Aragona Marchesa 130912111156
L'INTERVISTA
12 Settembre Set 2013 1049 12 settembre 2013

Daniela del Secco D'Aragona irrita gli aristocratici doc

Tutti contro la nobildonna star della tivù.

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Sulla genuinità nobiliare della marchesa Daniela del Secco d’Aragona, che col maggiordomo Gregory sta spopolando al reality di RaiDue Pechino express 2, non nasconde «forti perplessità» pur ammettendo che si tratta di «una donna ricchissima, che sa vendersi bene, onnipresente nei salotti della Roma di sangue blu».
Delle comparsate in tivù di Emanuele Filiberto di Savoia, che giudica «un uomo intelligente», pensa che «non siano condivisibili né edificanti, visto che si tratta di un erede al trono d’Italia» e che il principe farebbe meglio a uniformarsi «alla riservatezza del cugino Carlo di Borbone, che mai si metterebbe a fare il buffone nei reality».
UNA TIVÙ TRASH. Ai nobili che inondano i teleschermi, il marchese Eugenio Donadoni («Ma rinnovare il titolo costava troppo, lasciammo perdere tanti anni fa»), Croce di grazia del Sacro ordine militare costantiniano di san Giorgio e direttore della rivista dell’Associazione italiana dei Cavalieri costantiniani, riserva un giudizio severo: «Fanno una tivù trash, piena di volgarità e parolacce», confida a Lettera43.it, «stanno riducendo l’immagine degli aristocratici alla stregua di quanto di peggio esprime l’attuale società borghese. A loro dico: andate pure in tivù, ma solo se se avete idee da proporre. Altrimenti, vergognatevi».

