Ermanno Olmi 130222135334

Ermanno Olmi su crisi, cinema e politica

Il regista contro le ideologie: «La povertà sia virtù».

  • ...

Bruciare le chiese, tutte le chiese. I partiti, la Borsa, l'ultima, morente, ideologia: il consumismo. Ripensare il mondo (leggi anche Il cinema perde lo sguardo di Omi).
A 82 anni Ermanno Olmi riflette sul futuro con la verve di un ragazzino, insofferente allo status quo, visionario e ribelle. «Questa civiltà finanziaria, con la sua esplosione di falsa ricchezza, la sua speculazione bugiarda, ha creato una povertà generalizzata. Il consumismo è l'ultima ideologia, ed è arrivata al capolinea», dice accogliendo Lettera43.it nel suo piccolo studio milanese, in una mattina di nebbia fitta.
PADRE FERROVIERE E MAMMA CONTADINA. Bergamasco dal pensiero sottile e i modi franchi, Olmi è passato alla storia del cinema con capolavori come il Mestiere della Armi o l'Albero degli zoccoli. Ha ricevuto premi prestigiosi, ha frequentato kermesse e red carpet, senza mai dimenticare se stesso: padre ferroviere, madre contadina della Bassa, il lavoro in fabbrica a 13 anni nel pieno della disfatta fascista.
«LA SINISTRA NON È RAPPRESENTATA». Sarà anche per questo che il regista boccia buona parte della politica di oggi. La sinistra? «Esiste nella realtà sociale, sono le persone che vivono con 700 euro al mese, ma non è più rappresentata da un partito. Troppi sigari, troppi telefonini, sono lì che parlano della fabbrica quando non l'hanno mai vista». I tecnici? «Poveri di esperienza reale, figlia del vecchio mondo». Grillo? «Avrebbe dovuto dire adesso basta piazza e invece è ancora che strilla, sulle barricate, in una sorta di lotta armata permanente».
«LA POVERTÀ COME VIRTÙ». Il riscatto non può che venire dai cittadini, da una rinnovata consapevolezza nelle piccole cose e quotidiane. «La crisi ci pone nelle condizioni di ricominciare daccapo, con una proposta alternativa. Non più il consumo inutile ma il consumo necessario. La proposta più seria oggi è praticare la povertà come virtù».
Qualcosa di simile a quel accade nel mondo del cinema, dove una generazione di giovani registi è riuscita a sottrarsi al condizionamento della grande distribuzione, realizzando «film piccoli ma che sono capolavori. Penso a Comodin, Frammartino, Cattani. Giovani che hanno gli anticorpi del neorealismo, che girano per strada, con attori non protagonisti, produzioni a basso costo, ma strepitose».

