne elettorali le farebbero virali, con le immagini, con i video. Basterebbe ricordare alla gente i fatti e capirebbe.
D. Invece?
R.
Si fa la polemica giorno per giorno e poi si dimenticano le cose che sono successe negli ultimi anni. È così che si vincono le campagne elettorali, non ricordando quello che c'è stato.
D. Per questo la tivù piace tanto ai politici: perché ha la memoria corta?
R.
La politica italiana vive sulle dichiarazioni che i politici fanno nelle edizioni dei telegiornali, quella della mattina, dell'ora di pranzo e della sera. E ai giornalisti televisivi fa comodo anche se in realtà quelle non sono notizie ma polemiche.
D. Piccolo schermo e politica si usano a vicenda?
R.
Penso che vadano a braccetto, alla politica fa pubblicità e alla televisione porta audience. Per la tivù la campagna elettorale a febbraio è una manna dal cielo, perché fa freddo e la gente sta a casa a guardare i talk show, i dibattiti.
D. Qual è l'anticorpo per la videocrazia?
R.
Quello principale è non fermarsi a una sola edizione del telegiornale, ognuno sceglie un tg di riferimento anche per simpatia, ma bisognerebbe guardarne almeno due.
D. Per esempio?
R.
Se vedi anche solo Studio Aperto e Tg3 ti fai un'idea, perché dicono cose opposte, ognuno dei due esagera da una parte. E siccome la gente non è stupida è in grado di fare la tara. Guardare solo quello che piace perché ti dà le notizie che ti aspetti è sbagliato: quelle non sono informazioni ma azioni consolatorie.
D. Come difendersi dal rischio homo videns?
R.
Quando vedi che il tg apre con un sondaggio devi capire che quella non è una notizia, ma una sua interpretazione. Oppure quando iniziano a raccontare le varie polemiche: «Monti ha detto, Bersani ha risposto, Fini ha aggiunto». Quella è fuffa allo stato puro.
D. Il telespettatore deve sempre diffidare dei sondaggi?
R.
Sì, perché condizionano tantissimo l'opinione pubblica, portano a un 'Barabba libero'. Dovrebbero essere banditi in assoluto, non solo in campagna elettorale. I politici ormai fanno la politica solo con i sondaggi ed è agghiacciante.
D. Come spesso anche i giornalisti.
R.
Purtroppo nei paesi poco evoluti come il nostro sì. Alla Bbc per esempio sono vietati. È tutta una questione di pigrizia giornalistica, perché più che sondaggi dovresti fare inchieste, indagini, dare notizie, o almeno mettere in contrasto quello che dice oggi un politico con quello che diceva ieri.
D. Essere contropotere?
R.
Sì, quando fai le domande il politicante di turno dice che siamo all'opposizione come fosse un'offesa, invece dovrebbe essere la regola. Ma siamo un Paese di schiavi e i giornalisti sono tendenzialmente filogovernativi a prescindere da chi governa.
D. Come scrive nel libro: «Sempre pronti a fare domande». Invece è talmente raro, che dopo l'intervista di Ilaria D'Amico a Berlusconi tutti erano stupiti perché la giornalista riformulava le domande se il Cav non rispondeva.
R.
Non si è abituati a controbattere e a chiedere una risposta se l'interlocutore sfugge. Oltre alla D'Amico l'unico che aveva fatto domande incalzanti era Massimo Giletti e questo dice tutto.
D. In che senso?
R.
Che ora Giletti risulterà tra i vincitori di questa campagna elettorale semplicemente perché non si è alzato quando Berlusconi voleva andarsene e gli ha ricordato che era lì per fare domande e lui per dare risposte.
D. E i politici sono bravissimi a non rispondere.
R.
Non sono abituati. Il politico ormai usa Twitter così non risponde alle domande. Scrive delle veline, che poi i giornalisti sono costretti a riprendere. Ma sono notizie non filtrate, non frutto di domande.
D. Però quando un politico viene ripreso in televisioneè sempre circondato da giornalisti con il microfono in mano.
R.
Sì ma sono i giornalisti televisivi a fare le domande e spesso non sono incalzanti perché al cronista a volte basta avere una battuta per fare il servizio. Se tutti invece facessero più domande, ci sarebbero meno furbi.
D. Lei scrive che questo è il tempo della «transtelevisione dove le notizie sono diventate sempre più show». Come si riconoscono?
R.
Perché vengono spettacolarizzate. Il classico meccanismo di non informazione è l'insistenza sulla meteorologia che è fastidiosa, rindondante, inutile. Tipico di chi vuole attirare l'attenzione su una non notizia. Da poco ho visto un collegamento di Studio Aperto dalla stazione centrale di Milano dove si annunciava che l'indomani avrebbe nevicato.
D. Dei cambiamenti climatici però non si parla mai?
R.
E no, perché il tema metterebbe in crisi un sistema economico-politico, di cui la tivù è un architrave. Si rivolge alla base e non rompe le scatole a chi comanda, come per esempio all'Eni, che fa pubblicità in tivù e nei giornali, quindi, è difficile avere un'informazione critica.
D. Come diceva Antonio Ricci: «È determinante sapere che la tivù non è una finestra sul mondo, ma una finestra sul mercato»?
R.
È una regola che vale per tutte le tivù, tranne la Bbc, che ha solo il canone ed è chiaro che non ha interessi commerciali. I crash test che fanno sulle macchine per esempio sono inimmaginabili da noi perché le azienda automobilistiche non farebbero più pubblicità.
D. Eppure ancora oggi, come dice Brian Wenham, ex direttore dei programmi della Bbc «alla televisione vengono attribuiti poteri quasi sovraumani».
R.
Sì, perchè tutto quello che passa in televisione sembra vero. In realtà c'è una grande parte di finzione, che da un lato è obbligatoria come per esempio l'uso delle luci, la scelta delle immagini, alcune riprese. Il rischio però è di raccontare falsità.
D. Per esempio?
R.
La rincorsa a chi la spara prima ha fatto sì che sull'attentato di Brindisi si dicesse che erano morte due ragazze salvo poi rettificare e scusarsi. Anzichè verificare, l'obiettivo primario diventa dare la notizia solo perché magari il sito del giornale online ha già scritto qualcosa e tu devi stargli dietro.
D. La rete segnerà la morte della televisione?
R.
Chi l'aveva prevista non aveva capito niente. I social network hanno esaltato non tanto la televisione in sé quanto il video, l'immagine, E molti programmi oggi godono di successo perché sono ritweettati. È proprio grazie ai social network che la televisione ha conquistato spettatori che altrimenti forse non avrebbero guardato la televisione con così tanta partecipazione.
D. Internet ha salvato la tivù o i telespettatori?
R.
Ha ribaltato il tipo di fruizione. Che ora è molto più consapevole.

Twitter @antodem

26 Gennaio Gen 2013 0900 26 gennaio 2013
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