Tenore Marco Voleri 130911191244
L'INTERVISTA
12 Settembre Set 2013 1603 12 settembre 2013

Marco Voleri, il tenore confessa la sua malattia

Il cantante lirico affronta la sclerosi multipla con il sorriso.

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Il tenore Marco Voleri.

A volte nella vita «è meglio scegliere di essere felice, non di avere ragione». È quello che ha deciso di fare Marco Voleri, classe 1975, cantante lirico, quando nel 2006 gli hanno diagnosticato la sclerosi multipla, una malattia cronica degenerativa del sistema nervoso centrale, progressivamente invalidante, dalla quale - per ora - non si può guarire.
Una carriera in piena ascesa, ma una malattia che anziché farlo salire rischiava di farlo cadere. Prima di tutto nella disperazione. «Le persone, e io per primo, si lasciano vincere dalla paura, che è concreta, perché questa è una malattia bastarda, imprevedibile», racconta a Lettera43.it il tenore. «Ma io nel mio piccolo voglio provare a vincerla».
VOGLIA DI VINCERE. E di vittorie Marco ne ha già collezionate tante. Dopo aver lasciato un lavoro a tempo indeterminato in un negozio di materiale elettrico per inseguire quello che chiama «un sogno incosciente», il canto, si è diplomato al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, ha frequentato l'Accademia del teatro alla Scala e l'Accademia Lirica del Rotary International.
Quando ha scoperto di essere malato, non si è fermato: nel 2007 ha interpretato Bardolfo in un Falstaff di cui Renato Bruson era protagonista e regista; nel 2008 ha debuttato da solista alla Scala con Le nozze di Figaro; nel 2011 ha conseguito la laurea specialistica in Canto lirico presso il Conservatorio Giacomo Puccini di La Spezia. Ed è stato interprete di oltre 40 ruoli operistici in Italia e all'estero.
LA PAURA E IL SILENZIO. Tanta musica, molti successi e poche parole. La sclerosi multipla era una compagna ingombrante ma silenziosa di cui nessuno sapeva l'esistenza. Poi nel 2013 colpo di scena, anzi letterario: Marco scrive il libro autobiografico Sintomi di felicità. La mia passione per il canto contro la malattia (Sperling&Kupfer editore) e il sipario sulla sua vita privata si alza. «Ci sono sempre due scelte nella vita: accettare le condizioni in cui viviamo o assumersi la responsabilità di cambiarle».