DOMANDA. Cosa fa nel bosco tutto il giorno?
RISPOSTA. Penso, guardo gli alberi, gli animali, i tramonti, sempre straordinari, diversi. Riescono a non darmi mai il senso della ripetizione.
D. Non la spaventa il silenzio della campagna?
R. Mi spaventa il traffico cittadino, mi spaventa la metropoli che ha perduto ogni fisionomia di luogo abitativo. Al punto che chi è abituato alle sue accelerazioni è a disagio in vacanza, ciondola smarrito, senza un programma di condivisione col luogo, con le persone. Vivere in città è immolarsi a una divinità di cui non ho alcuna fisionomia giustificativa.
D. Eppure il mondo vive nelle metropoli, bisognerà trovare il modo di renderle più umane.
R. Non si riuscirà mai a rendere umana una metropoli, è come voler suonare il violino nelle officine dell'Ilva. Chi lo sentirebbe?
D. Nel suo ultimo libro, l'Apocalisse è il lieto fine, l'unica salvezza sembra la nostalgia, il rifugiarsi in una civiltà contadina che però non esiste più.
R. Il mio non è affatto sentimentalismo del retrò, o peggio malinconia. È una constatazione. A quella società contadina dalla quale siamo partiti ritorneremo, non per nostalgia ma per necessità. Oggi il problema è la sopravvivenza dell’uomo. Il cibo è il tema chiave.
D. A giudicare da come vanno le cose parrebbe il denaro il tema chiave, non il cibo.
R. Questa civiltà finanziaria, con la sua esplosione di falsa ricchezza, la sua speculazione bugiarda che ha creato una povertà generalizzata, non regge più. Il consumismo è l'ultima ideologia, ed è arrivata al capolinea.
D. Anche Olmi sostenitore della decrescita felice?
R. C'è bisogno di un altro modello di sviluppo. La nostra crisi ci pone nelle condizioni di ricominciare daccapo, con una proposta alternativa. Non più il consumo inutile ma il consumo necessario. La proposta più seria oggi è praticare la povertà come virtù.
D. Non sembra che si vada in questa direzione.
R. Il vero progresso è quando ogni cittadino si fa consapevole di alcuni principi e prova a cambiare le cose.
D. Grillo ci ha costruito sopra un movimento politico. Ci crede?
R. Mi era simpatico ma ora lo vorrei al dunque. La sua protesta è sempre quella: tutti sono ladri. Ok, abbiam capito, siamo d'accordo e adesso? Come utilizzi questo consenso? Avrebbe dovuto dire adesso basta piazza, d'ora in poi vi informerò di come intendiamo spendere la vostra fiducia nei nostri riguardi. E invece è ancora lì che strilla, sulle barricate, in una sorta di lotta armata permanente.
D. E la sinistra? Esiste ancora?
R. Nella realtà sociale c'è ed è rappresentata da coloro che devono vivere con 700 euro al mese, ma non c'è più un partito che la rappresenti. Troppi sigari, troppi telefonini, sono lì che parlano della fabbrica quando non l'hanno mai vista. Come il mio amico Francesco Maselli, con cui litigavo spesso.
D. Perché?
R. Perché faceva l'intellettuale di sinistra, ma parlava della fabbrica senza averla mai vista.
D. Monti invece la convince?
R. Questi sono gli ultimi colpi di coda di un vecchio sistema. Quando penso a Monti credo che ancora ragioni secondo il modello passato, quello della crescita basata sul consumo senza limiti. Tutti questi rappresentanti tecnici si sono mostrati poveri di esperienza reale.
D. Non c'è un leader che la ispiri?
R. L'unico politico vero della nostra storia è stato Gesù Cristo e infatti la prima cosa che ha fatto è stato cacciare i ladri dal tempio.
D. Dobbiamo distruggere il tempio?
R. Bisogna distruggere il tempio e le chiese, tutte le chiese. I partiti sono chiese, la Borsa valori è una chiesa. Tutto questo è un insulto per l'umanità.
D. E cosa resta dopo?
R. La responsabilità al popolo. Discutere e decidere per maggioranza. Noi non viviamo in democrazia, la nostra democrazia è una truffa.
D. Anche Grillo invoca la democrazia diretta ma alla fine si è dimostrato autocrate.
R. La democrazia la realizzano non coloro che sono all'apice della piramide, ma chi sta alla base. Una rete di micromunità chiamate a decidere costantemente sulle scelte future, a questo dobbiamo aspirare.
D. Com'è stata questa campagna elettorale?
R. Si riesce a fare un ragionamento serio in una piazza dove si celebra il carnevale? È stata una carnevalata.
D. Cosa pensa di Berlusconi?
R. Non fa più parte dei miei pensieri.
D. Avrà un'opinione del Cavaliere.
R. Ci sono cose che vorresti dire, ma la verità non è sempre rivoluzionaria. A volte devi lasciare che sia il tempo a fare giustizia.

