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MUSICA
12 Gennaio Gen 2014 1500 12 gennaio 2014

Dario Brunori, talento mediterraneo

Un nuovo disco. E molto da dire. Il lungo cammino del cantautore calabrese.

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Ridendo e scherzando, capita di compiere 37 anni. E 11 di carriera. E di ritrovarsi sull'orlo del grande salto, che poi chissà se è grande davvero, chissà se conta davvero.
Quel grande salto che Dario Brunori, autoironicamente in arte Brunori Sas, come l'aziendina di famiglia, sta per spiccare, ormai non ci sono più dubbi, in questo 2014 con un album in arrivo il 4 febbraio prossimo e già attesissimo, e un tour che, almeno nella sua prima tranche, parte il 6 marzo dall'Alcatraz di Milano e approda a Teramo, al Pin-up, il 19 aprile: in mezzo, 16 date, a ritmo più che sostenuto, a coprire l'Italia tutta.


Ridendo e scherzando, uno suona, suona, all'inizio ci crede solo lui, ma non smette mai e un bel giorno finisce per convincere qualcuno; poi qualcuno di più; poi sempre più gente e così arrivano i primi premi, il Ciampi, il Tenco, il Mei, uno all'anno dal 2009, epoca dell'esordio su disco.
QUELLA STRANA SCENA INDIE. Da allora Brunori non ha mai smesso di spianarla, l'Italia, suonando sempre di più, contaminandosi con altri della scena cosiddetta indie, che nessuno poi sa mai cosa e se ci sia davvero, collaborando col mondo del cinema e con quello del sociale. Insomma il ragazzo si è dato da fare. Ma sempre per la sua strada, percorsa a grandi passi ma in punta di piedi: le sue ribalte non si chiamano Sanremo, hanno i nomi delle piazze, dei piccoli meravigliosi teatri sparsi negli 8 mila campanili italiani. È così che si arriva a conoscere il proprio Paese, lasciando tracce di sé.
I VOLUMI DI DARIO. Brunori è davvero uno che si è scavato la sua gavetta e la sua musica, crescendo disco dopo disco, dall'esordio di Vol. 1 a Vol. 2 - Poveri Cristi di due anni, nel 2011, quindi, nello stesso periodo, una colonna sonora, quella del film È nata una star? di Lucio Pellegrini con Rocco Papaleo e Luciana Littizzetto, fino all'imminente Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi, dove ha arricchito la proposta e ritoccato le ambizioni.

Il cammino di Santiago in taxi «suona» bene

Dario Brunori.

Prodotto dalla Picicca Dischi, dello stesso Brunori, ma con distribuzione Sony, per registrarlo l'autore cosentino è tornato a casa, ha fatto famiglia coi suoi musicisti in un convento di Belmonte Calabro affidandosi al produttore giapponese Taketo Gohara, che lo ha sgravato della parte tecnica ma - ha raccontato al sito Rockit - lo anche salvato dall'eccesso di professionismo. Che poi sarebbe quella particolare sindrome che, quando uno arriva sul davanzale del successo, può prendere a tradimento e incasinare tutto.
UNA DETERMINATA PIGRIZIA. Brunori sapeva di essere atteso al varco, e ha scelto di prendere le cose nel suo solito modo: senza preoccuparsene troppo, senza rinunciare a procedere in quella sorta di determinata pigrizia, di mediterranea rilassatezza che però sa dove dirigersi.
Cosa ne sia venuto fuori non si sa ancora, ma le anticipazioni sono incoraggianti: il pezzo che annuncia l'album, Chiedilo a Kurt Cobain, è un tema di classico cantautorato italiano risolto col solo pianoforte, cosa che è possibile solo se la melodia è forte; gradualmente esplodono gli archi, i fiati, i piatti, esplode tutto, anche il magone. Perché questo frammento parla, con passione e pudore, dell'insostenibilità di esistere, di cosa succede quando non si trova più niente da dire e allora si abbraccia l'aria e si va, oltre le stelle, oltre una vita che non serve più. Se il resto dell'album è a questo livello, altro che grande salto.

«E non provare più niente... e non avere più niente da dire». Dietro gli immancabili occhiali, la barbona e lo sguardo trasognato, forse un poco sfottente, ridendo e scherzando Brunori ti molla un cazzotto nello stomaco fatto di tenerezza e di partecipazione dolente, che uno mentre ascolta si chiede: ma sta raccontando anche per se stesso? Sta cantando anche per me?
Dario fa parte di una nuova schiera di autori, non meno intensi dei predecessori, non meno preparati e duri nelle proprie denunce, ma più capaci di indulgere allo scherzo, all'autoironia.
Lui poi, dal «vivo» ha un carattere amichevole, solare, è devoto al nonsense, al paradosso, alla battuta che accende la risata, insomma è (e speriamo resti) uno che non se la tira, il che lo distingue da molti colleghi del passato e ancor più, purtroppo, del presente.
PER UN NUOVO UMANESIMO. La cifra «politica», vivaddio, si stempera in una attitudine più personale, più introspettiva. E in questa viene non annichilita ma ricompresa, a memoria dell'antica lezione poetica. Si canta sempre dell'uomo, e se in un'opera l'uomo, coi suoi mari di dentro, ora procellosi ora immoti, finisce per affogare, ebbene quell'opera non va bene, non è una vera opera d'arte.
Assai stimato da parecchi colleghi, fra i quali un fuoriclasse come Paolo Benvegnù (anche lui in rampa di lancio col disco nuovo), Dario Brunori è fra quelli che si stanno prendendo sulle spalle il compito di traghettare la musica italiana, la buona musica italiana, in un altrove ancora nebuloso ma pieno di buone intenzioni, di fertili dubbi, di felici ispirazioni.
Lontano dai baracconi, dalle ribalte rutilanti, in punta di piedi ma a grandi passi. Infaticabilmente.
Magari Sanremo si accorgerà di lui quando sarà tardi. Magari in questo 2014 Brunori Sas, spiccato il grande salto, non avrà più voglia né tempo per Sanremo, e l'Ariston gli starà già troppo stretto.

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