DOMANDA. Lei quando ha deciso di cambiare?
RISPOSTA.
Quando ho incontrato per la prima volta Arnoldo Mosca Mondadori, presidente del Conservatorio di musica Giuseppe Verdi di Milano. Ero andato da lui per fare un’audizione, e dopo aver cantato, mi ha detto: «Nella tua voce c’è qualcosa di particolare che devi raccontare».
D. Aveva intuito il suo segreto?
R.
Nessuno sapeva che avevo la sclerosi multipla. Ma i tempi erano maturi: così ho deciso di raccontarlo in un libro. Ho cercato di colorare la rabbia di parole.
D. Come?
R.
Dando voce all'anima e tirando fuori i colori che avevo dentro. Ho raccontato tutto quello che mi succede per analizzarlo meglio.
D. La terapia della parola?
R.
Una specie: l'ho fatto sia per me sia per dare un segnale perché penso che continuare a essere omertosi, a far finta di essere sani - come diceva Giorgio Gaber - a uscire di casa e mettersi la maschera, sia una roba da matti. Nel caso della sclerosi, poi, voleva dire etichettarla come una malattia invalidante e basta.
D. Invece?
R.
Ci sono persone che pur avendo questo male fanno una vita il più possibile normale.
D. Lei ci sta riuscendo?
R.
Prima di tutto, ho dimostrato a me stesso che - nonostante tutto - negli ultimi anni sono andato avanti con la mia carriera. Finora, però, avevo sempre tenuto nascosta la malattia. Ora lo racconto, e non per avere una botta di pietismo. So che qualcuno potrebbe dire: ora canta di più. Ma io l'ho fatto per il motivo contrario.
D. Quale?
R.
Racconto che ho cantato sinora e ho fatto le cose che volevo fare con la grinta di una persona che ha un piccolo handicap in più. E se ce la faccio io, ce la può fare chiunque sia nella mia condizione.
D. La paura più grande?
R.
Quella di essere commiserati. Da quando ho iniziato a raccontare la mia storia, mi sono sentito dire cose clamorose. La più divertente è arrivata da una ragazza con la sclerosi: «Marco, meno male che hai scritto questo libro, così non ci prendono più per degli sfigati».
D. Ci si sente così?
R.
Il punto è questo: la sclerosi è una malattia degenerativa permanente, che non migliora, casomai peggiora. Però, anche se non è facile, io vorrei evitare di vivere con questa spada di Damocle sulla testa.
D. Come?
R.
Magari domani mi sveglierò e non muoverò più la gamba, forse un giorno succederà davvero, ma sino a quel giorno voglio fare tutte le cose che desidero fare. O almeno provarci.
D. Anche se, come scrive, il mondo artistico è «darwiniano e applica la selezione della specie?
R.
È così, alla prima della Scala per esempio l'anno scorso hanno cambiato tre soprani in quattro minuti. E io, con questo outing, corro un rischio in più.
D. Quale?
R.
Che non mi chiamino più a cantare proprio perché ho questa malattia.
D. Sta già succedendo?
R.
No, lunedì 16 settembre comincio all'Accademia della Scala le prove del Falstaff, che poi andrà al festival Verdi. Le persone che mi hanno apprezzato per lavori precedenti e per chi sono, alla fine, mi richiamano. Sono lo stesso di tre anni fa.
D. Ma, come scrive nel libro, «non si può vivere solo di illusioni»...
R.
Sì, perché penso che nella vita bisogna anche avere il coraggio di “ricalcolare il percorso”, come il navigatore: se una strada è bloccata bisogna prenderne un'altra per arrivare dove vuoi.
D. E lei dove vuole arrivare?
R.
Non lo so ancora, forse domani insegnerò o farò qualcos'altro. Non credo che potrò cantare tutta la vita, ma magari sarebbe così anche se fossi sano.
D. Quando ha iniziato a fare il 'ricalcolo'?
R.
Non subito, all'inizio ho pensato: ok mi è arrivata questa cosa bastarda allora premo l'acceleratore a mille e faccio più di prima.
D. Poi?
R.
Ho capito che bisogna imparare a convivere con questa malattia nella maniera migliore. Per fortuna siamo nel 2013 e non negli Anni '50 dove non c'erano terapie e di sclerosi si moriva. Anche se gli ostacoli non mancano.
D. Per esempio?
R.
La burocrazia, le leggi, i paradossi. Se a Milano parcheggio in fascia residenti non mi fanno la multa, ma a Livorno sì. In alcune città, con la mia invalidità ti danno il pass, in altre no. Ma anche se non ho la carrozzella sono invalido. Poi, a volte, lo sono così tanto che se giro il mondo non posso neanche fare un'assicurazione medica
D. Perché?
R.
Perché avendo una patologia cronica nessuno mi vuole farmi un'assicurazione medica a copertura globale. Per questo, non sono mai andato negli Stati Uniti. Invece, dovrebbe essere il contrario: chi ha un problema dovrebbe essere aiutato non tarpato.
D. Da quando ha raccontato la sua storia che cosa è cambiato?
R.
Mi sento più tranquillo e libero. ho il mio problema ma lo vivo in maniera serena, non devo far finta di essere Superman agli occhi degli altri.
D. E chi interpreta ora?
R.
Me stesso. Le persone che prima mi stimavano davvero, forse ora mi stimano di più e non perché sono malato, ma perché amano il mio motto.
D. Qual è?
R.
Trovare la forza attraverso la debolezza. A far finta di essere forti si risolve poco, invece a palesare comunque la forza attraverso la propria debolezza, si ha una consapevolezza maggiore della vita.
D. Per questo sta girando l'Italia (il 13 settembre è a Milano, ndr) con il tour Sintomi di felicità?
R.
L'ho fortemente voluto insieme con Mondadori, racconto la mia storia attraverso estratti del libro e un repertorio di musica sacra. Una testimonianza diretta che unisce musica e parole.
D. Paura di essere etichettato come il cantante con la sclerosi?
R.
No, la sclerosi è un grande tabù, per questo bisogna farla conoscere: le cose che rimangono nascoste sono quelle che travisi o di cui hai una paura maledetta.
D. Di cosa ha paura ora?
R.
Una è quella di avere una malattia in cui non sai come ti svegli domani mattina. L'altra è il lavoro che mi sono scelto: non è che timbro il cartellino e mi arriva bonifico ogni mese. Sono un libero professionista. Per questo ogni volta devo 'ricalcolare il percorso'.
D. E mettere in conto le deviazioni...
R.
Sì, un filosofo diceva che sopravvive chi è disponibile al cambiamento continuo, ed è la verità. Solo così ti evolvi in qualche modo.
D. Evoluzione in tempi di recessione, una bella sfida.
R.
Da un lato mi ritengo fortunato a vivere in un Paese come l'Italia, dove non pago i 40 mila euro di medicine che sborserei ogni anno per curarmi in un altro Paese. Dal punto di vista lavorativo, essendo la patria dell'opera e della cultura a livello mondiale, un po' mi arrabbio perché con questo settore si potrebbe campare e invece ci tarpano le ali.
D. Voglia di emigrare?
R.
No, la storia la fanno le persone, tante volte ho pensato di andare all'estero come tanti colleghi, ma con una malattia come questa non è il massimo.
D. Insomma resiste?
R.
Per ora sì, poi si vedrà, è fondamentale essere disponibili all'abbandono, come ho fatto con un po' di incoscienza e pazzia quando ho deciso di scrivere questo libro. Rivelare la mia malattia quando nessuno lo sapeva è stato un tuffo nel vuoto.
D. Atterraggio morbido?
R.
Sì, una paura stupida che avevo, per esempio, essendo narciso ed egocentrico come tutti gli artisti, era che le donne non mi avrebbero più guardato sapendo della malattia.
D. Invece?
R.
Non è andata così, anzi. Palesando la tua debolezza ti avvicini alle persone in maniera più intima, e questa cosa è molto bella. Infatti, non a caso, sotto questo aspetto negli ultimi mesi c'è stato un risvolto importante...
D. Ha trovato l'amore?
R.
Diciamo che in questo momento sono molto contento. Solo abbandonandosi si trova quello che magari è giusto per te.
D. Allora sono questi i sintomi di felicità di cui parlava nel libro?
R.
Sì, cambiando la prospettiva cambia tutto. Nella vita di certo non c'è niente, a parte la morte, ma si può provare a vivere nel modo più pieno. Come dice Vasco Rossi: «Ogni giorno che passa non torna più».
D. Con o senza sclerosi multipla.
R.
Non bisogna temere troppo la malattia, ma sfidarla ogni giorno. Non voglio arrivare tra 10 anni in cui magari sarò veramente in carrozzella e dire: potevo fare, potevo dire, potevo essere. Voglio farlo. Per me è meglio avere un rimorso che un rimpianto, meglio sbagliare che non fare.

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