I padri costituenti, il significato di giustizia sociale e la libertà dell'intellettuale

D. Nel 1971 per realizzare il programma televisivo che ricordava la nascita della Costituzione, In Nome del popolo italiano, ha incontrato molti padri costituenti. Che ricordo ne ha?
R. Le Ravera, i Parri, persone che quando pronunciavano la parola libertà, quando dicevano giustizia sociale, sapevano di cosa parlavano. Ravera, che era diventata segretaria del Partito comunista in clandestinità, mi raccontò un episodio che ricordo sempre con emozione.
D. Racconti.
R. Durante la guerra, vivevano nella villa che un italiano svizzero antifascista aveva messo a disposizione per ospitare i clandestini. Passavano giornate nella noia. Una mattina, uno di loro seduto su una poltrona cominciò a dare colpetti contro il muro, toc toc, così, distrattamente e sentì che una parte del muro suonava a vuoto.
D. Un nascondiglio?
R. Tagliarono la tappezzeria della parete con una lametta e scoprirono una copertura di legno. La tirarono via e ritrovarono dei rotoli di carta nascosti: erano gli elenchi dei nomi dei giovani liberali di fine 800 che erano stati rintanati in quella stessa villa. Esattamente come loro, in clandestinità. Se sei in ascolto, scopri che anche le cose apparentemente inermi, morte, spesso non lo sono.
D. In passato hanno criticato alcuni suoi film perché troppo condizionati dalla sua fede. È un convinto cattolico?
Sono un aspirante cristiano. Quando feci Il tempo si è fermato mi dissero «ah sei cattolico. Il film è condizionato dal tuo credo». Lo dicevano solo perché io ero non allineato con gli intellettuali di sinistra.
D. È mai stato comunista?
R. Non sono mai stato comunista né democristiano e neppure socialista. Ritengo che quelli che chiamiamo intellettuali, che fanno dell'osservazione della realtà dei tentativi di interpretazione del mondo e delle cose, non possano appartenere a un partito. Il partito è la negazione dell'intellettualità libera.
D. Voterà alle prossime elezioni?
R. Ho votato di tutto nella vita e adesso andrò a votare non per essere a favore di un partito per fare uno sfavore a un altro partito.
D. Da «aspirante cristiano», cosa pensa dell'amore omosessuale?
R. L'unica cosa che sento come un disagio è quando questa personale situazione viene esposta con arroganza. Non mi piace l'ostentazione chiassosa. Credo che ogni forma d'amore debba essere vissuta con grande dignità.
D. Ma è favorevole ai matrimoni gay?
R. Se due persone dello stesso sesso si amano dello stesso amore che proviamo noi eterosessuali, perché non possono sposarsi? Sono leggi che l'uomo deve elaborare in ragione della sua maturità.
D. Siamo abbastanza maturi?
R. Rispetto a Hitler che li perseguitava sì, ma non sufficientemente, perché sia in ambito religioso sia laico ci sono molte complicazioni.
D. Quanta responsabilità ha la Chiesa?
R. Molta. Dire che sono contro natura è una imbecillità.

