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CULTURA
9 Maggio Mag 2013 0844 09 maggio 2013

L'esorcista, un capolavoro rivoluzionario

Il film di Friedkin ha cambiato il cinema.

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Una scena del film L'esorcista.

Pochi film come L’esorcista sono riusciti a terrorizzare il grande pubblico lasciando un segno indelebile: era il 1973 e nelle sale i casi di malore non si contarono, mentre nel Regno Unito la censura lo ritirò dal mercato ufficiale per oltre 20 anni.
Nello sguardo feroce della piccola Regan (Linda Blair), nel freddo perenne della sua cameretta, nell’escalation di tensione che inchioda lo spettatore lasciandolo senza fiato fino al tragico epilogo c’è l’arte del film più rappresentativo di William Friedkin, il regista statunitense appena insignito con il Leone d’Oro alla carriera, che gli dev'essere consegnato a settembre alla Mostra del Cinema di Venezia. L’ambito riconoscimento arriva a 77 anni, e a 40 esatti dall’uscita del film, considerato da molti critici un capolavoro mai superato del genere horror.
SENZA RESPIRO. L’esorcista - seguito da due sequel rivelatisi clamorosi flop - è stato imitato fino a condizionare i soggetti di molti film del genere, ma soprattutto ha avuto la forza di imporsi nella coscienza dello spettatore richiamando un tema classico della cultura occidentale: davanti al potere del male la scienza e la religione sono impotenti, e quest’ultima, nel film, riesce ad avere una chance solo sacrificando sé stessa. «Le emozioni provocate dalla storia», ha spiegato a Lettera43.it Edoardo Nesi, scrittore e autore della prefazione all’edizione italiana de L’esorcista di William Peter Blatty (Fazi editore), romanzo da cui è tratto il film, «nascono a un livello così profondo da non permettere nessuna distanza, nessun possibile sollievo o adattamento, coinvolgendo la zona più intima della nostra anima».
L'ONNIPOTENZA DEL MALE. Il messaggio di William Friedkin va molto oltre il superficiale conflitto tra il diavolo – che nel film ha le sembianze del demone Pazuzu – e una bambina innocente che trova in due preti cattolici i suoi alleati. Nella quotidianità di Regan e di sua madre, l’attrice Chris MacNeil (Ellen Burstyn), ci sono tutti gli elementi per l’identificazione, che subito diventa consapevolezza: il male può prendere anche noi. In altre forme, in altri modi, ma nessuno ne è immune. «L’idea di Friedkin, che ho conosciuto, è che nella sua incessante evoluzione l’uomo è cambiato molto ma c’è un aspetto che non è cambiato mai», ha detto Nesi, «è cioè il sottile confine tra bene e male, che convivono in noi, e in questo senso la giustizia si presenta come un fatto del tutto casuale».

Nesi: «Viviamo ignorando tutto ciò che di orrendo può capitarci»

Il regista americano William Friedkin.

Un tema sempre attuale, così come quello della debolezza umana e dei dubbi di fede che colpiscono anche i sacerdoti apparentemente più solidi.
«Così la Chiesa, che pure alla fine ha un ruolo salvifico (padre Karras e padre Merrin esorcizzano la bambina, pur rimettendoci la vita, ndr) è chiamata a fare i conti con i suoi conflitti, con il dramma interiore dei propri adepti», ha aggiunto Nesi, «I sensi di colpa di padre Karras, intepretato da Jason Miller (la sua fede barcolla e la madre è morta nell’ospizio in cui l’aveva portata contro la volontà di lei, ndr) sono i sensi di colpa di ognuno di noi per il non fatto e il non detto, per gli errori commessi e dei quali non riusciamo a reggere il peso. Il film ci ricorda che la nostra vita è condotta e vissuta ignorando tutto ciò che di orrendo può capitarci, e che forse quello è l’unico modo per vivere serenamente».
LA LOTTA PER L'ANIMA. Il male riguarda tutti, anche gli atei come la madre di Regan, che pur non credendo in dei e demoni si affida all’esorcista come ultima spiaggia.
In tutti i film di Friedkin, ma più marcatamente ne L’esorcista, c’è l’idea della convivenza in noi di un lato migliore e di uno oscuro, in continua lotta per il possesso della nostra anima. «Il film offre una spiegazione del perché le cose cattive accadono alle persone buone», ha chiarito il regista in un’intervista a Time Out.
FEBBRE DA ESORCISMO. Il film riaccese l’interesse popolare per l’esorcismo, e in seguito alle numerose richieste molte diocesi in tutto il mondo dovettero nominare degli esorcisti. Negli Stati Uniti, negli Anni 70, il cristianesimo ebbe un’impennata di consensi, in parte dovuta all’impatto sociale e culturale del film.
Il fenomeno generò anche uno scomodo dibattito, in parte ormai sopito all’interno della Chiesa cattolica, sul ruolo e sull’efficacia del rito esorcistico. Una parte del clero si divise e tra le polemiche si associò alle tesi degli scienziati, secondo i quali le presunte possessioni demoniache non sono altro che disturbi mentali come isteria, psicosi e schizofrenia. «Friedkin, da non cattolico, e Blatty (che scrisse anche la sceneggiatura, ndr) hanno messo lo spettatore davanti alla possibilità che tutto ciò esista davvero», ha sottolineato Nesi, «che esista quell’armamentario del Vecchio Testamento che il cinema e la letteratura spesso si rifiutano di affrontare».
Negli anni successivi sia papa Giovanni Paolo II che Benedetto XVI ebbero occasione di sottolineare l’importanza dell’esorcismo.
IL REGISTA ANTI DIVO. Per il 40esimo anniversario del film, la Warner home video ha intenzione di pubblicare entro fine anno un’edizione blue ray della pellicola, che inoltre è atteso nuovamente nelle sale, a partire da giugno, in occasione della consegna del Leone d’Oro alla carriera a William Friedkin.
«Quando lo conobbi, di Friedkin mi colpì la cultura sconfinata e la sua semplicità, molto lontana da come avevo sempre immaginato i registi di Hollywood», ha concluso Nesi, «questo premio è il migliore riconoscimento alla sua brillante carriera».

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