La marchesa Daniela del Secco d’Aragona

DOMANDA. La marchesa Daniela del Secco d’Aragona è diventata l’idolo del pubblico di Pechino Express 2.
RISPOSTA
. È una che sa vendersi. La conosco: a Napoli l’ho incrociata a casa di Sandra Cioffi, a Roma a casa del principe Lillo Sforza Ruspoli. È ospite fisso nei salotti buoni. Però, chiamarsi d’Aragona è imbarazzante.
D. In che senso?
R.
Quel titolo nobiliare spesso si rivela fasullo.
D. Perché?
R.
È molto difficile dimostrare le ascendenze. C’è una sola famiglia che finora ha saputo documentarne la veridicità.
D. Quale?
R
. I Gaetani dell’Aquila d’Aragona di Vallepiana che vivono tra Napoli e Roma. Loro sono davvero d’Aragona, discendono da papa Bonifacio VIII. E ne hanno le prove.
D. Come giudica la frenesia di tivù che agita i nobili italiani?
R.
È voglia di apparire. Comprensibile, ma non in linea con lo stile di vita aristocratico.
D. Come vive un aristocratico?
R
. Chi è nato in una famiglia titolata è nobile, chi sa vivere da signore è aristocratico.
D. Che vuol dire?
R.
Buone maniere, correttezza, cultura, saper gestire con sobrietà la propria vita nel rispetto di quella degli altri: il vero signore sa non farsi notare. Parlando al cellulare, tiene basso il tono della voce. Per non disturbare. Per non far sapere i fatti suoi. E non si veste mai in modo chiassoso.
D. Quanto il principe Emanuele Filiberto è fuori dalle regole?
R
. È un erede al trono, sebbene ipotetico: il suo comportamento in tivù non è edificante. Dovrebbe mostrare più dignità e misura. Carlo di Borbone, il cugino, non si metterebbe mai a fare il buffone in pubblico.
D. Lei tifa Carlo, si vede.
R
. Mi piace perché è schivo, ritroso, molto borbonico: lui e la moglie Camilla fuggono da tivù e giornali, eppure la gente che li riconosce per strada li sommerge di applausi e ovazioni.
D. Carlo è il politico su cui puntare?
R
. Sarebbe lui il re di Napoli, se le cose fossero andate in altro modo.
D. Come vivono gli aristocratici?
R.
La nobiltà comporta più oneri che onori. Le signore vestono abiti belli, ma non firmati Fendi: sono eleganti perché hanno gusto. E sanno scegliere, senza spendere troppo.
D. I nobili restano ricchi?
R.
Al Nord hanno saputo riconvertire le loro aziende. Penso ai Barilla. O ai Rivetti e ad altri. Al Sud hanno mantenuto il patrimonio quelli che, svegliandosi all’alba, si sono dati una mossa trovando il coraggio di occuparsi in prima persona della gestione delle proprie terre.
D. Lavoratori come gli altri?
R.
Non è più l’epoca dei mezzadri o dei coloni, in campagna lavora personale stagionale che va e che viene: chi è padrone deve essere presente 24 ore al giorno o tutto gli va in malora.
D. Esiste ancora la proprietà immobiliare ereditata dagli antenati?
R.
I pochi che possiedono case si dedicano a tempo pieno alla loro gestione.
D. Che fine ha fatto la figura del nobile gaudente che sperperava il patrimonio giocando a carte o con le donne?
R.
Chi possiede ancora qualcosa se la tiene ben stretta: niente più carte e vizi, poche donne, di sera a letto presto.
D. E l’educazione dei figli?
R.
Non frequentano più le scuole private, costano troppo. Il collegio è un privilegio riservato ai nuovi ricchi.
D. È vero che al Sud i nobili nutrono simpatie filo-borboniche?
R
. Durante il regno di Napoli lo spread era il più basso d’Italia. Le casse erano piene di soldi. C’era un medico per ogni 380 abitanti rispetto al resto d’Italia che ne contava uno ogni 1400.
D. Insomma, come si fa a distinguere il vero nobile dal cafone arricchito?
R
. Il vero test è il matrimonio.
D. In che senso?
R.
Alle nozze dei veri nobili gli uomini partecipano in tight, pur non essendo obbligatorio. Non esiste che lo sposo indossi lo smoking, rigorosamente vietato prima delle ore 20.30.
D. Le signore, invece?
R.
Non vestono mai di nero, che è segno di lutto. E neanche di bianco, perché sarebbe volgare imitare la sposa. Ai matrimoni di mattina, poi, mai indossare abiti di chiffon senza maniche. Meglio un sobrio tailleur.
D. E i costi?
R.
Mai spendere più di quel che ci si può consentire. È vietato il noleggio delle auto americane e altre cafonate come la torta a 10 piani o il cantante di moda.
D. Tornando ai nobili in tivù, quale appello intende lanciare?
R.
Restino a casa. Ci stanno provocando gravi danni di immagine.
D. Addirittura?
R
. La signora col maggiordomo di Pechino express è un’assurda esibizione fuori del tempo, il sintomo di un malsano bisogno di essere riconosciuti a qualsiasi costo.
D. Invece?
R.
Chi è nobile non ha bisogno di gridarlo. E neanche di dirlo.
D. Dunque, che fare?
R.
Ripeto: li rispediscano tutti a casa. Subito. Che appaiano pure in tivù, ma solo se e quando avranno qualcosa di importante da proporre.
D. Tutti, in fondo, vorremmo essere un po’ più nobili. O no?
R
. La nobiltà è ancora desiderata, specie da chi non ce l’ha ma si è arricchito.
D. Nobili si nasce?
R.
Non sempre. Anche i titoli nobiliari, fin dal feudalesimo, si comprano: il grande Totò, che acquistò il titolo di principe, lo testimonia.
D. Altri esempi?
R.
Nel 1946, il 13 giugno, sulla scaletta dell’aereo che a Ciampino lo conduceva in esilio, re Umberto concesse una sventagliata di titoli nobiliari a una ventina di creditori che lo avevano inseguito fin lì. Li chiamano i conti della scaletta. Ora fanno finta di essere nati aristocratici.
D. Chi ha ancora il potere di conferire i titoli nobiliari?
R.
Gli ex regnanti. Vittorio Emanuele, per esempio. Ma solo in teoria, perché in Italia nessuno glieli riconoscerebbe.

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