Cheap Wine 131104143410
MUSICA
4 Novembre Nov 2013 1405 04 novembre 2013

Cheap Wine, gli Stati Uniti sono vicini

Vengono da Pesaro. E cantano l'America. La non carriera degli artigiani del rock.

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C'è un gruppo che è nato al centro dell'Italia, però suona l'America, però lo fa come un gruppo di artigiani italiani, però non è mai diventato famoso, però è conosciutissimo, però lo esaltano per cantare in americano, però lo incolpano per lo stesso motivo.
ORGOGLIOSAMENTE INDIE. Si chiamano Cheap Wine (sì, proprio la canzone dei Green on Red), partirono da Pesaro 17 anni fa ma s'erano formati nel 1990, prima del grunge. Mai avuto nessuno: niente contratti, etichette, apparati. Una continua evoluzione, uno scavo appassionato, disco dopo disco, e sono già otto, nell'Americana, che sarebbe quel genere fatto di sogni sconfinati che va dagli ZZ Top a Neil Young passando per tutto quello che può entrare in una Route 66.


Sogni di un sole che abbaglia e secca, copre di polvere e voglia di non fermarsi ancora. I Cheap Wine sono stati uno dei segreti meglio riposti della musica realmente alternativa in Italia, non hanno mai fatto parte di nessuna scena e la strada percorsa è stata sempre e solo quella loro.
«Non so... è che non siete abbastanza cool... sai, non avete un'etichetta alle spalle... difficile da spiegare, io ci ho provato, ma proprio non vi vuole nessuno... un paio di festival non vi hanno voluto nemmeno gratis...». Questo si sentivano rispondere da impresari e agenzie. Per poi magari constatare che gli stessi spingevano qualche gruppuscolo di mestieranti senz'arte né parte.
CHILOMETRI MACINATI SUL FURGONE. Loro, avanti. A testa bassa, sempre col prossimo miglio avanti. I fratelli Diamantini - Marco alla voce solista, chitarre e armonica, e Michele, chitarrista - non sono tipi da lasciare.
Macinavano strada e delusioni i Cheap Wine: sul loro furgone fatto di sogni spezzati ma mai uccisi, salivano e scendevano i musicisti e oggi la band porta anche i nomi di Alessandro “Fruscio” Grazioli al basso, Alan Giannini, percussioni e batteria dal 2008, Alessio Raffaelli alle tastiere dal 2011.
Sempre quel sogno maledetto, fatto di polvere e orgoglio. Sempre quella tentazione di fermarsi, senza mai pensarlo davvero. Macinavano rabbia ma anche apprezzamenti in giro per il mondo: i loro primissimi passi, nel 1997, erano stati benedetti da Steve Wynn dei Dream Syndacate.
LA SINDROME DI SALGARI. Poi la loro Angel fu inserita da Mtv America nella colonna sonora del programma Undressed Show: e quello fu proprio il caso da manuale, la sindrome di Salgari, il sognatore che riesce a cogliere una realtà lontana meglio di chi la vive.
Le continue citazioni, gli attestati di stima, divennero via via premi, inviti, concerti. Anche in patria, con una fatica maledetta, loro non hanno mai smesso di battere lo Stivale dalle Alpi a Capo Passero.


Alla fine, senza che succedesse niente, è successo qualcosa. Una sorta di consacrazione. Un live, un best naturalmente e sempre autoprodotto, dal titolo agrodolce: Stay Alive.
Per restare vivi senza smettere un attimo di restare liberi e di scontare tutta quella libertà. Suonato alla maniera dei Cheap Wine, senza un attimo di respiro, ogni nota ne chiama un'altra e ti ritrovi appagato da un senso di pienezza, di cose fatte bene, con scrupolo, con amore, proprio come deve essere.
INSISTERE PER ESISTERE. Perché insistere è l'unica cosa da fare, senza etichette, senza case discografiche, senza preoccuparti di nient'altro, insistere punto e basta, insistere per esistere. Un regalo fatto a loro stessi per farlo a un pubblico sparpagliato ma sempre più fedele e consistente nel tempo.
Genuinamente rigorosi, niente calcoli, niente sbandate. Niente e nessuno che si permetta di dire: «Sì, però dovreste...». Bisogna solo sentirli. Non picchiano così duro, come tutti quelli che sanno suonare “dentro” si prendono i loro tempi. Le sfumature e tutto il resto. Sono elettrici ma sembrano acustici, roba che solo i bravi possono permettersi.
E sono bravi. E non sono più uno scrigno sepolto da qualche parte. Alcuni mesi fa è arrivato un nuovo album, Based on Lies, ed è stato, finora, il migliore.


DAL ROCK ALLE BALLATE. Dopo 16 anni di non-carriera gli orizzonti si sono distesi, all'interno di quel rock dei lunghi spazi, delle lunghe distanze, dell'immaginario americano di frontiera affiorano adesso momenti che lambiscono il barrel house e la ballata decadente. C'è un uso più incisivo delle tastiere, la chitarra di Michele Diamantini s'è fatta più matura, alterna passaggi da protagonista ad altri al servizio delle composizioni. È un lavoro più complicato, autobiografico fino alla spietatezza, le liriche di Marco Diamantini parlano senza infingimenti di menzogne, di fallimenti: parlano di chi proprio non ce la fa ad andare avanti, non ce la fa più, in alcun modo.
DAL SOGNO USA ALL'INCUBO ITALIANO. Tragedie che ormai sono di tanti, di troppi, sono quelle di chi s'impicca perché non ce la fa e non è colpa sua, Il sogno americano è diventato incubo italiano. Avvolto in un artwork squisito, affidato a Serena Riglietti, artefice delle copertine italiane dei libri di Harry Potter.
Tutto nei Cheap Wine è artigianato di classe, lezione di stile e d'amore, dalla musica ai libretti ai video. Tutto fatto in casa, e intanto l'autoproduzione da ripiego dei perdenti è diventato lusso dei grossi calibri. Alla fine, l'emarginazione paga. «Sì, stiamo abbozzando il nuovo disco, sarà pronto per l'estate, ma non abbiamo nessuna fretta, lo facciamo crescere: sai, possiamo farlo; intanto stiamo suonando», chiosa Marco Diamantini, il frontman, sapendo che, per la prima volta, sono attesi.
Quanta strada ancora da fare, i Cheap Wine. Ci vuole coraggio, per sognare.

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