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CINEMA E POLITICA
21 Novembre Nov 2013 1605 21 novembre 2013

Checco Zalone, comico che la destra vorrebbe adottare

Icona del berlusconismo? Forse. Ma il suo successo è apolitico.

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Il nuovo lavoro di Checco Zalone ha fatto segnare il record di incassi per un film italiano.

La battuta più bella del film di Zalone è di Renato Brunetta: «Zalone esprime in pieno la filosofia positiva, generosa, anticomunista, moderata, serena di Berlusconi e di Forza Italia».
Così, tutto d'un fiato, in un solo cinguettio. L'ex capogruppo Pdl, col suo tweet-embedded, è volato forse un po' troppo alto.
L'attuale parabola del Cavaliere, col suo sofferto ritorno al futuro, tutto pare tranne che solare, serena, moderata. Si porta appresso musi lunghi, isterie, rese dei conti, ombre pesanti di una cupezza lugubre.
Ma forse Renato alludeva all'intrapresa, ai fatturati di Sole a catinelle, al suo portentoso successo di massa non a caso salutato da Medusa, casa madre del gruppo Berlusconi, da un rosario di comunicati trionfali: mille sale, 6 milioni di spettatori, 50 milioni d'incasso.
IL REGISTA-ATTORE RIMANE IN SILENZIO. Sia come sia, Brunetta finisce suo malgrado per confermare l'insofferenza del Nobel per la Letteratura Mario Vargas Llosa - che di sinistra certo non è ma ha una certa idea, un po' diversa, della destra - verso lo scadimento della cultura, dell'intellettualità, perfino della politica a dimensione spettacolare.
Quanto al Checco, commenti non pervenuti. Zalone sarà pure un comico popolare, o nazionalpopolare, per il quale in molti, a cominciare da Pippo Baudo, hanno scomodato un impegnativo paragone con Totò. Ma certo non è stupido, sa benissimo che davanti a certe uscite l'unica risposta è non rispondere. Non gli conviene, e poi che diavolo dovrebbe dire? Il suo problema attuale, se mai ne avesse uno, è non scontentare nessuno, proseguire nella cavalcata al botteghino così da far fuori perfino Avatar (delibertamente e apertamente sfidato).
E poi, diciamolo, forse qualcosa di vero c'è. Se certa destra lo arruola, mentre certa “kritika” de sinistra lo vede come fumo negli occhi, magari è anche perché, dietro quel fumo, un poco d'arrosto esiste.
LA SINTONIA DI CHECCO CON LA DESTRA PUGLIESE. Zalone, anche se non si sbilancia, minaccia d'esser davvero in sintonia con una certa destra pugliese, la “tout Bari” di cui parlava Giorgio Bocca o quella nostalgica di Pinuccio Tatarella, che ricorda il duce come uno zio buono che aveva fatto le strade.
In fondo la sua maschera da borderline, divertente e insieme esasperante, non va troppo oltre quella di Cetto La Qualunque: stesso disprezzo per le regole e le “menate”. Col piccolo particolare che Antonio Albanese concepisce Cetto con un palese intento sarcastico, cioè morale (o moralistico, a seconda della prospettiva), viceversa latitante nelle trovate di Checco.
Nella scuola di vita che il padre trasmette al figlio sull'obiettivo supremo di farsi una barca più grossa, si va spericolatamente vicini a una sorta di adeguamento, di cinismo da «se non lo fai tu, lo fa un altro al posto tuo».
Commedia delle parti fin che si vuole, la sua, ma è chiaro che a certo 'rettopensiero' di sinistra il pelo non si può non rizzare. E sarà pure vero che, nel film, le battute più perfide, e dunque più riuscite, sono quelle che si abbattono sulla weltanschauung di Silvio: ma la faccenda del Checco «berlusconiano che prende in giro il berlusconismo», come la spiega il produttore Pietro Valsecchi, ricorda tanto quella di Pulcinella che, scherzando, dice la verità.
COMICO CON UN CATTIVISMO IN CATTIVITÀ. Il che, da un punto di vista strettamente comico, è un punto a favore di Zalone. Manca però la cifra patetica che era di un Sordi, lui sì apertamente conservatore, perfino spaventato verso la modernità, che teneva chiusa fuori da una casa addobbata come un bunker di nostalgia (basta leggere il ritratto affettuoso ma un po' sconcertato che ne fa Carlo Verdone nel suo La casa sopra i portici).
Checco quel patetismo universale, che travolgeva gli steccati politici, non ce l'ha. Sa far ridere, è versatile, bravo a strimpellare il pianoforte ed è in grado di improvvisare, fondamentale per un comico.
D'altra parte, se le sue prese in giro sono indubbiamente feroci, il suo resta pur sempre un cattivismo in cattività, niente che si possa accostare ai più crudeli umoristi d'oltreoceano.
Anche in questo Zalone è sorprendentemente abile, sa bene fin dove può spingersi e cosa invece non è in grado di prendere di petto: altri, contro il muro dei totem e tabù, ci si schiantano allegramente.
Ma il suo caso, con tanto di inevitabile strumentalizzazione, è notevole forse soprattutto per una ragione tangenziale: per la prima volta certa destra trova un volto, per di più buffonesco, giullaresco, e non si fa scrupolo d'eleggerlo a suo vate minore. Identificazione che alla sinistra, tradizionalmente inflazionata da artisti, musici, attori “organici”, non sembra più riuscire come un tempo.
UN SUCCESSO SENZA ETICHETTE POLITICHE. La sinistra i suoi istrioni li adotta e poi li divora come Kronos: attualmente pare sconcertata, Benigni non le serve più, Crozza con i suoi ingaggi mette anche lui qualche imbarazzo, al cinema le maschere sono invecchiate e si fatica a escogitare un ricambio. E poi, faccenda ancor più complicata, i comici d'area finiscono sempre per prendersi troppo sul serio, diventano costituzionalisti, dantisti, biblisti.
Zalone invece resta coi piedi per terra (anche se qualcuno lo considera più che altro terra-terra), ancorato a una sensibilità che, per il momento, risuona ancora genuina, spontanea, popolare tout cour e in 6 milioni fanno la fila per vederlo. Non è, non può essere per forza tutta gente ispirata a certo qualunquismo della destra light, senza retaggi, senza implicazioni, con l'unico orrizonte degli yacht (magari di sinistra) ancorati in rada.
Brunetta forse esagera con l'etica-estetica checco-berlusconiana; ma dall'altra parte, si recita a soggetto uno psicodramma al giorno che spiazzerebbe pure i Monty Python.

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