Il progetto di raccontare la storia di Feltrinelli, rivoluzionario borghese

D. Aveva dichiarato un po' di tempo fa che le sarebbe piaciuto raccontare la storia di Gian Giacomo Feltrinelli. Perché proprio la sua?
R. Perché ha realizzato una rivoluzione sociale non con le barricate in piazza ma con la cultura. Figlio della più alta borghesia, aveva vissuto un'infanzia dorata. La madre selezionava persino i suoi amici di gioco. Durante la guerra la famiglia Feltrinelli si rifugiò all'Argentario e il giardiniere divenne l'unica figura non familiare che il piccolo Gian Giacomo aveva come interlocutore.
D. Un giardiniere saldamente socialista.
R. Sì, gli parlava della giustizia sociale e il bambino assorbì questo insegnamento. Da adulto mise in atto una azione dirompente, capì che doveva parlare attraverso l'editoria. La prima rivoluzione dal basso fatta da uno che stava ai vertici della borghesia.
D. Realizzerà il documentario?
R. Non so, non credo. Perché credo che Carlo, il figlio che ha scritto un libro bello e importante sul padre, non voglia riaprire il capitolo, rendersi conto di come il padre è stato tradito.
D. Tradito dal Partito?
R. Un po' da tutti. Quando il popolo ti segue il potere ti odia.
D. Cosa farà invece per l'Expo?
R. Un breve film di 10 minuti, ma ho chiesto che il mio lavoro non venga ricompensato. Solo così sono libero di fare e dire quel che mi sembra giusto. Non rappresento la parte cinema dell'Expo, rappresento il cittadino che sta a contatto con l'Expo.
D. C'è una storia che le piacerebbe raccontare?
R. Mi interessa questo ritorno alle origini, all'agricoltura, a ciò che è prodotto dalla terra spontaneamente, perché il corpo mi consente di pensare e il cibo che l'alimenta è la garanzia del mio pensiero. L'altra cosa che mi sta a cuore, per me una montagna difficile da scalare, è il cosmo, l'universo.
D. Cosa in particolare la incuriosisce?
R. Questa nostra solitudine in uno spazio fisico e di tempo senza fine, che ti impone l'interrogativo più sconvolgente: perché? E la domanda che ha avviato tutto questo è: qual è la velocità massima? Quella della luce. Qual è l'altra velocità assoluta che supera anche quella della luce?
D. Il pensiero?
R. Il pensiero. Mi piacerebbe andare da Fabiola Gianotti al Cern per capire come la nostra esistenza è nata dal Big bang.

Il cinema, i finanziamenti e la nuova generazione di registi italiani

D. Parliamo di cinema. Il decreto Ornaghi-Passera fa della produzione italiana una specie di riserva indiana finanziata con i soldi della tivù. Le sembra giusto questo protezionismo?
R. Se la vediamo da un punto di vista sindacale, cioè dalla parte dei tecnici, dei fonici, dei macchinisti, è giusto sostenere una categoria che altrimenti non potrebbe lavorare ai prodotti della creatività. Ma se parliamo di cinema come una delle più alte modalità espressive dell'uomo, come forma d'arte, allora condivido il parere di René Clair.
D. Cioè?
R. Nei momenti di crisi si fanno i film migliori. Lo disse negli Anni 50, quando ci fu la crisi del cinema europeo seguita alla prorompente invasione del cinema americano, e vale ancora.
D. Dunque nessuna corsia preferenziale per i finanziamenti?
R. Quello riguarda l'industria della comunicazione e una categoria di lavoratori, ma l'arte è un'altra cosa.
D. Cos'è?
R. Nel Duomo di Volterra c'è una scultura di straordinaria potenza: artigiani anonimi del XII secolo. L'artista dovrebbe avere sempre questo riguardo e questo pudore di essere anonimo.
D. Si piange spesso e in molti luoghi per la scomparsa del grande cinema italiano, il neorealismo, Antonioni, Fellini. Un epitaffio giustificato?
R. Nella tomba del cinema italiano non c'è nessuno. Basta con Olmi, ci sono giovani registi in giro che fanno delle cose bellissime. Sono usciti tanti film di buon livello e con alcune punte.
D. Per esempio?
R. A parte aver amato molto Cesare deve morire, ricordo Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, film d'esordio; poi quello di Fabrizio Cattani Maternity Blues.C'è una generazione di giovani molto bravi. Penso anche a Pietro Marcello, ad Alessandro Comodìn, a Giorgio Diritti.
D. Non proprio amatissimi dalle case di distribuzione, però.
R. Sono tutti film che escono in tre copie e stanno tre giorni in sala. E invece è una produzione cinematografica più che onorevole, piccoli film ma capolavori. Sono felicissimo del cinema che si fa oggi. Ma sono infelice perché nessuno lo va a vedere.

23 Febbraio Feb 2013 1024 23 febbraio 2013
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Correlati
Potresti esserti perso